LIBIA: OLTRE DIECIMILA MORTI, FAMIGLIA GHEDDAFI IN FUGA. FOSSE COMUNI A TRIPOLI VIDEO

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TRIPOLI – Fino a 10 mila morti, 50 mila i feriti. Un bilancio catastrofico quello segnalato oggi a Parigi dal componente libico della Cpi, nella sanguinosa repressione della rivolta in Libia da dove giungono anche le agghiaccianti immagini di decine di fosse comuni a Tripoli. Una accanto all’altra, alcune già coperte dal cemento sulla spiaggia antistante il lungomare della capitale che appare così come un grande cimitero. Mentre a est, nella Cirenaica che ha acceso la miccia della protesta, sventola la bandiera dell’era pre-Gheddafi, quella della monarchia, invece del drappo verde della rivoluzione del colonnello, e vengono attaccati i simboli del regime. È la Libia divisa in due: Bengasi, Derna, fino a Tobruk quasi al confine con l’Egitto. Sono le città orientali «liberate» dai rivoltosi, secondo numerose testimonianze che danno la Cirenaica, da sempre spina nel fianco del colonnello, in gran parte ormai in mano ai manifestanti. Ma dove i segni del bagno di sangue sono drammatici ed evidenti e il regime non vuole cedere alla furia della folla. Resiste disperatamente. Lo fa con la propaganda: «Al Qaida ha costituito un emirato islamico in Libia, a Derna», ha affermato il viceministro libico degli Esteri, Khaled Kaim. Lo fa con la battaglia ininterrotta e violenta: un medico francese appena rientrato da Bengasi ha parlato di «oltre 2.000 morti» nella seconda città del Paese. E lo fa con gli ordini di distruzione: Muammar Gheddafi avrebbe dato l’ordine di bombardare anche i pozzi di petrolio, ma un pilota si è rifiutato di eseguirlo. Come altri due che, in un vero e proprio ammutinamento nei cieli sopra Bengasi, dopo essersi rifiutati di aprire il fuoco hanno abbandonato il loro aereo lanciandosi con i paracadute e lasciando il velivolo precipitare non lontano dal capoluogo della Cirenaica. Poi ancora le minacce, questa volta contro i giornalisti: quelli che entrano illegalmente nel Paese saranno considerati come «collaboratori di Al Qaida» e «come dei fuorilegge», ha detto ancora il viceministro agli Esteri Kaim. Intanto da Tobruk, dove già ieri soldati erano passati dalla parte di rivoltosi e segnalavano che tutto l’est non era più sotto il controllo di Muammar Gheddafi, oggi arrivano immagini di giubilo di gente che festeggia con cartelli e bandiere la «liberazione» della città dalle forze governative. Le bandiere sono quelle libiche e sui cartelli c’è scritto in inglese «Free Libya». Del leader nessuna traccia oggi, all’indomani del suo furibondo e disperato discorso in cui, per oltre un’ora ha condannato e minacciato. Ha promesso una lotta senza confine e garantito che non se ne andrà e lotterà fino all’ultima goccia di sangue.

FAMIGLIA GHEDDAFI IN FUGA Circolano invece le prime voci sulla possibile fuga di membri della sua famiglia. È stata segnalata la presenza di Aisha Gheddafi, l’unica e amata figlia del rais, su un volo che oggi ha chiesto di atterrare a Malta ma che è stato poi respinto. L’aereo della Libyan Airlines nel pomeriggio di oggi era apparso inaspettatamente sui radar a La Valletta e il pilota aveva chiesto il permesso di atterrare, affermando di trasportare 14 passeggeri, in una lunga trattativa alla presenza anche dell’ambasciatore libico a Malta quando, come mossa estrema, aveva comunicato la presenza a bordo di Aisha: le autorità maltesi hanno riferito di aver respinto il volo «per non creare un precedente». Così come anche il Libano ha negato l’autorizzazione per l’atterraggio a Beirut di un aereo privato a bordo del quale era stata segnalata la presenza della moglie di origine libanese di Hannibal Gheddafi, uno dei figli del leader libico Muammar Gheddafi, e altri suoi familiari

