RANIERI: UN REGISTA IMMENSO-GREGGIO:SALUTA SORDI E TOTÒ

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È immenso il dolore del mondo del cinema, ma non solo, per la morte di Mario Monicelli, suicidatosi ieri alle 21 gettandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni a Roma. Tante le dichiarazioni d’affetto e i ricordi dei personaggi dello spettacolo, della cultura e della poltica.

RANIERI: «REGISTA IMMENSO» «Ho amato molto il cinema meraviglioso di Mario Monicelli, invidiatoci da tutto il mondo: era un immenso regista e uomo di cinema». Così Massimo Ranieri ricorda il cineasta che si è tolto la vita ieri sera a Roma, al’età di 95 anni. Ospite di Unomattina per il lancio di Filumena Marturano, in onda stasera su Raiuno in prima serata, Ranieri ha ricordato quanto fosse «’difficile lavorare con Monicelli», poi ha concluso: «È una di quelle persone che non ci lasciano».

GREGGIO: «SALUTACI TOTÒ, MANFREDI E SORDI»  «Mario ci mancherà troppo. Lo abbiamo provato varie volte: la gente, il pubblico lo adorava. Io lo veneravo come tante persone che fanno il nostro mestiere. La sua arguzia, la sua ironia erano uniche». Sono parole di Ezio Greggio, in questi giorni impegnato con il Monte Carlo Film Festival del quale Mario Monicelli è stato presidente ad honorem del comitato artistico. «Ci ha dato una grande mano a far decollare il festival -aggiunge Greggio-. Veniva alle riunioni, alle conferenze, a molte edizioni. Era il suo modo di ricambiare il grande affetto che avevo per lui. Non riuscivo a vederlo come una persona normale: quando parlava vedevo i suoi attori sempre attorno a lui. Deve aver capito che non ce la faceva più a girare film, la cosa più importante della sua vita e ha deciso di uscire di scena con il coraggio che viene a chi è disperato e la dignità di chi sa che non può più sognare e far sognare. Ciao Mario, salutaci Totò, Sordi e Manfredi».

ZINGARETTI: «GRANDE DOLORE» «Provo un grande dolore. Non conosco i motivi che lo hanno portato a compiere questo gesto, ma con Mario Monicelli perdiamo non solo uno dei più grandi registi, ma anche un grande italiano che con la sua arte ha portato lustro al nostro Paese. Voglio esprimere ai familiari le più sentite condoglianze in questo momento di dolore. Addio Maestro». Lo afferma in una nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.

VANZINA: «È USCITO DI SCENA UN UOMO DI CINEMA» «È uscito di scena da uomo di cinema, cioè con un colpo di scena». Così a CNRmedia il regista Carlo Vanzina ricorda Mario Monicelli. «Gli ho fatto da aiuto regista in 7 film -racconta Vanzina- quindi per me è un pezzo di vita e di insegnamento che va via. Quello che so l’ho imparato da lui. Era un uomo che non avrebbe amato sentire frasi sentimentali perchè aveva questo modo ruvido e anche scanzonato e disincantato di affrontare la vita, tutto mi sarei aspettato da lui tranne che il suicidio anche se poi in realtà non potevo pensare a Monicelli come una persona che si sarebbe lentamente spenta, magari a causa di una malattia che l’avrebbe privato di lanciare quegli aforismi, quelle battute fulminanti che sapeva dire solamente lui». «Da piccolo ha trovato il padre agonizzante in bagno, morto suicida anche lui -prosegue Vanzina- e questo evento evidentemente l’ha provato e in parte è stata la componente del suo atteggiamento mai sentimentale, molto brusco, che però nascondeva chiaramente una persona molto sensibile, alla quale invece le testimonianze d’affetto facevano piacere». «Ha raccontato gli italiani nel modo più vero, li ha fatti diventare eroi da cialtroni e viceversa, questo animo italico che si sa adattare, piegare, vendere, svendere ma che poi nei momenti importanti, come i due cialtroni de ‘La grande guerrà, viene fuori questo orgoglio italiano, questa specie di coscienza, di riscatto, di catarsi di personaggi che sono anche arrivati a toccare il fondo ma che sanno sempre risalire. Ogni volta che vado sul set e giro un film -conclude- non posso non pensare a lui, rimarrà sempre dentro me, nei miei pensieri, nel mio lavoro».

