Impegno.it, esclusi dai partiti ai giovani resta il web

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Cresce la partecipazione ai «social network»
ma non si traduce in una militanza attiva

Internauti. LE ILLUSIONI DELLA RETE E LE CHIUSURE DEI POLITICI

Impegno.it, esclusi dai partiti
ai giovani resta il web

Cresce la partecipazione ai «social network»
ma non si traduce in una militanza attiva

Se chiedi a un ragazzo mediamente sveglio «perché i giovani non entrano in politica?», quello ti risponde: «Perché non li fanno entrare». Se lo chiedi a un politologo, parla venti minuti per dirti la stessa cosa. Se lo chiedi a un autentico giovane che ha provato a fare politica, ti racconta come non è entrato. È il caso di Paolo Agnelli, 23 anni, studente di Scienze politiche a Milano; uno di quelli, non molti, che un anno fa, ai tempi delle primarie Pd, hanno provato a crederci. Lui sosteneva Ignazio Marino: «Mi hanno anche eletto delegato provinciale. Ci hanno convocati a un’assemblea per eleggere i delegati nazionali. Abbiamo fatto una discussione inutile, poi abbiamo dovuto votare per dei listoni bloccati. Fine. È stata l’unica volta che ci hanno chiamato».

Paolo ha perciò trovato il tempo per fare altro. Due domeniche fa è andato a protestare davanti alla scuola di Adro. «Lì ho saputo che il rappresentante del Pd locale aveva dato per buona la versione secondo cui settecento soli delle Alpi erano stati piazzati ovunque in una sola notte. E poi, quando i simboli erano visibili a tutti, non ha organizzato proteste, è partito e ha portato gli iscritti a Torino a sentire Bersani». Così, Paolo è andato a rompere le scatole sulla bacheca Facebook di Filippo Penati, capo della segreteria politica pd. Lì ha discusso (con toni accesi da ambo le parti) con un piddino di Adro e altri, e «dopo un po’ mi hanno bannato». Cioè, lo hanno bloccato, non può scriverci più. Ora Paolo Agnelli è attivo nel movimento «Valigia Blu», nato online, 205 mila aderenti-firmatari che si proclamano «cittadini senza appartenenza politica in difesa della corretta informazione e del bene comune»; ora mobilitato per una nuova legge elettorale, scatenato nel chiedere le dimissioni del direttore del Tg1 Augusto Minzolini. «Ma è diverso, è un movimento di opinione, non è politica». O forse lo è.

ATTIVISTI CON UN CLIC – Di sicuro è il nuovo modo per partecipare alla vita politica. I partiti non hanno più organizzazioni giovanili attive e strutturate; sono «partiti leggeri» verticistici, in mano a gruppi dirigenti con interessi propri e poltrone da conservare. Magari il modello berlusconiano, leadership non contestabile (al massimo da contendere, tra dirigenti preesistenti), listini bloccati e zero discussione alla base, ha prevalso. Non esistono quasi più le sezioni che mettono tutti al lavoro; e neanche le scuole di partito (come quella storica delle Frattocchie del Pci), al massimo c’è qualche summer school, ma aggiorna più che formare; e qualche raduno come quello di Atreju, dei giovani Pdl-ex An, che diventa una passerella per i politici «vecchi». E i giovani che vogliono impegnarsi lo fanno in altri modi, in comitati locali, gruppi ambientalisti; e poi, soprattutto, su Internet. L’attivismo di una volta è diventato clicktivism. Sei su un social network, ti appare nello status di un amico una petizione per una causa che condividi, clicchi e hai la sensazione di fare qualcosa.

Non è un’anomalia italiana, ovvio, anzi. Secondo una ricerca pubblicata nel febbraio 2010 dall’americano Pew Internet Center, il 34 per cento dei giovani adulti fa un uso politico dei social network; la stessa percentuale posta, abitualmente o occasionalmente, materiale politico su Internet. E il 72 per cento degli utenti politicamente attivi su Facebook e dintorni ha meno di 35 anni. I dati europei sono simili: già nel 2007 la ricerca «Euyoupart» (Political Participation of Young People in Europe), finanziata dalla Ue, segnalava come il 20 per cento dei giovani europei usasse il web per parlare di politica. Tre anni dopo, le bacheche italiane ne hanno viste parecchie: fenomeni smontatisi «per delle stupidate» (raccontano i ragazzi), come il «Popolo Viola», movimenti controversi come i grillini (molti condividono alcune battaglie, molti dubitano di Beppe Grillo) o popolarissimi localmente come il «Blocco studentesco» a Roma (di estrema destra, detti i fasci-pop). E infiniti gruppi Facebook anti-Berlusconi, pro e contro Fini, anti-razzisti o anti-stranieri, anti-omofobia, anti-Gelmini. Alcuni seri, veri e propri single-issue movements, mobilitazioni in stile anglosassone su un singolo problema; altri velleitari, e/o umorali, e/o semplicemente ironici.