OBAMA: “BASTA CON MOSTRUOSE VIOLENZE” 
«Una violenza mostruosa e inaccettabile, che viola ogni standard di normale decenza»: alle cinque della sera di Washington, quando in Libia era mezzanotte, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha usato queste parole per definire quanto sta accadendo nel Paese nordafricano. Nella sua prima dichiarazione da quando la crisi è cominciata, Obama ha detto che la violenza «deve» essere fermata, e ha fatto appello alla comunità internazionale per un intervento coordinato e concordato. Al suo fianco, il segretario di Stato, Hillary Clinton, che – ha annunciato Obama – lunedì sarà a Ginevra per incontrare altri ministri degli Esteri, per valutare un’azione comune. Quanto sta avvenendo in Libia, ha detto Obama, è «offensivo e inaccettabile, e la violenza deve essere fermata ora». «Non è vero», come riferito da alcune fonti in Libia, che ci sono gli Stati Uniti o altri poteri stranieri dietro alle violenze. Semmai è vero il contrario, e cioè che le violenze in Libia sono condotte da persone presenti «nella regione». Quanto sta accadendo in Libia è l’umanissima aspirazione degli esseri umani «ad essere trattati da essere umani». È banalmente questo che in Libia «sta portando al cambiamento», ed è in nome di questo «diritto» che le violenze «devonò essere fermate. Obama nella sua dichiarazione non ha mai fatto il nome di Gheddafi. Ha invece precisato che gli Stati Uniti si stanno coordinando con la comunità internazionale »per mettere a punto una serie di misure appropriate«, ma non ha mai parlato di »sanzionì. Quello lo avevano fatto, in precedenza, sia il portavoce della Casa Bianca, Jay Carey, sia il portavoce del Dipartimento di Stato, Philip Crowley: «Continuiamo a lavorare con l’Onu – aveva detto Carey – e stiamo esaminando una serie di opzioni, comprese le sanzioni». Quali possano essere gli Stati Uniti non lo hanno precisato, ma Crowley nel suo briefing al Dipartimento di Stato non aveva escluso che possano essere congelati i beni di proprietà di Gheddafi o del governo libico. «È tra le opzioni che stiamo prendendo in considerazione» aveva detto. Obama vuole una risposta coordinata. Da un lato è consapevole che Gheddafi è ormai completamente isolato; dall’altro il presidente americano è attento a evitare di dare l’impressione di voler imporre la sua voce. Per questo nella sua dichiarazione ha sottolineato che gli Usa sono al fianco tanto del del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che ieri ha espresso «unanime condanna per la continua violazione dei diritti umani» in Libia. Posizione analoghe – ha ricordato Obama – sono state espresse dall’Unione Europea, dalla Lega Araba, dall’Unione dei Paesi Africani. È il mondo intero che condanna Gheddafi, ma Obama quel nome non ha voluto neppure pronunciarlo. «La nostra priorità in queste ore è stata quella di proteggere gli americani, e di procedere con le evacuazioni necessarie» ha detto il presidente. Ora «l’indecente violenza deve essere fermata».

FOSSE COMUNI A TRIPOLI Decine e decine di fosse scavate, allineate, alcune già coperte con del cemento. A mostrare le immagini di quelle che sembrano essere fosse comuni è un video amatoriale girato ieri a Tripoli e diffuso da ‘Onedayonearth’. Il video mostra le fosse sulla spiaggia antistante il lungomare della capitale libica e tanti uomini al lavoro, in quello che appare come un grande cimitero. Secondo testimoni, la violenta repressione ordinata da Gheddafi contro i manifestanti a Tripoli avrebbe provocato più di mille morti.

UE: “INASPRIRE LE SANZIONI” «C’è forte volontà e unità» tra i 27 paesi della Ue per prendere «ulteriori misure», intese come sanzioni, nei confronti del regime libico. Lo hanno riferito fonti diplomatiche Ue al termine della riunione del Comitato per la politica e la sicurezza dell’Unione europea. Il riferimento è stato fatto dopo una domanda sulla posizione di Italia e Malta che nei giorni scorsi si erano dette contrarie all’ipotesi di sanzioni. Le misure da prendere non sono state ancora individuate, hanno riferito le fonti, ma sulla tempistica oggi si sono fatte considerazioni anche sulla presenza di cinque-diecimila cittadini europei nella Jamjirya.