SANDRELLI: «GESTO DI LIBERTÀ» «Di Mario potrei dire mille cose, anche solo perchè era di Viareggio come me, ci mancherà tanto», così Stefania Sandrelli commenta la tragica morte di Mario Monicelli con cui ha fatto tre film ‘Brancaleone alle crociate«, »Speriamo che sia femmina« e »Il male oscuro«. Raggiunta telefonicamente dall’ANSA mentre è in viaggio per raggiungere il set del suo ultimo lavoro con Ricki Tognazzi, ‘Tutta colpa della musica», la Sandrelli preferisce affidare il ricordo ad un piccolo scritto: «Oggi come nella commedia all’italiana, grande genere del cinema di Monicelli, per me prevale il dramma, anche se, conoscendo Mario, questo per lui è stato un estremo gesto di libertà di anticonformismo , di curiosità. Nelle sue certezze ferree c’era il dubbio, nel suo sorriso sempre più compassione. Mario è stato un pò come Capannelle della banda dei Soliti Ignoti, ha fatto il buco per stupirsi nel trovare al di là tutti i suoi amici».

 

fonte:leggo

Grave lutto nel mondo del cinema italiano. Il regista 95enne Mario Monicelli, maestro della commedia (suoi gli immortali Guardie e ladri, I soliti ignoti, L’armata Brancaleone e Amici miei), si è suicidato lanciandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma. Monicelli, che era ricoverato al reparto di urologia per una grave malattia, si è buttato poco prima delle 21, inutili sono stati i tentativi di soccorso da parte degli operatori.

VERSO LA MORTE NESSUNA PAURA Mario Monicelli, vista l’età, era stato l’involontario destinatario di tante telefonate post mortem di amici e colleghi da parte dei cronisti alla ricerca di un suo autorevole commento a caldo. Va detto che il regista – che si è tolto la vita ieri sera a 95 anni – non si rifiutava mai, quasi la morte riguardasse gli altri ma non lui. Il problema, casomai, era il contrario: impedirgli di dire le più amare verità sull’illustre amico appena scomparso, anzi a volte diceva: «Chissà chi mai chiamerete quando sarò morto io?». Quando se ne andò Furio Scarpelli, ad aprile, Monicelli raccontò come si incontrava con lui nella trattoria di Roma ‘Da Otellò: «È sempre stato per noi un modo di vederci, tra sopravvissuti, anno dopo anno, sempre meno numerosi, ma in fondo con la stessa voglia di vivere e la stessa curiosità per il mondo che cambia». Alla morte, invece, del direttore della fotografia Tonino Delli Colli, nel 2005, aveva sottolineato, forse immedesimandosi, come fosse «un uomo molto laico (proprio come lui, ndr) che non aveva paura della morte, nonostante non credesse nell’aldilà». Insomma la morte non faceva paura a Monicelli, e ci scherzava su come poteva. Per lui contava, invece, molto di più «il fatto di dire la verità, sempre e comunque, su quello che ci circonda», una verità che valeva anche per chi appunto era appena scomparso. Così di Nino Manfredi aveva detto, con la sua solita, cinica ironia, che era troppo preciso e voleva controllare tutto, mentre da lui parole più ‘amabilì erano arrivate per Alberto Sordi: «Con la sua cattiveria corrosiva, Sordi ha tirato fuori i lati dell’italiano non più servile, ma ribelle, contravvenendo a tutte le regole del comico misero e sfigato».

