Ricerca/ Domenico, 27 anni: il talento italiano emigrato ad Harvard

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Domenico D’Amario ha 27 anni, originario di Sulmona. E’ un ricercatore, e come tanti, dopo aver studiato in Italia si è trasferito negli Usa. Da tre anni vive a Boston e lavora alla Harvard University, il più antico e noto ateneo degli Usa. Una laurea in Medicina e Chirurgia all’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nel 2007.

La sua “ascesa” inizia tre anni fa. Mentre scrive la sua tesi sulle cellule staminali, vola negli Usa per completarla incoraggiato dal prof. Filippo Crea, direttore del Dipartimento di Medicina cardiovascolare del Policlinico Gemelli. “Come succede qui in America – racconta Domenico ad Affaritaliani.it – un professore che è qui da 40 anni ma è di origini italiane (Piero Anversa, molto noto a livello internazionale, ndr), la sera dopo la discussione della Tesi di Laurea mi ha offerto un contratto per lavorare 3 anni ad Harvard”. Insomma, come rifiutare l’offerta? “Non ho potuto dire di no”. Impossibile per un ragazzo che allora aveva 24 anni e il cui sogno è fare ricerca. Porta a termine a Roma la sua tesi sulle cellule staminali in un modello d’infarto negli animali, si laurea e poi vola ad Harvard.

In questi giorni tutte le più importanti riviste scientifiche del mondo hanno pubblicato un’importante  scoperta sulle cellule staminali nel cuore, dimostrando come rigenerare il muscolo cardiaco con le staminali residenti, è possibile. Il gruppo, “capitanato” dal professor Piero Anversa (italiano di Parma da oltre 30 anni negli Stati Uniti), direttore del Centro di medicina rigenerativa dell’Harvard Medical School, ha in pratica scoperto che le staminali cardiache adulte risultano le candidate preferenziali per rigenerare il cuore di chi ha subito un infarto: ” Si tratta del primo studio al mondo sulle cellule staminali residenti nei pazienti con insufficienza cardiaca, condotto in collaborazione con il Prof. Bolli dell’Università di Louisville. Dai primi risultati che abbiamo presentato all’American Heart Association meeting, abbiamo dimostrato innanzitutto che le cellule staminali cardiache sono sicure e che hanno la capacità di incrementare significativamente la funzionalità cardiaca, migliorando la qualità della vita dei pazienti.”

Domenico, nel corso dello stesso congresso, ha presentato dati per contribuire a migliorare ulteriormente questa terapia: “Ho cercato, inoltre, di capire se in tutti i pazienti, anche in quelli in età avanzata o con fattori di rischio, come il diabete o l’ipertensione, si riescono a isolare le cellule staminali cardiache e capire poi se esiste una sotto-popolazione all’interno del pool delle staminali con capacità rigenerative maggiori”.

Uno studio importante se si considera che una terapia di questo tipo potrebbe essere utilizzata su larga scala, su tutti i pazienti. Ma può anche migliorare e potenziate le “armi” per rigenerare il cuore selezionando una cellula staminale più potente, un’arma in più da utilizzare. Il sogno, dunque, è quello di rimandare a casa un paziente con un cuore nuovo.

Ma facciamo un passo indietro. Domenico si trasferisce negli Usa con un contratto, lascia a malincuore l’Italia: “Ho un ottimo ricordo di tutto – racconta – in particolare dei professori che ho avuto e con cui sono in contatto. L’aiuto più grande mi è stato dato dal professor Crea. Andai da lui e gli dissi che volevo fare una tesi sulle cellule staminali”. E poi come andò a finire? “Mi disse che per fare una tesi di quel tipo dovevo andare nel posto migliore del mondo. Mandammo insieme una mail al prof. Anversa di Harvard. E ora eccomi qui”.

