La tentazione del bond perpetuo e del rendimento del 9%. Un rischio per molti ma non per tutti

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L’accordo di Basilea 3, che nei fatti spinge gli istituti di credito a rispettare nuovi e più stringenti vincoli patrimoniali entro il 2019, accresce secondo gli addetti ai lavori l’appeal dei bond perpetui (non hanno una scadenza oppure hanno duration ultradecennali). Strumenti ibridi, a cavallo tra le obbligazioni e le azioni, che oggi offrono rendimenti anche superiori all’8 per cento. Con le obbligazioni hanno in comune il fatto che staccano una cedola con un valore facciale stabilito da prospetto. Con le azioni condividono la volatilità e le regole di rimborso in caso di default della società emittente (i titolari di bond perpetui e azioni vengono rimborsati per ultimi, solo dopo gli altri creditori).

E con le azioni sono legati a doppio filo. Questi bond staccano la cedola annua (qualora il prospetto, che cambia da prodotto a prodotto, lo preveda) solo se la società emittente decide per quell’esercizio di remunerare gli azionisti con un dividendo. In caso contrario, niente cedola.

Il rapporto rischio/rendimento
Ovviamente, come tutti i titoli che promettono alti i rendimenti, i rischi, inversamente proporzionali ai rendimenti, sono più alti. Quanto ai bond perpetui (che non sono certo da confondere con BoT e BTp) presentano un rischio volatilità sul prezzo (a differenza delle normali obbligazioni le oscillazioni dei prezzi sono più consistenti) e di mancato incasso della cedola (che si verifica se la società emittente non distribuisce un dividendo per quell’esercizio o se nel prospetto è indicata la facoltà e non l’obbligo dell’emittente di pagare la cedola annua). E poi c’è anche lo svantaggio del lotto minimo che nella maggior parte dei casi è di 50mila euro. «Una somma – come spiega Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav – che solo clienti più facoltosi normalmente possono permettersi di investire all’interno di un portafoglio in cui non devono mancare altri strumenti meno rischiosi». Cioè la regola della diversificazione dell’investimento resta fondamentale.

Al netto dei rischi sono in molti gli esperti a ritenere che quello attuale sia un momento favorevole per puntare, solo per investitori che hanno un alto profilo di rischio, su questi strumenti. Proprio in virtù delle nuove regole di Basilea 3.

Istituti più solidi e bond meno rischiosi
La prima ragione risiede nel fatto che i perpetui attualmente in circolazione sono considerati come capitale azionario, e quindi come parte del patrimonio. Con Basilea 3 il quadro cambia dato che i bond bancari subordinati in circolazione dovrebbero essere «progressivamente eliminati in un orizzonte temporale di 10 anni», cominciando nel 2013 (cioè, il 90% di essi si qualifica come capitale azionario nel 2013, l’80% nel 2014 fino allo 0% nel 2022). «Ne consegue che gli istituti dovranno rafforzare il patrimonio con l’equity – spiega Mario Baronci, responsabile gestioni obbligazionarie di Sella Gestioni -. Questo creerà un cuscinetto più forte a garanzia dei bond che quindi saranno considerati meno rischiosi dato che le probabilità di default dell’istituto diminuiscono con un capitale più forte».

Aumentano le probabilità di call e di guadagno in capital gain
«È inoltre probabile – continua Baronci – che ci sia un effetto-sostituzione con i nuovi bond perpetui che dovrebbero presentare garanzie maggiori e quindi potranno “tornare” a far parte del patrimonio. Per questo motivo da questa estate abbiamo aumentato l’esposizione sui vecchi strumenti che quotano sotto la pari (un prezzo inferiore a 100, ndr) prevedendo un guadagno in capital gain dato che il rimborso avviene alla pari (a 100, ndr)». Dello stesso parere è anche Marion Stommel, gestore del fondo Bny Mellon Euro corporate bond: «La durata del periodo di adeguamento alle nuove norme per i bond bancari subordinati ha un impatto sostanziale sull’incentivo da parte dell’istituto a riscattare questo genere di bond alla prima call date (data prefissata entro la quale l’emittente può ritirare dal mercato il bond perpetuo rimborsando alla pari il creditore, ndr): fino a che i bond bancari subordinati saranno trattati come capitale azionario, l’incentivo a fare un call su di essi è, da un punto di vista economico, limitato. Una volta che i bond subordinati non costituiscono più capitale azionario, invece, l’incentivo a fare un call aumenta in modo significativo, dato che si trovano ad essere una fonte molto costosa di finanziamento senior. Per questo motivo – spiega Stommell – la proposta di Basilea è di sostegno ai bond perpetui in circolazione, dato che la probabilità che questi bond vengano riscattati alla prima call date è molto aumentata».