CLINTON: “GOVERNO TRIPOLI RESPONSABILE” «Il governo libico verrà giudicato responsabile della azioni intraprese» contro i manifestanti anche davanti alla giustizia internazionale. Lo ha oggi detto il segretario di Stato Usa Hillay Clinton, ribadendo che «le violenze sono inaccettabili» oltre alla volontà di lavorare di concerto con le istituzioni internazionali.

WIKILEAKS: “GHEDDAFI HA 32 MLD DI DOLLARI” Sono 32 i miliardi di dollari controllati dal regime di Muammar Gheddafi, inclusi centinaia di milioni investiti in banche americane: questo almeno lo afferma – riporta la Nbc – l’ambasciatore americano in Libia in un cablogramma pubblicato da Wikileaks. Gheddafi è stato avvicinato da Bernard Madoff, l’ex finanziere condannato a 150 anni di carcere per una maxi-truffa da 65 miliardi di dollari, e da Allen Stanford, in prigione per frode, ma ha resistito alle offerte di investire con loro. Il cablogramma è intitolato «Tecnologia del turismo il numero uno della Lybian Investment Authority discute le opportunità per le aziende americane in Libia», e datato 28 gennaio 2010. L’ambasciatore Gene Cretz lo avrebbe redatto dopo un incontro con il numero uno di Lia, il fondo sovrano della Libia che, secondo gli americani, è controllato dal regime di Gheddafi.

FIGLIA GHEDDAFI NON PIÙ AMBASCIATRICE ANTI HIV Aisha Gheddafi, figlia del leader libico Muammar, non è più ambasciatrice di buona volontà per le Nazioni Unite. Il Palazzo di Vetro ha messo un termine alla collaborazione con la Gheddafi, incaricata di seguire i dossier per la lotta all’Hiv e per lo sviluppo. «In seguito ai recenti eventi – ha detto il portavoce Onu Martin Nesirky – il programma dell’Onu per lo sviluppo ha messo fine all’accordo con la signora Gheddafi, secondo l’articolo 30 del regolamento per la nomina degli ambasciatori di buona volontà e per i messaggeri della pace». Nesirky ha precisato che l’Onu non versava alcun compenso alla figlia del Colonnello, che oggi si trovava a bordo di un aereo cui è stato impedito di atterrare a Malta.

SAADI GHEDDAFI: “MIO PADRE UN GRANDE VECCHIO” Il colonnello Muammar Gheddafi avrà sempre un ruolo di ‘grande vecchiò in qualunque regime. È quanto sostiene il figlio al-Saadi Gheddafi. In una intervista esclusiva al Financial Times da Tripoli, il figlio del colonnello ha detto che la rivolta in Libia è stata «un terremoto positivo» che ha scosso la vecchia guardia soffocante del Paese e ha aperto la strada per una riforma ritenuta necessaria. Al-Saadi si dice poi convinto che il nuovo regime includerebbe comunque anche il colonnello. «Mio padre rimarrebbe come ‘grande vecchiò che dà consigli», ha detto al Financial Times. E ha poi aggiunto che i poteri amministrativi diretti dovrebbero essere consegnati alla nuova generazione. Lo stesso ha poi detto che il fratello, Seif al-Islam, sta lavorando a una nuova Costituzione e che presto farà un annuncio anche se non ha fornito ulteriori dettagli.

UE “PRONTI A CRISI UMANITARIA”  La Commissione europea è «preoccupata» per la situazione in Libia e si prepara ad affrontare un’eventuale crisi umanitaria. «Non ci troviamo ancora di fronte» a questo caso, ha detto un portavoce dell’esecutivo Ue, «ma questo non vuol dire che non siamo preoccupati, perchè la situazione è molto instabile ed evolve in continuazione». «Per il momento cinquemila tunisini e libici sono arrivati alla frontiera con la Tunisia», ha detto Raphael Brigandi, portavoce della commissaria agli Aiuti umanitari, Kristalina Georgieva, precisando di non avere ancora informazioni sugli arrivi di rifugiati in Egitto. «Noi non abbiamo ancora sbloccato i fondi – ha poi aggiunto il portavoce – e lo faremo quando saranno state individuate le necessità».

