Quei segreti a doppio taglio. Tutti i messaggi che hanno messo in subbuglio le diplomazie

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Dieci giorni fa il sito di Wikileaks ha iniziato a pubblicare i 251,287 cablogrammi riservati, in pratica email governative, inviati da 274 ambasciate e consolati americani al Dipartimento di stato di Washington dal 1966 ai primi mesi del 2010 (la gran parte dei cable però è degli ultimi sei anni). Nessuno di questi dispacci è classificato “top secret”. Soltanto 15.652 documenti sono “segreti”, 101mila sono “riservati”, il resto “non riservati”. Sono relazioni, rapporti, analisi che rientrano nella tradizionale attività informativa svolta dai diplomatici in missione all’estero. Sono valutazioni dei funzionari, notizie ricevute da fonti riservate e aperte. I cable del Dipartimento di stato, copiati su un cd di Lady Gaga dall’analista dell’intelligence americana Bradley Manning (ora in carcere), sono stati anticipati a quattro giornali internazionali in modo da garantire all’operazione trasparenza di WikiLeaks il maggior impatto mediatico possibile. Quasi tutto quello che sappiamo lo dobbiamo alle sintesi fatte da Der Spiegel, El Pais, Le Monde e Guardian (che ha girato i cable al New York Times). Alcune testate come il Wall Street Journal e la CNN, hanno rifiutato i documenti e le condizioni di pubblicazione poste da Julian Assange. Sul sito di WikiLeaks – chiuso, riaperto, oscurato e ora rilanciato da centinaia di blog fiancheggiatori – i dispacci pubblicati sono soltanto 960. Se ne parlerà ancora

Politica estera americana – Che cosa dicono i cable
Iraq, Afghanistan, Yemen, Iran, Corea, Russia, Cina, Europa, Nazioni Unite, terrorismo, energia non c’è questione geostrategica, di politica estera e di sicurezza nazionale americana che i cable di Wikileaks non affrontino. Si tratta della più completa, dettagliata e franca analisi politica, sociale ed economica, naturalmente scritta alla luce degli interessi nazionali americani, dei problemi interni ed esterni dei paesi alleati o nemici degli Stati Uniti. I cable svelati da WikiLeaks hanno creato problemi seri. In Italia hanno contribuito a far precipitare ulteriormente la già delicata situazione politica, indebolendo Silvio Berlusconi, il ristretto giro di consiglieri (Gianni Letta, Gian Piero Cantoni, Valentino Valentini) e coinvolgendo in polemiche giornalistiche l’Eni.

Altrove non è andata meglio. Il capo di gabinetto del ministro degli Esteri tedesco è stato costretto a dimettersi per aver passato notizie riservate agli americani. I russi sono inferociti per essere stati definiti «uno stato mafioso» e molto altro. Anche francesi, inglesi e tedeschi non sono contenti per i giudizi irriverenti nei confronti dei loro leader. I cinesi hanno inasprito la censura, anche per non far sapere che da tempo ragionano con gli americani di unificazione delle due Coree. I vertici delle Nazioni Unite sono indignati per l’attività spionistica americana nei loro confronti. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto che i documenti sono falsi. I leader dei paesi arabi non sanno come giustificare le richieste agli americani di usare la forza contro il nucleare iraniano. Il doppio gioco pakistano, la corruzione del governo afghano, l’aiuto antiterrorismo yemenita hanno fatto meno scalpore. Solo gli israeliani sono contenti, perché i rapporti della diplomazia americana confermano la pericolosità degli ayatollah iraniani, svelano i legami internazionali (Siria) e i traffici di armi (Nord Corea) del regime di Teheran e certificano che non sono gli unici nella regione, tutt’altro, a premere sugli americani affinché risolvano la questione una volta per tutte.
Oltre alle solite accuse di lottare internamente contro al Qaeda e di finanziare all’estero le attività terroristiche, di ingerire in modo nefasto al pari degli iraniani negli affari iracheni e di chiedere agli americani di tagliare di netto la testa al “serpente” iraniano, i sauditi si devono difendere anche da un dispaccio del 2009 da Gedda che racconta i festini a base di alcol, droga e sesso, severamente vietati nel regno, dei membri della famiglia reale saudita.

Cosa non dicono i cable
I documenti di WikiLeaks hanno avuto un impatto minore negli Stati Uniti, dove la grande questione è la difesa nazionale, la violazione del segreto di stato e la vulnerabilità del sistema di sicurezza, non il contenuto dei dispacci. Al contrario dei Pentagon Papers che, nel 1971, svelarono all’America come varie amministrazioni democratiche e repubblicane avevano mentito all’opinione pubblica sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Vietnam e sull’estensione delle attività belliche in Cambogia e Laos, i cable di WikiLeaks confermano che la politica estera degli Stati Uniti coincide esattamente con quella condotta nelle segrete stanze dai suoi diplomatici dislocati sul campo. WikiLeaks, paradossalmente, mostra come l’America sia un paese tutto sommato trasparente, contrario ai doppi giochi e capace di dire quello che pensa e di pensare quello che dice. I documenti rubati dai server di Washington, infatti, non contengono grandi novità, né notizie sconvolgenti. Niente che non sia stato detto formalmente dalla Casa Bianca o che che non sia stato già anticipato dai giornali, a dimostrazione che la vecchia, debole e tanto vituperata stampa continua a saper fare il suo mestiere. Eppure è enorme l’imbarazzo per l’amministrazione Obama, per i diplomatici coinvolti, per le fonti ormai non più riservate e per i paesi, spesso alleati dell’America, raccontati con una certa supponenza. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha subito spiegato e messo nel contesto le rivelazioni di WikiLeaks: «I rapporti dal campo inviati a Washington sono informazioni schiette e spesso incomplete. Non esprimono la politica americana e non sempre formano le decisioni finali dell’Amministrazione».