Il clicktivism preoccupa qualche politologo. Si teme che l’impegno si esaurisca nel premere su «mi piace». Il mese scorso Steve Micah, commentatore del britannico «Guardian», sintetizzava così: «Il clicktivism promuove l’illusione che navigare sul web possa cambiare il mondo, e sta all’attivismo come McDonald’s sta a un pasto ben cucinato. Può sembrare cibo ma sono calorie vuote, le sostanze nutrienti si sono perse da tempo». Anche la ricerca del Pew Center si conclude con un interrogativo: il discorso politico virale e orizzontale via Internet riuscirà a raggiungere tutti i gruppi di giovani adulti, livellando le differenze socioeconomiche, oppure le nuove tecnologie creeranno nuove barriere, e chi ha maggiore cultura e know-how e accesso si muoverà in circuiti chiusi?

LA POLITICA EMO – «Secondo me no, nessuno pensa più di poter cambiare il mondo; oggi la politica si fa in rete, ed è un’altra cosa», obietta Angelo Mellone, giovane (pure lui, anche se un po’ meno) docente di Scienza politica alla Luiss di Roma, intellettuale dell’area finiana. «Siamo in un’era post-ideologica e senza più grandi organizzazioni di partito. Non ci sono più le griglie interpretative che permettevano di razionalizzare ogni fenomeno. Ed è inutile rimpiangere la politica “di prima”. I ragazzi non leggono libri ma sanno smanettare sui computer. E la loro partecipazione sui grandi temi è emotiva; poi, nel concreto, se si impegnano, lo fanno a livello locale, per dire, per salvare un parco dalla speculazione». Ed è l’altra forbice dell’attivismo/non attivismo giovanile. Evidente anche in una ricerca presentata quest’anno dall’Università di Urbino e coordinata dal sociologo Ilvo Diamanti: il 21,3 per cento dei giovani intervistati, nei tre mesi precedenti alla rilevazione aveva partecipato a qualche attività politica; il 37,5 per cento era stato attivo in un comitato locale, in un’associazione di quartiere, in un’organizzazione ambientalista. La percentuale di adulti attivi era sempre superiore, ma di pochissimi punti. Come – se si dà retta alle statistiche – era di poco superiore la partecipazione giovanile in passato. Dice Mellone: «Oggi la percentuale di giovani attivi in politica sembra essere tra il 5 e il 7 per cento. Nel ‘68 era il 7 per cento. Ma erano anni in cui i giovani andavano in piazza, erano visibili, erano al centro dell’interesse mediatico». Ed era visibile il lavoro politico, volantinaggi, manifestazioni, striscioni, tazebao. Ora c’è la rete, e ci sono i flash mob, lemanifestazioni-lampo convocate in rete. Anche non politiche: quest’anno, a Roma, c’è stato un suicidio di massa simulato a piazza Barberini e un saluto alla primavera in piazza del Popolo in cui migliaia di ragazzini hanno fatto bolle di sapone; e sono occasioni per socializzare, come lo erano le manifestazioni negli anni Settanta, anche per questo molta gente ci andava. E c’è una risicata minoranza di studenti delle superiori che si riconosce nel Blocco-CasaPound o va nei post-circoli della sinistra radicale e nei centri sociali. Magari più per socialità, si diceva, e per ardori ormonali dell’età. Anche perché «il militante non esiste più, non si aderisce a partiti ma a subculture, si entra e si esce, si va e si viene», dice Marco Maraffi, professore di sociologia alla Statale di Milano, curatore del libro Gli italiani e la politica (Il Mulino, 2007). «I più inquadrati sono i giovani leghisti, più legati a un modello tradizionale e alla realtà locale».