A ROMA E LONDRA SVENTOLANO BANDIERE PRE-GHEDDAFI Sul cancello dell’entrata dell’ambasciata libica a Roma ora sventola la bandiera rosso, nero e verde con la mezzaluna al centro della Libia pre-Gheddafi. Il vessillo è stato collocato da alcuni manifestanti staccatisi dalla protesta organizzata di fronte alla sede diplomatica di via Nomentana e saliti sul cancello dell’ambasciata per sostituire l’attuale bandiera verde della Libia con quella del periodo precedente all’arrivo del colonnello. «La bandiera di Gheddafi» è stata bruciata dai manifestanti al grido di «Libia Libera, Libia libera». I manifestanti, dopo aver issato il vessillo della Libia pre-Gheddafi, hanno urlato a gran voce «Ecco la bandiera della Libia democratica, quella di re Idriss el-Senussi». Poi, tutti insieme hanno intonato slogan contro il colonnello, gridando: ‘Il sangue dei martiri non sarà lavato se non con la morte di Gheddafì. «Ora abbiamo raggiunto lo scopo della nostra manifestazione, abbiamo issato la vera bandiera della Libia» ha detto uno dei militanti. E tutti i dimostranti, almeno un centinaio, hanno inveito contro «l’ambasciatore assassino in Italia, servo di Gheddafi».
Come a Roma oggi anche a Londra sull’ambasciata libica sventola la bandiera della Libia pre-Gheddafi. La bandiera della Jamayiria è stata ammainata da un manifestante che ha dato la scalata all’edificio della missione a Knighstbridge e il cui gesto è stato applaudito dalla folla sottostante. L’inviato della Cnn in Libia, Ben Wedeman, ha riferito con un messaggio via Twitter che l’Est della Libia è costellato di bandiere libiche verde-rosso-nero pre-Gheddafi. Secondo quanto annunciato da una radio anti-Gheddafi, «per il regime è cominciato il conto alla rovescia».

“MERCENARI SPARANO A VISTA E STUPRANO” «Fate qualcosa, fate qualcosa, non state lì a guardare, ad aspettare. Il milione di abitanti di Tripoli sono ostaggio di Gheddafi, sono rintanati in casa terrorizzati perchè l’ordine dato ai miliziani e ai mercenari è di sparare a vista su qualsiasi cosa si muova. Nessuno osa uscire anche perchè ormai i casi di stupri sono sempre più frequenti». Parla con la voce strozzata Kamal Al Marash, giornalista indipendente esule a Parigi che passa la giornata al telefono per raccogliere notizie dalla sua citt…, riuscendo ogni tanto a prendere la linea. «Tripoli è in pericolo, dice all’ANSA, se Gheddafi sperava che l’appello »a chi mi ama« di scendere in strada per »snidare i ratti« che vogliono spodestarlo, si sbaglia: le strade della citt… sono quasi deserte oggi a parte qualcuno che sbandiera il suo ritratto. Il suo discorso è quello di un pazzo, di uno che ha perso la testa, che non vede la realt… del paese e si Š chiuso nella logica del terrore, le minacce di massacri sono terribili. Ma è alla fine, qualche giorno, forse qualche settimana, poi croller….» «Altro che ratti al soldo di potenze straniere, altro che complotto da fuori – rincara – è il popolo che è esploso, ormai tutte le tribù si sono schierate con noi, vogliamo tutti che Gheddafi cada, che se ne vada, che lasci il potere. Ci riusciremo perchè i libici delle citt… liberate dell’est marceranno su Tripoli e sar… lui allora a doversi nascondere mentre noi cercheremo di snidarlo». A Tripoli «la gente soffre da giorni, nelle case scarseggiano le provviste, il latte per i piccoli, hanno minacciato di tagliare l’elettricit…, il pane. Quando qualcuno osa uscire per fare la fila ai negozi di alimentari, ai panifici, torna con il cuore in gola, di corsa. I miliziani e i mercenari che non esitano più a stuprare le nostre sorelle, le nostre madri, hanno l’ordine di sparare a vista su qualsiasi cosa si muova. Chi viene ritenuto colpevole di dissidenza viene torturato senza piet…. E da ieri, da quando il rais ha detto »vi staneremo casa per casa«, la paura è ancora più drammatica». «Scrivetelo, ditelo al mondo, agli italiani. Dite ai vostri governi di fare di più, di prendere posizioni più energiche, di non lasciare questo pazzo distruggere il nostro paese».

