A Bologna la vera periferia è il centro. La mappa del disagio nella città

Le mura e il portone a sinistra della casa di Marco Biagi, in via Valdonica 14 a Bologna, sono ricoperti di graffiti. Che sono pure brutti: nella firma Artcats, non c’è nemmeno l’ombra della genialità estetica e politica di un Bansky, il grande artista di strada inglese. Di fronte all’abitazione del giuslavorista ucciso dalle nuove Br, a fianco dell’ingresso del bar Camera Sud, una rotonda grafia femminile ha scritto “ma insomma noi dove andiamo se voi chiudete con le galline?”. Poco più in là, si viene informati sulle virtù erotiche di una ragazza, una certa Dani, che “a letto ti spacca”.

A Bologna la regola italiana dei centri storici salotto, con palazzi ristrutturati, legge e ordine perfino nel controllo del disco orario e poi le periferie speriamo che non esplodano, viene ribaltata. La vera periferia è il centro. Dove proliferano i comitati civici e sale la tensione fra gli studenti universitari e la piccola e alta borghesia indigena, che sta sempre più invecchiando. A Bologna il commissario prefettizio Anna Maria Cancellieri è molto amato e sta riscattando il vuoto istituzionale creato dallo scandalo donne e fatture con soldi pubblici in cui è caduto il sindaco prodiano Flavio Delbono.

«Ma il problema si inserisce in una precisa deriva storica», riflette Fausto Anderlini, un intellettuale raffinato della vecchia tradizione italo-emiliana del Pci che oggi dirige il servizio studi per la programmazione della Provincia. «La nostra città vive una condizione paradossale. C’è una periferia felix, rappresentata dai suoi quartieri più esterni e dai primi comuni, e un centro che soffre. Intendiamoci: omicidi, aggressioni e stupri accadono qui come accadono ovunque. E Bologna non è Scampia. Ma, certo, la Bologna di oggi non è quella di trent’anni fa». Una valutazione condivisa dall’editore Federico Enriques, presidente della Zanichelli, che da 50 anni abita qui: «Questa città non è insicura, anche se l’altra sera nel mio garage, nella centralissima via San Vitale, sono entrati i ladri e mi hanno portato via la bicicletta», racconta.

Sul sito della questura il fatto del giorno di venerdì scorso era “tenta di rubare bicicletta, ma viene scoperto”, mentre ieri era “tenta di derubare barista, ma una volante di passaggio lo blocca subito”. Anche se, probabilmente, la situazione è più complessa: secondo Il Sole 24 Ore del Lunedì dello scorso 1 marzo, che ha elaborato i dati del ministero degli Interni sul primo semestre del 2009, Bologna è al quarto posto fra le città italiane per numero relativo dei delitti: ogni diecimila abitanti, qui se ne sono consumati 323. Con un particolare, però: un calo del 13,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, il maggior miglioramento fra le città italiane. Inoltre, se si considerano reati come i furti nelle abitazioni, le rapine, gli scippi e le estorsioni, Bologna esce dalla classifica delle prime dieci città.

Per il giudice Libero Mancuso, che i delinquenti veri li ha perseguiti dal 1982 al 2006, «la tensione, in città e nel centro, non ha una natura criminale, ma è soprattutto di tipo sociale. Non per questo, dunque, è meno pericolosa: Bologna ha una crisi di identità fortissima». Come in tutti i centri storici e in tutte le comunità giovanili, fra Piazza Verdi e Via del Pratello, ci sarà pure spaccio di droga. E non mancano le tensioni con gli immigrati: «Ma sono normali, la composizione chimica della città è mutata, adesso ci sono cinesi e nordafricani che nessuno aveva mai visto», rileva Andrea Mingardi, il cantante che fin dagli anni 50 ha alfabetizzato al rock’n’roll i villeggianti della riviera romagnola e i bolognesi che si dimenavano in locali mitici come Il Gatto Nero e lo Sporting, un po’ liscio e un po’ Elvis Presley. In una città di antica tradizione comunale, dove gli spazi pubblici hanno una speciale “sacralità” civica, la questione più fastidiosa sono il disordine, il rumore e gli assembramenti che compongono uno “stile di vita giovanile” inconciliabile con quello delle persone di mezza età e dei pensionati.

