Le voci dei sepolti vivi-nell’inferno di San José

Tra i parenti dei 33 minatori intrappolati nella miniera cilena fra paure, speranze, lacrime, promesse di matrimonio: abbiamo passato una giornata con loro

MINIERA DI SAN JOSE’ (Deserto dell’Atacama) – Neppure trenta secondi ma Lily è contenta. Ha ascoltato dal vivo la voce di Mario, il marito, da sotto la terra. Appena un rumore, un sospiro: “Mario, Mario”, ha detto lei. “Ti bacio, ti abbraccio”, ha detto lui. “Sono qui, ti aspetto”, ha detto lei. Si è asciugata le lacrime ed è scesa dalla collinetta sull’ingresso della miniera verso l’accampamento “Esperanza”. Per qualche minuto una delle sonde che hanno raggiunto il rifugio dei minatori cileni intrappolati ha funzionato come telefono tra loro e i familiari. Pochi secondi per ognuno, “ma sentire la voce dà forza, dà speranza”, dice Lily. Jessica ha ricevuto una proposta di matrimonio da Esteban. Stanno insieme da vent’anni ma lui non ha mai voluto celebrare le nozze in chiesa. Ieri, nell’emozione, ha ceduto. “Lo giuro, appena esco ti sposo. In chiesa, alla grande…”, ha detto a Jessica. E lei ha ridisceso la collinetta quasi arrossendo come una novizia.

Poco dopo l’alba il sole già brucia nel deserto dell’Atacama nonostante l’inverno australe. È un paesaggio di sabbia e sassi con le colline che si alzano per sette o ottocento metri tutto intorno. Niente acqua, niente vegetazione, niente vita. Solo sabbia e sassi. La miniera appare all’improvviso sulla cima di una collinetta in mezzo alla nebbiolina. Il costone è graffiato da grandi messaggi scritti nella roccia (“Fuerza mineros”) e trafitto da 33 bandiere del Cile, una per ognuno dei minatori sepolti. Al lato della strada piccole tende e un prefabbricato.

“Sopravvivere là sotto”, racconta Heriberto Marquez, un minatore di 63 anni, “è un inferno, per il caldo e l’umidità”. Però, dicono gli esperti del governo, laggiù a settecento metri sottoterra si sono organizzati bene. Per qualche ora quando fuori è giorno accendono le luci dei camion e dei loro caschi per simulare la mattina e separarla dalla notte. Si muovono in una stanza larga quattro metri ed alta circa tre, ma hanno un altro chilometro di galleria verso il basso, libero dai massi del crollo.

Nel nuovo video, diffuso ieri, si vede che stanno un po’ meglio. Mario Sepulveda, il primo che parla, e che descrive l’ambiente, ha indossato il casco rosso e si mostra meno impaurito e agitato dell’altro giorno. Hanno trascorso diciotto giorni mangiando due cucchiai di tonno ogni quarantotto ore mentre ora hanno acqua a volontà e gli arriva la colazione. Quando riescono a parlare con i familiari tutti chiedono birra e sigarette, ma sono prodotti vietati insieme alle lamette da barba.

I medici che seguono le operazioni di soccorso hanno stabilito un calendario decisamente salutista. Li vogliono nella forma migliore. Niente alcol e niente tabacco. Piuttosto ginnastica. La versione ufficiale per le lamette da barba è il rischio di infezioni per le lievi ferite che possono produrre sul volto quando ci si sbarba. Ma il commento generale è che gli psicologi temono che qualcuno più depresso degli altri possa fare qualche fesseria con le lamette. Per alleviare la rabbia dall’assenza di sigarette, invece, gli hanno spedito con le sonde delle gomme da masticare alla nicotina. Quelle che si usano, spesso con scarsissimi successi, per smettere di fumare.

C’è un minatore che non si è mai visto. Si chiama Ariel Ticona, è un ragazzo di 29 anni. Anche ieri s’è rifiutato di farsi riprendere nel video. Sua moglie è incinta e sta per partorire. E in una lettera di poche righe che ha scritto ai familiari, Ariel dice che non vuole che la sua compagna lo veda in queste condizioni. Smagrito, con la barba, lo sguardo accecato dal flash. “Ariel è timidissimo”, racconta il padre, minatore anche lui, “non vuole mai essere fotografato. Mi ha chiesto di far filmare il parto della moglie così quando tornerà potrà vedere la nascita di suo figlio”.