PROFUGHI: “SU DI NOI VIOLENZE E UMILIAZIONI” Fino a 10.000 in fuga dalla Libia in fiamme sono passati fino ad oggi attraverso la linea di frontiera tra Tunisia e Ras Jedir, a pochi chilometri dalla città di Ben Guerdane. È la stima di Mouldi Ajji, della Mezzaluna rossa tunisina, che ha montato un campo con un piccolo ospedale mobile per gli interventi chirurgici e una farmacia. E chi torna parla di violenze e umiliazioni subite. I feriti hanno per lo più lesioni da arma da taglio, per aggressioni e rapine subite da uomini in abiti civili. Milizie di Gheddafi, dice qualcuno. O forse semplici criminali. Ahmed, egiziano, viene da Zuwarah, città costiera poco distante dal confine. «Lì c’è la guerra – racconta – sentiamo spari, i posti di polizia sono stati incendiati». Ai posti di controllo lungo la strada, aggiunge, «ci hanno prelevato carte sim e memory card», perchè nemmeno un’immagine uscisse dal Paese. Ma vi sono testimoni che raccontano di corpi abbandonati lungo le strade. I comitati popolari di Gheddafi, ha raccontato a Le Quotidien Mahdi, originario di Zarzis e impiegato a Tripoli, «ci hanno fatto subire perquisizioni umilianti e continue. Ci hanno fatto inginocchiare e ci hanno picchiati con i calci delle armi. Hanno preso tutto il nostro denaro ed i nostri beni». Belgacem, meccanico a Misurata, dice che «gli stranieri sono particolarmente presi di mira. Tunisini ed egiziani sono accusati di essere all’origine della rivoluzione in Libia». Un falegname, in Libia da due mesi, se la prende con l’Occidente e in particolare, con «Sarkozy, Berlusconi e Obama, e gli altri che non pensano che agli interessi economici dei loro Paesi a scapito di tutti i valori umanitari». E la signora Clinton, aggiunge, ha parlato troppo tardi «del bagno di sangue e delle centinaia di vittime». «I libici sono armati fino ai denti – ha raccontato a Les Temps Zakaria, un ingegnere sbarcato all’aeroporto di Tunisi – Girano per strada armati come cowboy. Sono stato minacciato sulla strada per l’aeroporto. Ho rischiato di morire ad ogni istante. E, in più, sono stato più volte intimidito dalle perquisizioni che ho dovuto subire». La maggior parte di chi attraversa il confine terrestre viene da Tripoli e Zuwarah. Quelli della capitale sono rimasti chiusi dentro le case, in attesa di poter partire. Hanno sentito spari, ma visto poco. Molti preferiscono non parlare, temono per l’incolumità di parenti e amici rimasti in Libia. A giungere a Ras Jedir sono soprattutto tunisini che lavorano in Libia, ma anche algerini, egiziani e marocchini. Hanno pochi bagagli con sè, sperano di poter tornare. Abituati a vivere di fiorenti scambi, anche di contrabbando, con il vicino libico, ora gli abitanti di Ben Guerdane aiutano quanti raggiungono la frontiera. Offrono da mangiare, il trasporto gratis fino a Ben Guerdane e poi con gli autobus, forniti anche dall’ufficio dei tunisini all’estero, verso altre città. Poco lontano c’è un campo militare, sono state montate tende per ospitare circa 200 egiziani che non sanno dove andare. Ci sono anche libici, a passare la frontiera, ma non per fuggire. Sbrigano qualche affare e poi tornano, oppure vengono in Tunisia per curarsi. Per loro, non vi sono problemi in Libia. Tunisair, la compagnia aerea tunisina di bandiera, ha organizzato per oggi sette voli per il rimpatrio di altri 1.500 connazionali. Per altri 1.400 è stato predisposto un traghetto passeggeri che partirà domani per il porto libico di Bengasi