DIVERSAMENTE POLITICIZZATI – Succede nei paesi lombardi, succede nelle città dove gli adolescenti politicamente emotivi, più che ribellarsi ai genitori, ne rispecchiano le radicate benché stanche idee politiche. Succede anche in Francia, dove quest’anno è uscito Avoir 20 ans en politique (Seuil) di Anne Muxel, sociologa del Cnrs. Anche secondo la Muxel i giovani vengono considerati disimpegnati perché «non corrispondono al modello mitico della gioventù degli anni Sessanta». Invece, sostiene, sono «diversamente politicizzati», termine politicamente ipercorrettissimo e un po’ preoccupante. Diversi nelle pratiche, generalmente non ribelli: «A differenza degli anni Sessanta e Settanta, votano come i loro genitori». A Parigi come a Milano; forse perché non è più necessario rifiutare famiglie autoritarie; forse per via del para-tribalismo postmoderno, ognuno ha i suoi consumi culturali, le sue scuole superiori, i suoi quartieri. E anche le divisioni attuali tra tribù giovanili, emo, truzzi, zecche, pariolini-sancarlini, sembrano più sociali che politiche. «Nessuno vuole cambiare la società, nessuno si sente particolarmente anticonformista». Sono Figli del disincanto, come da titolo del libro che racconta la ricerca della Ue (edito da Bruno Mondadori), curato da Marco Bontempi e Renato Pocaterra. I giovani del nostro Paese sono i più interessati alla politica (43 per cento, più un 9 per cento «molto interessato»), dopo i tedeschi. Ma solo il 35 per cento dei giovani europei si riconosce nella dicotomia destra/sinistra. Quasi la metà degli intervistati non si sente parte di nessuno dei due schieramenti, e il 17 per cento rifiuta di rispondere. Casomai, si pensa ai temi che coinvolgono direttamente gli under 30: al primo posto disoccupazione e precarietà, al secondo l’inquinamento e le questioni ambientali. «Ma non in modo conflittuale», dice Bontempi, sociologo all’università di Firenze. «La maggioranza non crede di poter costruire un futuro migliore. Per cui scivola nel non-impegno, che è diverso dal disimpegno». Poi, a volte, ci si «fomenta» (come dicono ora i ragazzi italiani) per una causa, o per un leader che parla (parlava) di speranza.

LA BOLLA OBAMIANA – Insomma, per Barack Obama, nel 2008 trionfalmente eletto e soprannominato «the Facebook president». Aveva stravinto il voto giovanile (due terzi degli elettori sotto i 29 anni) anche grazie a una mobilitazione virale; ogni cittadina, ogni dormitorio di college aveva il suo gruppo sul social network. Ma è stata una mobilitazione elettorale; non, come qualcuno pensava, l’inizio di una nuova militanza. I giovani americani che si sono registrati negli indirizzari continuano a ricevere e-mail, ma tra loro il gradimento del presidente è sceso dal 73 al 56 per cento. E la delusione degli elettori tra i 18 e i 29 anni è un serio rischio per i democratici nelle elezioni di novembre. Non solo è crollato l’attivismo; ora ci si chiede (si leggeva pochi giorni fa sul «New York Times») «se, e come, alcuni milioni di studenti dei college voteranno. Se resteranno a casa, non rovesceranno solo gli equilibri al Congresso; manderanno un profondo messaggio alla società americana, su una generazione che così di recente sembrava pronta a prendere la politica nazionale per il bavero e a scuoterla».

FAN O NUOVI CITTADINI? – Non sta succedendo, invece. Anche in America, sempre via web, i più giovani hanno recitato il loro ruolo da fan, ma nessuno li ha voluti come attivisti con opinioni proprie, dopo aver vinto. È colpa della politica, va da sé, che «ha ancora la forma di una conversazione monodirezionale». Lo dice Stephen Coleman, studioso britannico, nel libro Young Citizens in a Digital Age (Routledge). Coleman suggerisce, come modello di partecipazione emergente, gli spettatori votanti del Grande Fratello: «Un nuovo tipo di cittadinanza che combina l’autonomia e la flessibilità dell’audience televisiva con la capacità decisionale collettiva dell’elettorato politico tradizionale».

Oddio, forse qualcuno ci ha già provato. E la mancanza di una partecipazione che diventi militanza diffusa, che consenta di selezionare una nuova classe politica preparata e motivata, resta un problema. È difficile che qualcuno venga cooptato in base all’arguzia dei suoi commenti su Facebook. Per il momento, rischia di venire bannato.

Maria Laura Rodotà

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Impegno.it, esclusi dai partiti ai giovani resta il webultima modifica: 2010-10-07T08:22:17+02:00da michelepositano
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