“Il motivo che mi ha spinto a trasferirmi è che qui la ricerca era avanti, stavano passando dagli studi sugli animali a quelli sull’uomo. Il prof Anversa, infatti, aveva fatto una scoperta rivoluzionaria, ossia che nel cuore ci sono cellule staminali residenti. Cellule che in condizioni fisiologiche si occupano di mantenere l’omeostasi”. Da lì sono partiti gli studi più specifici, per capire se anche nell’uomo, era possibile prelevare queste cellule, isolarle, e re-iniettarle nel paziente e rigenerare il tessuto cardiaco, dando la possibilità di una qualità di vita più alta.

“Anche se le malattie del cuore vengono percepite, per fortuna oggi, come del tutto trattabili e benigne – ci spiega – grazie agli enormi passi avanti fatti dalla cardiologia negli ultimi 50 anni, tuttavia in realtà rappresentano ancora la prima causa di morte nei paesi occidentali. Esiste una vastissima popolazione di pazienti cronici che, nonostante le terapie ottimali odierne, ha irrimediabilmente perso una parte di muscolo cardiaco e progressivamente sviluppa una dilatazione ventricolare che si associa a deterioramento della performance. Questo processo, che inizia immediatamente dopo un infarto, continua per mesi o anni e si osserva in oltre tre quarti dei cuori dei pazienti deceduti per cause cardiovascolari. L’obiettivo delle medicina rigenerativa è di arrestare questo processo e rigenerare nuovo tessuto cardiaco e vasi fornendo così una qualità della vita ottimale ai pazienti anche in età avanzata”.

Domenico si arrabbia un po’ quando gli parlo della famosa fuga dei cervelli dall’Italia. Prende fiato e risponde:  “E’ sbagliato, a mio avviso parlare di fuga dei cervelli. Io credo che nel mondo della conoscenza  si debba agire ormai a livello globale, in cui ogni professionista si propone e spende il suo sapere nel posto che gli offre le opportunità migliori per realizzare i suoi progetti. Il mio sogno è, un giorno, tornare nel mio paese e fare le cose che ho imparato qui.”

In Italia, d’altra parte, da mesi si discute sulla riforma dell’università e i presunti soldi che mancano per la ricerca. E se mancano i finanziamenti i ragazzi, come Domenico, volano all’estero perché studiare è il loro sogno e qui non c’è spazio per loro: “Negli ultimi tempi anche in America ci sono stati tagli alla ricerca, ma è ovvio che parliamo di due grandezze completamente diverse, soprattutto se portiamo l’esempio di Harvard e Boston. La quantità di soldi che viene data per la ricerca non è minimamente comparabile con quella dell’Italia”. Ci sono tanti docenti universitari che hanno richiamato in Italia Domenico, ma lui non si sente pronto. E si rende conto di come giovani ricercatori abbiano più facilità ad andare all’estero, dove vengono aiutati di più. Ma lui è un’ottimista di natura ed è fiducioso che prima o poi ce la farà, a tornare.

“Sai una cosa? – mi dice? – Io non ho mai sentito un francese, un tedesco, un inglese parlare male della Francia, della Germania o dell’Inghilterra. Anche gli italiani all’estero dovrebbero comportarsi così; l’Italia è ancora un paese in grado di formare professionisti apprezzati all’estero nelle sedi più prestigiose. Dobbiamo avere la voglia di metterci in gioco, essere creativi, avendo la forza e “l’incoscienza” di rischiare, anche in proprio per cambiare il paese e non abbandonarlo ad un declino che alcune volte tendiamo ad accettare come inesorabile”.

Una sorta di paradosso, visto che ci sono punte di eccellenza nella ricerca “come il mio professor Crea, un nome che ho potuto spendere nelle lettere di presentazione qui ad Harvard. Il paradosso sta nel fatto che l’Italia ha una preparazione universitaria che in alcuni posti è ancora d’eccellenza e ti permette di giocare alla pari ovunque vai. Ma poi, quando il sistema paese dovrebbe avere indietro quello che ha speso in termini di educazione e di insegnamento, non è in grado di offrire possibilità”.

fonte:affaritaliani.it             

Ricerca/ Domenico, 27 anni: il talento italiano emigrato ad Harvardultima modifica: 2010-11-25T09:45:43+01:00da michelepositano
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