22 TURISTI PARTITI DA BOLOGNA BLOCCATI A SEBHA Da ieri 22 turisti italiani, partiti il 14 febbraio scorso da Bologna per un tour della Libia, sono in un albergo a Sebha, città del sud, e aspettano un aereo che li riporti a casa. «Stanno bene, non corrono rischi ma non sanno quando l’unità di crisi della Farnesina li farà rientrare. E i loro parenti sono preoccupati», ha spiegato all’ANSA Sergio Bottigiani, titolare dell’agenzia bolognese Arteviaggi che ha organizzato il tour. Nel gruppo di turisti (tutti adulti) 14 sono di Bologna, due di Reggio Emilia, tre di Rovigo, uno di Padova e due di Lecco. Il rientro era previsto il 28 febbraio. Fin dall’inizio del viaggio, ha assicurato l’agenzia, sono stati seguiti dal corrispondente libico di Arteviaggi. Lo stesso che tiene i contatti con l’ambasciata e con la Farnesina. Nei giorni degli scontri più cruenti, gli italiani erano nell’area desertica dell’Acacus. Ieri mattina, come ha raccontato Bottigiani, hanno avuto disposizioni dall’unità di crisi perchè andassero a Sebha (sede di un aeroporto internazionale), da cui in serata avrebbero preso un volo per Tripoli e poi un altro per l’Italia. Ma da lì non sono mai partiti. Per tutto il giorno nell’agenzia di via Frassinago c’è stato un via vai di parenti e amici dei turisti. «Non riescono a contattarli se non con sms saltuari, e sono un pò nervosi», ha riferito Bottigiani. Che ha aggiunto: «Immagino che in questo momento non sia semplice muoversi e che servano permessi, ma vorrei che la Farnesina ci facesse sapere qualcosa. In fondo i francesi hanno mandato un aereo direttamente a Sebha per far rientrare i propri connazionali, e la stessa cosa ha fatto la Tunisia». Il suo dubbio è che, «visto che non sono in pericolo e che la situazione a Sebha è più tranquilla rispetto a Tripoli, il volo venga posticipato il più a lungo possibile». Secondo Bottigiani invece, l’aereo potrebbe decollare da Sebha direttamente per l’Italia, evitando la capitale.

AL QAIDA COSTITUISCE EMIRO ISLAMICO Nel frattempo sembra che a Derna, nell’est del Paese, si sia costituito, per mano di Al Qaida, un emirato islamico: lo ha affermato il viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, incontrando i diplomatici dell’Ue. «Al Qaida ha costituito un Emirato a Derna, diretto da Abdelkarim Al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo», ha detto Kaim, convinto che il network di Osama bin Laden prefiguri uno scenario «alla talebana» in Libia. Al Qaida avrebbe poi un altro responsabile, il ‘numero due’ dell’Emirato, Kheirallah Baraassi, che si è stabilito ad al Beida. Il gruppo, ha continuato il viceministro incontrando gli ambasciatori dei Paesi dell’Ue, avrebbe disposto l’obbligo del burqa per le donne e avrebbero ucciso chi si rifiuta di collaborare.

PILOTI NON SPARANO, AEREO SI SCHIANTA Secondo il giornale libico Qurina un aereo militare libico si è schiantato nei pressi di Bengasi dopo che il suo equipaggio ha abbandonato il velivolo. I piloti si erano rifiutati di eseguire l’ordine di sparare, aggiunge il giornale citando una fonte militare. Nella sua versione online, il giornale libico Qurina, citando come fonte un colonnello di una base aerea nei pressi di Bengasi, riferisce che il capitano Attia Abdel Salem al Abdali e il suo vice Ali Omar Gaddafi si sono ammutinati: dopo essersi rifiutati di eseguire l’ordine di sparare si sono lanciato con il paracadute dal Sukhoi-22 di fabbricazione russa. L’aereo, che era partito da tripoli, è precipitato nei pressi della città di Ajdabiya, 160 chilometroi a sud-ovest di Bengasi.