Italia e Eni – Le accuse nei cable
I dispacci che contengono la parola Berlusconi sono 652, ma finora ne conosciamo soltanto una manciata. A mano a mano che WikiLeaks li metterà online riprenderà il flusso di indiscrezioni, valutazioni e giudizi americani su Berlusconi. Sapremo anche che cosa pensavano gli Usa del governo Prodi.
I cable americani sono ricchi di particolari sul suo stile poco ortodosso di gestire il governo del paese, sul suo preferire i divertimenti privati alle questioni di Stato, sul suo cattivo stato di salute. Il ritratto di Berlusconi fatto dai diplomatici americani di stanza a Roma è devastante: segue scandalo per scandalo, festino per festino, conflitto di interessi per conflitto di interessi la parabola al potere del presidente del Consiglio. I dubbi degli americani sono tanti, a cominciare dal sospettoso rapporto privilegiato con Vladimir Putin, gestito autonomamente dai due leader, senza intermediazione del corpo diplomatico, tutt’al più con personaggi che agiscono nell’ombra come il consigliere (e deputato) Valentino Valentini. I rapporti con la Russia sono l’argomento che agli americani interessa di più, per le implicazioni geostrategiche ed energetiche (South Stream contro Nabucco) che in realtà risalgono al governo Prodi, anche se un cable da Roma le imputa addirittura all’egemonia culturale della sinistra comunista, capace di far digerire il suo pregiudizio pro-Mosca a un’intera nazione. Nei cable da Roma si rilancia il sospetto che dietro il rapporto tra Berlusconi e Putin in realtà ci siano interessi personali, attività private, operazioni commerciali. L’ambasciatore della Georgia ha raccontato, si legge in un cable, della promessa di Putin a Berlusconi di una «percentuale su ogni oleodotto sviluppato da Gazprom in coordinamento con l’Eni». Il governo georgiano, però, ha smentito allo Spiegel sia di avere tale informazione sia di esserne la fonte.

La difesa negli stessi cable
I dispacci su Berlusconi si possono leggere in un altro modo, magari fino in fondo. Intanto sono gli stessi cable dell’ambasciata Usa a Roma (gennaio 2010, a firma Elisabeth Dibble) a smentire che l’Eni sia uno strumento al servizio degli interessi personali di Berlusconi, come da accusa di questi giorni: «L’Eni spesso appare dettare la politica energetica del governo italiano», scrive la Dibble.
A leggere ineramente i cable, l’analisi completa firmata dai diplomatici statunitensi è diversa: la tentazione di sganciarsi da Berlusconi è forte – scrivono i diplomatici – viste le gaffe, l’eccessiva autonomia e un certo goffo protagonismo internazionale, ma liquidarlo come un personaggio poco serio sarebbe un errore, non solo perché ha seguito nel paese e continuerà ad averlo, ma soprattutto perché quando viene coinvolto si dimostra un alleato affidabile, capace di prendere posizioni politiche anche impopolari, ma in linea con quelle americane, dall’impegno in Afghanistan, all’adesione della Turchia nell’Unione europea. Questa posizione, prima del vistoso abbraccio post WikiLeaks di Hillary Clinton, è stata espressa formalmente almeno un paio di volte da Barack Obama, in occasione degli incontri con Berlusconi per i quali erano stati preparati proprio i cable di “critica” al presidente del Consiglio.

Quanto alla Russia, gli americani imputano a Berlusconi di voler fare da mediatore tra Mosca e l’Occidente, mediazione di cui loro non hanno alcun bisogno anche perché, nel frattempo, Obama ha deciso di scendere a patti con i russi (“reset”, ritiro del piano di difesa missilistico europeo, trattato di riduzione delle testate nucleari, collaborazione Nato), cambiando la politica antagonista del secondo mandato di Bush e sovrapponendosi alle velleità berlusconiane. La questione energetica è decisiva. L’accordo con i russi per il gasdotto South Stream, mal visto dagli americani, è stato siglato anche dai francesi e, nella versione settentrionale, anche dai tedeschi (l’ex cancelliere Gerard Schroeder è stato assunto da Putin per presiedere North Stream).

fonte:sole24ore             

Quei segreti a doppio taglio. Tutti i messaggi che hanno messo in subbuglio le diplomazieultima modifica: 2010-12-09T09:49:58+01:00da michelepositano
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