«Siamo figli della nostra storia – nota Anderlini – nel 1968 l’università aveva 18mila allievi, che nel 1977 sono diventati 60mila. E, da allora, non sono mai diminuiti: una massa enorme, per una città che ha 350mila abitanti». E che, fino a pochi decenni fa, di abitanti «ne aveva 500mila – aggiunge Gianni Sofri, storico di professione e bolognese di adozione – e il cui centro si è davvero svuotato degli abitanti di prima, riempiendosi prima di studenti e poi di bancari».

E, così, secondo l’ultima analisi compiuta dal servizio studi della Provincia, si registra un fenomeno opposto rispetto alla classica fisiologia del disagio e della paura: più si va verso il centro storico, più aumenta il senso di pericolo. Nel cuore di Bologna almeno il 36% dei residenti ritiene prioritario il problema della microcriminalità e della sicurezza e la stessa quota denuncia addirittura un problema di controllo del territorio. Più ci si allontana dal centro, più si affievolisce questo senso di oppressione psicologica, con percentuali di allarme sui temi sicurezza-controllo del territorio che scendono addirittura sotto il 20% : se è normale per i quartieri benestanti dell’area collinare come Santo Stefano e Saragozza, stupisce che questo dato si registri in quelli più popolari, tipo Borgo Panigale, Navile e Savena. In questo senso, il caso più emblematico è quello del Pilastro. «Va be’, qualcuno che va in motorino senza casco c’è e ci saranno pure famiglie di immigrati, ma rispetto a quando sono arrivata qui, è tutta un’altra vita».

Alla fermata dell’autobus, di fronte al monumento che ricorda Andrea Moneta, Otello Stefanini e Mauro Mitilini, i tre carabinieri uccisi dai fratelli Savi della Uno Bianca, la Signora Lia, immigrata da Reggio Calabria alla fine degli anni Settanta, è orgogliosa di dove abita: «Qui negli anni Ottanta sparavano. C’erano i Ciaramitano, i Balsano, i Santagata, gli Alboino. Mafiosi. Ora non ci sono più». La repressione ha funzionato. E la città si è allargata, riducendo le distanze e inglobando di fatto il Pilastro, che una volta era come lasciato a se stesso. Gli investimenti da buona amministrazione hanno fatto il resto. Sul ciglio della strada, il pensionato Marco Mazza cammina veloce ed è di buon umore: «Scendo agli orti», dice indicando gli appezzamenti coltivati a pomodori e melanzane, dove gli amici lo aspettano sotto un piccolo gazebo per la partita a carte.

Il desiderio di sicurezza parla dunque al cuore di Bologna, che tramite il filtro delle paure e del fastidio si interroga su cosa è diventata. «Se penso a che cosa era il circolo Pavese, dove si ballava il liscio e dove si partecipava a interminabili discussioni politiche, davvero la città è diventata un’altra cosa», riflette Sofri. E, fra un futuro che non si dischiude e un passato che è troppo nobile e pesante, viene da chiedersi quali provvedimenti i vecchi comunisti, tipo i sindaci Giuseppe Dozza e Renato Zangheri, avrebbero adottato per risolvere la questione del rumore e del decoro del centro. «Che avrebbero fatto? Avrebbero risolto il problema come quelli delle Leghe bracciantili risolvevano la questione dei crumiri poveri fra i più poveri, arrivati dal Veneto: a bastonate. In fondo il sindaco Cofferati che butta giù con le ruspe le bidonville dei rom si iscrive in questa tradizione d’ordine», scherza ma non troppo con arguzia tardo-togliattiana, il compagno Anderlini.

sole24ore              

A Bologna la vera periferia è il centro. La mappa del disagio nella cittàultima modifica: 2010-08-31T12:20:15+02:00da michelepositano
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