Pakistane, ribellatevi. Come abbiamo fatto noi”

 

“E’ una questione culturale e ci vuole tempo perché cambi. Le donne straniere devono trovare la stessa forza che hanno avuto anche le italiane, in tempi non lontani, per liberarsi dalla schiavitù di matrimoni che non volevano contrarre”. Così l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace commenta con Affaritaliani.it il fenomeno delle nozze combinate, una prassi consueta nei paesi islamici e un fenomeno diffuso anche in Italia, per la presenza di stranieri che vivono la loro cultura anche nel nostro Paese.

Un fenomeno che periodicamente esplode in gravi episodi di violenza, come è successo a Novi (Modena), dove Hamad Khan Butt, di origine pakistana, ha ucciso a colpi di pietra la moglie, rea di voler difendere la loro figlia che si ribellava a un matrimonio combinato. Questa è stata la prima volta in cui una madre si è apertamente schierata a difesa della figlia. In passato a ribellarsi erano state Hina, 20 anni, e Sanaa, 18. Entrambe sono finite sgozzate dai padri, la prima a Brescia nel 2006, la seconda nel 2009 a Pordenone. Tutte volevano vivere una vita all’occidentale, perché si sentivano più italiane che legate al loro Paese d’origine. “Vedono le loro coetanee italiane e cercano di liberarsi, per essere come loro, a costo di rischiare la vita”.

Vogliono studiare moda, vogliono indossare i jeans, vogliono scegliere liberamente l’uomo da sposare. E invece si ritrovano costrette a nozze combinate. “Le famiglie si mettono d’accordo per motivazioni di ordine economico-patrimoniale, come avveniva in Italia fino a cento anni fa. Si tratta di forme di ringraziamento o di protezione accordata tra stirpi familiari. A questo, poi, si intrecciano anche motivazioni culturali e religiose legate all’Islam. Le figlie femmine fanno quello che vogliono i genitori, non hanno libertà di scelta sulla loro vita”.

In Italia la piaga dei matrimoni imposti, secondo stime del Governo, riguarda il 20% delle unioni accertate nelle comunità islamiche. Un fenomeno considerato “normale” fra i pachistani (riguarda otto donne su dieci), gli indiani, che in gran parte non sono musulmani, i marocchini e gli egiziani. Molte sono addirittura spose “bambine”, giovanissime costrette a sposare uomini molto più grandi di loro: nel 2009 in Italia sono stati 120 i matrimoni combinati di questo tipo, secondo l’Associazione Matrimonialisti Italiani. 

A livello legislativo ci sono poche possibilità di azione: “Un intervento da parte dell’autorità non è possibile, perché ognuno può fare quello che vuole, a meno che non si arrivi ad omicidi o violenze molto gravi. In caso contrario non è permesso entrare nella cultura altrui e sarebbe comunque difficile, soprattutto nel caso di una fortissima fede religiosa, come quella islamica, fatta tutta di divieti e di obblighi”, prosegue Bernardini De Pace.

E allora, non resta che aspettare: “Ci vorrà del tempo prima che gli stranieri si abituino a far parte della nostra cultura e probabilmente non la assorbiranno mai completamente, proprio per motivi di forte fede religiosa”. Importante, però, è lanciare appelli per far acquisire sempre più consapevolezza alle donne, come hanno fatto Mara Carfagna e Daniela Santanchè. “Anche le donne pachistane e tutte quelle costrette a matrimoni combinati possono trovare la forza che hanno avuto le italiane in tempi non lontani per liberarsi da certe situazioni a cui erano costrette. Anche qui le donne erano schiave e mentalmente lo sono rimaste per anni, malgrado l’introduzione dei diritti e della Costituzione. Ma in un cammino lungo e difficile sono riuscite a liberarsi da questo tipo di mentalità e schiavitù piscologica e fisica”.

Maria Carla Rota

 

 

Pakistane, ribellatevi. Come abbiamo fatto noi”ultima modifica: 2010-10-06T07:22:33+02:00da michelepositano
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