BERLUSCONI: “BASTA BAGNA DI SANGUE, MA ATTENTI AL DOPO” Basta alla inaccettabile violenza che ha superato ogni limite ma anche massima allerta per un quadro imprevedibile che potrebbe degenerare in una deriva fondamentalista ad alto rischio per chi come l’Italia, è esposta a potenziali e biblici flussi di migranti e dovrà comunque far tornare i propri conti energetici. La Libia di Gheddafi, passata nel giro di pochi giorni da partner privilegiato a focolaio di pericolosa instabilità, allarma il governo che è pronto, «nell’interesse nazionale», a collaborare con «tutte le forze di opposizione che si renderanno disponibili». «È importante che non ci siano violenze ma dobbiamo anche essere attenti a quello che accadrà dopo, quando saranno cambiati questi regimi con cui noi trattiamo e che sono per noi importanti per la fornitura di energia»: il premier Silvio Berlusconi guarda già al futuro, e mette in guardia contro «derive che recepiscano un dogmatismo antioccidentale del fondamentalismo islamico». Ma i rischi, in questa crisi molto più che nei casi di Egitto e Tunisia, sono a 360 gradi, e le risposte difficili da dare, se non entrano in campo compattamente le grandi istituzioni internazionali, Europa in primis. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, riferendo in Aula, prima alla Camera e poi al Senato, elenca i dossier chiave, chiede che cessi immediatamente «l’orribile bagno di sangue» che ha provocato «verosimilmente più di mille morti», chiede all’Ue «un cambio di passo» che comprenda, attraverso Frontex, anche il controllo della gestione dei flussi migratori« che potrebbero portare sulle coste italiane dalle 200 alle 300 mila persone e ritiene necessaria una »consultazione permanente di tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, che si renderanno disponibili« dinanzi a una situazione »complessa, delicata e potenzialmente drammatica« in Libia e nel Mediterraneo. L’ »interesse nazionale« evocato dal titolare della Farnesina, si declina su più fronti. E se l’interruzione delle forniture di gas dalla Libia »è una conseguenza che l’Italia può sostenere« grazie alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento – Algeria, Azerbaijan, Russia, Golfo – , l’impatto sarà duro per il settore delle infrastrutture, con le imprese italiane che nel Paese nordafricano hanno interessi per 4 miliardi di euro. Il dramma vero potrebbe essere quello dell’immigrazione, ricorda il capo della diplomazia italiana. E su questo punto non fa sconti all’Europa: l’assenza di una risposta unica, un no alla condivisione dell’emergenza con i Paesi più esposti come Italia, Grecia, Malta, significherebbe »il crollo, la distruzione della solidarietà europea, la fine delle politiche europee come le abbiamo conosciute negli ultimi 50 anni«. Frattini rivendica la »linea di continuità« seguita dai governi italiani dall’inizio degli anni ’90 verso »un Paese che occupa una posizione strategica nel Mediterraneo«. A chi, da destra e da sinistra, chiede una denuncia del Trattato di Amicizia e cooperazione italo-libico firmato nel 2008, risponde Umberto Bossi. »Non esageriamo«, afferma il leader della Lega. E, a proposito della realizzazione della costosissima autostrada costiera voluta da Gheddafi e inclusa nel Trattato, il Senatur osserva: »sull’autostrada passano i camion italiani, e poi chi lo porta il petrolio?«. L’opposizione, dal canto suo, non chiude la porta, alla collaborazione con l’esecutivo di fronte all’emergenza libica. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ricorda al governo che non può limitarsi »ad assistere alla strage«. E Anna Finocchiaro, capogruppo Pd a Palazzo Madama sottolinea la »parziale correzione di rotta del governo« dopo la politica del ‘non disturbare Gheddafì, ma chiede »che sia lo stesso premier al proporre al Parlamento le linee d’azione di una nuova politica estera«. Massimo D’Alema, presidente del Copasir, spiega che occorre »offrire un sostegno al processo di democratizzazionè. E, sui rapporti che i governi italiani hanno avuto con Gheddafi, precisa: «Io non avevo rapporti con lui ma con la Libia e questo corrispondeva agli interessi che aveva il nostro Paese». Intanto proseguono le operazioni di rimpatrio degli italiani residenti in Libia. Dei circa 1.500 connazionali, 800 sono stati finora riportati nel nostro Paese anche grazie ai voli speciali Alitalia organizzati e finanziati dall’Unità di Crisi. Per evacuare gli italiani – circa 180 – dalle zone come Bengasi e Misurata, dove gli aeroporti sono inagibili, sono state mobilitate due navi della Marina militare già arrivate davanti alla costa libiche e che potrebbero imbarcare anche altri cittadini europei


fonte:leggo                    

LIBIA: OLTRE DIECIMILA MORTI, FAMIGLIA GHEDDAFI IN FUGA. FOSSE COMUNI A TRIPOLI VIDEOultima modifica: 2011-02-24T06:35:18+01:00da michelepositano
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