Nei cento metri di sabbia e sassi tra l’ingresso della miniera e il prefabbricato dell’accampamento Esperanza, i familiari vagano insieme ai fotografi in attesa di novità. Molti salgono su con il pullman che parte tutte le mattine da Copiapò e in meno di un’ora li scarica qui. Altri, come Lily, la moglie di Mario Gomez, non se ne sono mai andati. Lei stringe ancora tra le dita i tre foglietti bruciacchiati della prima ed unica lettera che gli ha spedito il marito dal fondo della miniera. Gli dice di baciare tutti, figli e nipoti, le promette che riemergerà da quelle maledette gallerie e che vivranno insieme felici per tanti anni ancora.
Sono famiglie allargate quelle dei minatori. Spesso un uomo che lavora in miniera è l’unico stipendio per sei o sette figli. Come Heriberto, che ha 63 anni, è in pensione ma è tornato in miniera per mandare a scuola i nipoti. In Cile i minatori fanno turni di dodici ore filate per sette giorni consecutivi e riposano i sette giorni successivi. Lui, Heriberto Marquez, s’è salvato dal crollo ma adesso è l’attore di un altro dramma insieme ai 170 operai della miniera di San José rimasti senza lavoro. La proprietà è praticamente fallita e di loro, visto che son vivi, non si sta occupando nessuno.

Vicino al pozzo della miniera c’è la macchina perforatrice, quella che dovrebbe scavare il tunnel largo 66 centimetri per estrarre i sepolti vivi. È ferma. Manca un pezzo che deve arrivare in aereo dalla Germania. Sulle modalità del recupero ormai si ascolta di tutto. Ieri i minatori si sono spostati più in basso, in un’area meglio aerata, meno calda e soffocante. La cosa più semplice da fare sarebbe scavare nella roccia che è franata e ha interrotto la galleria. Trenta metri, non di più. Ma è pericoloso. Nessuno assicura che in quel modo, cercando di liberare la galleria, non ci sarebbero altri crolli. Così ci sono il piano A e il piano B della perforatrice. Il primo prevede almeno due mesi di lavoro. Non proprio fino a settecento metri perché in realtà l’ostruzione della galleria è più in alto ed i minatori potrebbero risalire almeno un centinaio di metri. L’altro piano è quello di allargare il piccolo tunnel già scavato dalla sonda che ha raggiunto i minatori una settimana fa.
Tempi lunghi, comunque. E molta paura. Gli altri minatori sono molto meno ottimisti dei funzionari del governo, ministri ed esperti, che si alternano sul palcoscenico della miniera. San José, dicono, è un pozzo maledetto. Ci sono già stati molti incidenti. Quattro anni fa venne chiusa. Poi quando il prezzo del rame iniziò di nuovo a schizzare in alto alla Borsa di Londra, la riaprirono. La maggior parte dei minatori tornò perché pagavamo meglio che in altre miniere. Niente dell’altro mondo ma più di mille euro. Visto il rischio. Quello dei crolli.

Adesso le mogli e le figlie dei sepolti vivi incidono parole sui massi più grandi. Il nome del congiunto e una frase o un ricordo. “Ti aspettiamo”. Gli alunni di una scuola elementare hanno dipinto un drappo verde che ora è appeso all’ingresso. Valentina manda un cuoricino, Fernando scrive “non siete soli”, Pablito spera che escano da quel pozzo vivi. Vivi come sono adesso settecento metri sottoterra. È un gioco di resistenza. Dopo esser scampati alla morte una volta si è pronti a sopportare anche questo tempo che sembra infinito pur di ricacciarla ancora, la morte, un’altra volta. Ma quassù nessuno azzarda previsioni. Si va avanti ora per ora nella speranza che tutto resti com’è. Che la roccia non si muova e che loro resistano. Forti come Lily. Che aspetta e che non abbandona mai il suo posto sotto il cielo del deserto dell’Atacama.

fonte:repubblica.it

Le voci dei sepolti vivi-nell’inferno di San Joséultima modifica: 2010-08-31T11:36:43+02:00da michelepositano
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