QUASI UN FILM ALL’ANNO Una vita nel cinema al ritmo di quasi un film all’ anno, quella di Mario Monicelli. Dall’ esordio, giovanissimo, con il film a passo ridotto I ragazzi della via Paal (1934) fino a Le rose del deserto (2006) e la sua ultima opera, il corto della sua carriera ‘Vicino al Colosseo…c’è Montì, in programma fuori concorso alla 65/a Mostra del Cinema di Venezia. Nel primo periodo, che coincide con la collaborazione con Steno e con il lavoro alla bottega di Totò bisogna ricordare: ‘Al diavolo la celebrita« (1949) con Misha Auer; Totò cerca casa (1949), Vita da cani (1950) e Guardie e Ladri (1951) con Aldo Fabrizi, Totò e i re di Roma (1952) e Totò e Carolina. Il secondo periodo del cinema di Monicelli, inaugurato dal melodramma altoborghese ‘Le infedelì del 1953, coincide con la nascita ufficiale della ‘commedia all’italianà. Vi si trovano i suoi primi capolavori, da Un eroe dei nostri tempi con Sordi (1955) a I soliti ignoti (1958) e La grande guerra (1959), Leone d’oro ex-aequo alla Mostra di Venezia. Dopo uno dei suoi film drammatici più riusciti, I compagni del 1963, Mario Monicelli sceglie con successo la via del film a episodi e inaugura anche in questo campo un vero filone. Tra i film da ricordare Boccaccio 70 (1963), Alta infedeltà (1964), Le fate (1966). Nello stesso anno ecco aprirsi un nuovo capitolo della storia cinematografica di Mario Monicelli. Con L’ armata Brancaleone trasforma Vittorio Gassman in divo popolare e dà spazio al suo gusto per la commedia picaresca. Il film va in testa agli incassi e Monicelli si ripete nel 1969 con Brancaleone alle crociate. Intanto propone una nuova svolta della commedia all’italiana presentando Monica Vitti in chiave comica in La ragazza con la pistola del 1968. Con gli anni ’70 il regista viareggino cerca nuove vie al suo talento in film di successo altalenante da La Mortadella con Sophia Loren (1971) a Romanzo popolare (1974) con Ugo Tognazzi. Ed è proprio col comico cremonese che, dal copione di Pietro Germi, Monicelli ritrova il successo nel 1975 in Amici miei con un seguito nell’ 82. Dopo il melodramma Un borghese piccolo piccolo (1977), il felliniano Viaggio con Anita (1979) e il surreale Temporale Rosy (1979), ancora un successo popolare con Sordi: Il marchese del Grillo (1981). Il filone picaresco prosegue tra Bertoldo (1984) e I picari (1987). In chiave colta Monicelli scopre la tv tra Mattia Pascal (1985), e Rossini Rossini del ’91. Ma il successo ritorna con »Speriamo che sia femmina« nel 1986. Gli ultimi film, da »Parenti serpenti« (1992) cui segue Cari fottutissimi amici. Firma, fra gli altri, la mini-serie tv Come quando fuori piove del 2000, partecipa a documentari e iniziative di militanza come Lettere dalla Palestina del 2002, e si concede alcuni cammei come attore (dal ‘Ciclonè di Pieraccioni a Sotto il sole della Toscana). È del 2006 invece il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco.

I PRIMI COMMENTI Il mondo del cinema, e non solo, ha appreso attonito la notizia del suicidio di Mario Monicelli, avvenuta ieri a Roma. E lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo quanto si è appreso, è rimasto profondamente colpito dalla tragedia di Monicelli. E appena appresa la notizia ha cercato di informarsi sull’accaduto. Fabio Fazio nel corso dell’ultima puntata di ‘Vieni via con mè ha dedicato grande spazio al regista e ha detto: «resto perchè voglio rivedere i suoi film». Tra gli attori, Carlo Verdone ha commentato:«è una notizia che mi intristisce molto», così come Michele Placido, con il quale ha interpretato il suo ultimo film ‘Le rose del desertò del 2006, ha detto di non aspettarsi il suicidio, ma ha aggiunto:« bisogna rispettare questa sua decisione». «Quello che fa capire quale sia stata la statura di Mario Monicelli – ha osservato Carlo Lizzani, altro grande regista – è la sua durata nel tempo nella storia del cinema italiano, prima con Steno, poi durante il periodo di Fellini e Antonioni ha continuato la sua opera intervenendo anche sul tessuto sociale con film come ‘Compagnì. Insomma è riuscito sempre a stare al passo con il tempo». «Sono davvero scombussolato – ha sottolineato Giovanni Veronesi, regista, sceneggiatore e attore cinematografico, un pò erede di Monicelli in quanto a spirito toscano – l’avevo sentito poco tempo fa e pur sapendo che era all’ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato». Altrettanto «basito» il produttore Aurelio De Laurentiis:«Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto». Stesso sgomento dal mondo politico: «È una notizia terribile: Monicelli se ne va e ci lascia in modo così doloroso. Era – osserva Walter Veltroni – un uomo straordinario, coi suoi 95 anni portati con aspra ironia, con la voglia di dire ancora qualcosa, con la rabbia e l’autorevolezza di chi, senza volerlo perchè questo era fuori dal suo carattere schivo e scontroso, era considerato da tutti il gran vecchio del cinema italiano». «La notizia del suicidio di Mario Monicelli ci riempie di sgomento e di profondo dolore. Scompare un maestro del cinema italiano, un narratore aspro e vero della nostra Italia», ha commentato Francesco Giro, sottosegretario ai Beni Culturali.

SANITARIO: “ERA STANCO DI VIVERE” «Era stanco di vivere». È quanto riferisce un sanitario uscendo dal reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove ieri sera il regista Mario Monicelli si è lanciato da una finestra togliendosi la vita. La moglie di Monicelli, in giacca nera e pantaloni grigi, è uscita con il volto sofferente e visibilmente provato dalle lacrime, ma con lo sguardo alto, senza dire nulla.