Aumentano le probabilità di guadagni cedolari
Tralasciando la questione prezzo (e quindi capital gain) le nuove disposizioni di Basilea 3 incrementano anche la possibilità di incassare le alte cedole che molti di questi titoli offrono perché dà più respiro alla politica dividendi degli istituti di credito. A tal proposito va detto che i bond perpetui sono legati a doppio filo con le azioni dato che, nella maggior parte dei casi (per averne la certezza è bene consultare il prospetto informativo che cambia da prodotto a prodotto) pagano la cedola annua solo se la società emittente decide di ripagare allo stesso tempo gli azionisti con un dividendo. Decisione che viene presa di esercizio in esercizio e su cui, pertanto, non v’è certezza. «Avendo Basilea 3 spalmato fino al 2019 la scadenza per l’adeguamento ai nuovi vincoli patrimoniali per le banche, sono aumentate le probabilità che gli istituti continuino ad elargire dividendi nei prossimi anni e quindi a pagare anche le cedole agganciate ai relativi bond perpetui – spiega Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav
-. Per questo motivo, selezionando i titoli con criterio, ritengo che questo sia un buon momento per investire in bond perpetui puntando ad assicurarsi un elevato flusso cedolare per svariati anni, almeno fino alla call».

Quali sono gli elementi da considerare per individuare un bond perpetuo che offre alte cedole a fronte di un rischio limitato? «Ovviamente bisogna cercare istituti di credito che hanno una buona storia sul lato dividendi – continua Pasquali -. In questo senso sono da preferire le banche nei confronti delle quali hanno un peso importante le fondazioni. Queste, infatti, normalmente esercitano una pressione nei confronti delle società affinché distribuiscano il dividendo. Consiglio ovviamente di evitare rating troppo bassi, al di sotto della tripla B».

In questo momento, quali bond perpetui consiglia? «Pur con tutti i rischi del caso, per cui consiglio questi strumenti solo per un investitore con un elevato profilo di rischio, ritengo che il perpetuo di Intesa Sanpaolo con scadenza 2049 offra oggi un buon rapporto rischio/rendimento. Il prezzo è 103 e corrisponde a un rendimento immediato annuo dell’8,13 per cento. Qualora nel 2019 l’istituto eserciti la call il rendimento annuo (posto che tutti gli anni l’istituti distribuisca dividendi, ndr) sarebbe pari al 7,9 per cento. In caso contrario le cedole successive sarebbero calcolate aggiungendo 687 punti base all’indice Euribor. E poi c’è anche un perpetuo di Banca popolare di Milano con rendimento immediato dell’8,69%, di Ubs (8,24%, ndr) e della francese Bpce (8,71%, ndr) (consulta qui l’elenco completo dei bond perpetui selezionati dall’esperto).

In quale periodo dell’anno è preferibile acquistare bond perpetui? «In teoria si potrebbe entrare non appena la società ha comunicato che distribuirà il dividendo. In questo modo si ha la certezza di incassare la cedola. Successivamente si può anche venderlo trasformando, con questa operazione, un bond perpetuo in un pronti contro termine a 7-8 mesi con alto rendimento». È davvero così semplice? «No, perché quando si investe in un bond perpetuo bisogna continuare a seguire con attenzione il flusso di notizie che riguarda l’emittente. Ad esempio, se fra un mese rivedessero le regole di Basilea 3 riducendo la deadline per il rispetto dei vincoli patrimoniali, chi ha in portafoglio dei bond perpetui bancari rischierebbe di assistere a un crollo dei prezzi. Ecco perché questi strumenti potenzialmente molto profittevoli sono indicati solo per investitori evoluti e costantemente informati».

Questo articolo non costituisce sollecitazione al risparmio

fonte:sole24ore                 miki de lucia

La tentazione del bond perpetuo e del rendimento del 9%. Un rischio per molti ma non per tuttiultima modifica: 2010-09-17T19:19:56+02:00da michelepositano
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