I paesi Apec temono una nuova bolla speculativa e il dominio della Cina sull’economia asiatica

Non dovranno indossare il keikogi, l’abito guerriero dei samurai, ma sarà invece una sfida di seduzione quella in cui si produrranno nel weekend a Yokohama, seconda città del Giappone, in occasione del vertice economico dei paesi della Regione Asia Pacifico (Apec) il “giovane” Obama (48 anni), leader della Grande Potenza declinante, gli Stati Uniti, e il più anziano leader cinese, Hu Jintao (66 anni).

La Cina è la Nuova Potenza emergente, con cui devono fare i conti, sia pure per motivi differenti, i leader dei 21 paesi che aderiscono all’Apec (sono quelli dell’Asia Orientale in aggiunta a Messico, Cile, Perù, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Russia e Nuova Guinea).

La Cina è diventata ormai un partner economico irrinunciabile per quelli più sviluppati, come la Corea del Sud e il Giappone, che hanno trovato in Cina il loro principale mercato di esportazione e una piattaforma produttiva a basso costo per le loro aziende. Ma sta diventando, in misura crescente, anche un concorrente temibile su tutto i mercati mondiali.

Altre Tigri asiatiche come l’Indonesia, la Thailandia, le Filippine, guardano alla Cina in maniera ambivalente. Pechino porta nei loro paesi nuovi investimenti in aggiunta a quelli delle grandi multinazionali americane (ed europee) ma li inonda anche di prodotti a basso costo che fanno concorrenza alle produzioni locali.

E soprattutto, i dirigenti di Pechino hanno introdotto un approccio non sempre gradito nella gestione delle relazioni economiche in cui le questioni commerciali si incrociano con quelle politiche e militari. E sotto questo profilo la svolta non è gradita a tutti. Pechino ha dispute territoriali aperte per il controllo di una serie di isole e delle rispettive acque territoriali con paesi come le Filippine, il Giappone, il Vietnam, la Malaysia e Brunei, la stessa Russia e naturalmente, Taiwan.

Con Tokyo i leader cinesi non hanno esitato a usare, con innegabile creatività, le armi del ricatto economico dopo la cattura, avvenuta due mesi fa, di un peschereccio cinese vicino alle isole Senkaku, il cui controllo è rivendicato da entrambe le capitali. Ne hanno inaspettatamente fatto le spese la Toyota, che si è vista multare per gli sconti praticati ai rivenditori dei suoi modelli in Cina, e i produttori giapponesi di apparecchiature elettroniche che si sono visti bloccare le forniture di lantanio ed affini. Si tratta di metalli con particolari proprietà magnetiche, di cui la Cina detiene un quasi monopolio a livello mondiale (95% dell’export globale) che sono utilizzati nella produzione di schermi piatti, batterie per vetture ibride, apparecchiature militari, telefoni cellulari.

Per Obama, anche egli reduce, come Hu Jintao dalla riunione del G20 tenutasi a Seul, l’incontro di Yokohama è invece un’occasione per rivalutare il ruolo di mediazione degli Stati Uniti. Nella sua prima dichiarazione, rilasciata appena disceso dalla scaletta dell’aereo presidenziale atterrato in Giappone questo pomeriggio, ha ribadito che Usa, Cina e Giappone hanno l’obbligo di tenere aperto il dialogo diplomatico sui grandi temi che riguardano la regione. E sotto questo profilo il messaggio appare credibile anche per gli altri paesi asiatici.

Il lato debole dell’America resta però collegato agli aspetti finanziari come ha ribadito questa mattina il capo del governo di Hong Kong durante un incontro con un gruppo di industriali giapponesi. Donald Tsang ha infatti sottolineato come la politica di “quantitative easing” della Federal Reserve, si tradurrà in un massiccio afflusso di dollari stampati senza riscontro nell’economia reale statunitense. Il rischio è quello di una nuova bolla speculativa in grado di destabilizzare anche le economie asiatiche. Accusa peraltro non dissimile da quelle che Obama si è già sentito rivolgere in occasione del G20 da più fronti, incluso quello della Germania di Angela Merkel.

In questo contesto il vertice di Yokohama non sembra destinato a portare grandi cambiamenti. I riflettori e le scommesse sono puntati prevalentemente su una serie di possibili incontri bilaterali di Hu Jintao con il presidente russo Medvedev (che si è recentemente recato nelle isole Curili, rivendicate anche queste dalla Cina) e con il primo ministro giapponese per aprire un nuovo terreno di confronto diplomatico sulle questioni territoriali. Più politica che economia, quindi.

Ma proprio questa è una delle grandi partite che si sono aperte in Asia con il passaggio di testimone dalla leadership economica, politica e militare degli Stati Uniti a quella economico-politica (meno accentuata, perora, sotto il profilo militare) della Cina. Il modello statunitense e occidentale, che punta, almeno sulla carta, a seperare le diverse sfere, è sicuramente più gradito di quello ibrido della Cina come ribadito recentemente dal leader filippino Benigno Aquino in vista del vertice di Yokohama. Ed è questa la carta che Obama può giocare per cercare di riposizionare il ruolo dell’America nella regione asiatica.

Il punto debole dell’America è però il dominio del dollaro come moneta di riserva e di scambio, a livello globale. A fronte di un’ evidente perdita di credibilità della valuta statunitense, i paesi asiatici stanno da tempo cercando di trovare una terza via basata, in sostanza, su una stretta collaborazione tra le banche centrali della regione, con una graduale internazionalizzazione delle rispettive valute. E qui la Cina di Hu Jintao (o più probabilmente del suo successore designato, Xi Jinping), potrà giocare tutte le sue carte. Ma prima, e questo è il nodo che Pechino deve sciogliere, deve essere completato il pacchetto di riforme che dovrà rendere lo yuan una moneta liberamente convertibile sui mercati internazionali.

fonte:sole24 ore     

I paesi Apec temono una nuova bolla speculativa e il dominio della Cina sull’economia asiaticaultima modifica: 2010-11-13T07:09:33+01:00da michelepositano
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