PAZIENTI SOTTO SHOCK Sono ancora sotto shock alcuni pazienti che dal pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Roma hanno assistito ieri sera al primo intervento dei sanitari accorsi alla vista del corpo di Mario Monicelli, che si è schiantato a terra dal quinto piano. Il pronto soccorso si trova infatti a pochi metri dal punto dell’impatto. Una signora, in stato confusionale, non riesce neanche a parlare ricordando quei momenti. Secondo quanto si è appreso, i primi sanitari che sono intervenuti, intorno alle 21, inizialmente non riuscivano a riconoscere il corpo, perchè il regista si sarebbe lanciato a testa in giù. Sul posto è poi giunto anche il questore di Roma, Francesco Tagliente.

IL MAESTRO CAUSTICO Negli ultimi mesi ha abbracciato la protesta dello spettacolo contro i tagli alla cultura, ha incitato i giovani a ribellarsi per un futuro migliore, si è lamentato che il cinema di oggi non riusciva a raccontare l’Italia come è, ma stasera non ce l’ha fatta a guardare al suo futuro. Mario Monicelli si è tolto la vita lanciandosi dall’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato. Era nato il 15 maggio del 1915 a Viareggio, figlio del critico teatrale e giornalista Tommaso e dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa aveva esordito nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore. È stato uno dei padri della commedia italiana, con Dino Risi, Steno, Luigi Comencini. Negli ultimi anni, perchè era un maestro del cinema e per ragioni anagrafiche, gli era toccato l’ingrato compito di commentare i colleghi che se ne andavano: dal Tiberio Murgia, Ferribotte di uno dei suoi capolavori I soliti ignoti, ai grandi sceneggiatori con cui aveva lavorato tante volte, Suso Cecchi D’Amico e Furio Scarpelli e Piero De Bernardi, per citare solo quelli di quest’anno. Monicelli, come era nel suo carattere, rispondeva con arguzia, un pizzico di cinismo, raccontava aneddoti, rifuggiva ogni sentimentalismo per tirare fuori il meno ovvio di ciascuno di loro, così come avrebbe preferito si dicesse di lui stesso. Negli ultimi anni la vena amarognola e caustica di Monicelli più che nei film era venuta fuori nelle sue uscite pubbliche: era stato al Viola Day di febbraio e al primo no B day nel dicembre scorso a Piazza San Giovanni, aveva urlato ai giovani di tenere duro: «viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro. Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà» ed era stato a Montecitorio con i colleghi nel luglio 2009 per protestare contro i tagli al Fus. L’Italia era per lui «una penisola alla deriva». Monicelli non aveva paura di tirare fuori quello che sentiva, senza false diplomazie. Questo era sempre stato il suo carattere e forse a questa verità, dolorosa come il cancro alla prostata che lo aveva colpito, non ha resistito stasera. Una volta – a Venezia nel 2008 – scherzò, ma neppure tanto perchè lui era fatto così: «Non vedo l’ora scompaia De Oliveira. È stato sempre la mia ossessione. È più anziano di me – il regista portoghese è del 1908 ndr – , più bravo di me ed è stato invitato anche a più festival di me». Questo il Monicelli più recente, barricadero, poi il Monicelli che passerà alla storia, il regista della Grande Guerra e dei Soliti Ignoti. Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, si era cimentato per la prima volta con il lungometraggio (Pioggia d’estate) e aveva conosciuto Macario e Totò che lo ingaggerà nella sua squadra di autori, Fece amicizia con Steno, si avvicina ai circoli della sinistra antifascista. Ma poi si arruola (in cavalleria) e attraversa indenne le campagne d’Albania e d’Africa. Nell’autunno del ’43, tornato in Italia, lascia l’uniforme, arriva a Roma, fiancheggia anche la Resistenza insieme all’amico anarchico Comunardo. Erano già i giorni di Roma città aperta, si affermava il neorealismo e ben presto, a Monicelli e Steno richiamati in servizio per Totò dal produttore Carlo Ponti, viene in mente di adattare la maschera del grande comico alle storie di vita che facevano furore. Nasce così nel 1949 Totò cerca casa, esordio ufficiale nella regia sia di Monicelli che di Steno, grandissimo successo e farsa passata alla storia come «una delle più belle parodie del neorealismo mai realizzate». È impossibile ripercorrere tutta la sua carriera, film dopo film, successo dopo successo, con oltre 66 regie e più di 80 sceneggiature. Basti dire che al trionfo dei successivi Vita da cani e Guardie e ladri (premiato a Cannes per l’interpretazione e la sceneggiatura nel ’51) corrispondono i problemi con la censura sia per questo che per Totò e Carolina. Dall’anno successivo cessa il sodalizio con Steno e dal ’54 quello sistematico con Totò. Al ritmo di più di un film all’anno Monicelli approda, nel 1958 ad uno dei successi più limpidi: I soliti ignoti (nomination all’Oscar), l’ultimo film con Totò e il primo con Vittorio Gassman ‘sdoganatò come mattatore comico. Del 1959 è un capolavoro assoluto come La grande guerra (altro film avversato dalla censura e poi trionfatore a Venezia con il Leone d’oro), del 1963 il doloroso I compagni con Mastroianni, del ’66 l’irripetibile invenzione de L’armata Brancaleone. Sono gli anni dell’amicizia con Dino Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all’italiana e dei ‘colonnelli della risatà. Nel 1968 Monicelli inventa Monica Vitti attrice comica per La ragazza con la pistola, nel ’73 ironizza sulle voglia di golpe all’italiana con Vogliamo i colonnelli, nel 1975 raccoglie l’ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei. Molto apprezzato anche in America, riceve ben tre nomination all’Oscar (oltre che per I Soliti ignoti candidato come miglior film straniero, per le sceneggiature de I compagni e Casanova 70). Nel 1977 recupera la dimensione tragica della commedia sceneggiando il libro di Vincenzo Cerami Un borghese piccolo piccolo. Negli annì80, da ricordare, fra i tanti film, Il Marchese del Grillo e l’unanime consenso per Speriamo che sia femmina. Nel 1991, riceve il Leone d’oro alla carriera. L’anno dopo con il feroce Parenti serpenti dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l’acume e la cattiveria di sempre. È del 2006 invece il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco.

IL WEB ATTONITO La notizia del suicidio di Mario Monicelli in pochi secondi ha fatto il giro del web: commenti, foto, ricordi, riflessioni sono postati velocemente su Facebook e Twitter, mentre su YouTube è partito il click dei video del maestro, come quello della sua partecipazione a Rai per una notte. «Ci lascia un grande maestro», «un inchino», «gigante», «era un bell’uomo», «era un uomo vero» sono solo alcuni dei tantissimi commenti che si leggono su Facebook in ricordo del grande regista e uomo di cultura italiano. Ma ce n’è anche qualcuno più amaro, «la sua rassegnazione è poco poco anche la nostra, maestro, chi mai la capirà», o anche polemico come chi si lamenta «con gli stupidi nerd che in pochi secondi hanno aggiornato il suo profilo su wikipedia». Su Twitter colpisce la notizia rilanciata in tante lingue, a testimonianza della popolarità mondiale di Monicelli. E tutti si soffermano sulla genialità, sulla sincerità ma anche sul coraggio del regista «a schiena dritta». «Gran cineasta gracias!» si legge, oppure «que oticia orrivel», e poi, pioggia di tweet dall’Italia («piango dentro», «non resta che levarsi il cappello», ma anche «Monicelli ci ha mandato a fare in c…»). Scorrono sul web, su YouTube, i tanti video del maestro: i trailer dei film ma anche le sue tante partecipazioni alle manifestazioni come il No B Day, e le trasmissioni televisive come Rai per Una notte, dello scorso 25 marzo, forse la sua ultima e un pò il suo testamento. «Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale – disse con amarezza – La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione».

MONICELLI NATO A VIAREGGIO Nato, il 15 maggio del 1915 a Viareggio, figlio del critico teatrale e giornalista Tommaso, dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa Mario Monicelli – il regista che si è ucciso questa sera a Roma, esordisce nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore. Padre, con colleghi come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno, della commedia all’italiana, è stato regista di circa 66 film e autore di più di 80 sceneggiature. Fra i suoi grandi successi, Guardie e ladri (due premi a Cannes nel ’51), nel pieno del suo sodalizio con Totò; I soliti ignoti (nomination all’Oscar), La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d’oro; L’armata Brancaleone (1965). Sono gli anni dell’amicizia con Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all’italiana e dei ‘colonnelli della risatà. Inventa Monica Vitti attrice comica in La ragazza con la pistola (1968); nel 1975 raccoglie l’ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei. Nel 1977 recupera la dimensione tragica con Un borghese piccolo piccolo. Seguono fra gli altri Speriamo che sia femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993) con cui dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l’acume e la cattiveria di sempre. È del 2006 il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco.

RANIERI: UN REGISTA IMMENSO-GREGGIO:SALUTA SORDI E TOTÒultima modifica: 2010-11-30T11:07:51+01:00da michelepositano
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