La fedeltà impossibile di Cossiga al maestro Moro

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ll presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga è morto al Policlinico Gemelli di Roma alle 13,18 di martedì 17 agosto. L’ex capo dello Stato era ricoverato in terapia intensiva dal 9 agosto per una insufficienza cardio-respiratoria. Cossiga ha lasciato un testamento con le sue ultime volontà e quattro lettere indirizzate al presidente della Repubblica Napolitano, al presidente del Senato Schifani (già rese pubbliche; in uno dei passaggi si legge: «Fu per me un onore grande servire la Repubblica, a cui sempre sono stato fedele»), al presidente della Camera Fini e al premier Berlusconi. Nella missiva inviata a Schifani Cossiga chiede che i funerali siano svolti in forma privata senza la partecipazione di alcuna autorità. Il luogo delle esequie non è stato ancora deciso. In un primo momento si era parlato di Cheremule, paese natale dei genitori in Sardegna, ma, secondo fonti vicine alla famiglia, i funerali si svolgeranno con molta probabilità nella parrocchia di San Giuseppe a Sassari, dove il presidente emerito si recava per pregare quando giungeva nella città sarda. Cordoglio dal mondo politico.

Il dramma di Cossiga, dentro il turbine della tragedia Moro, è racchiuso in una foto scattata in una giornata grigia che lo ritrae in ginocchio davanti alla cappella ove è seppellito l’uomo di governo democristiano: il volto deformato dai singhiozzi e segnato dal rimorso, la mano a coprire il viso in un gesto di estremo riserbo catturato dal fotografo; eppure il cancello è chiuso, la tomba irrimediabilmente inavvicinabile per tanti, ma soprattutto per lui.

È noto che quei 55 giorni lo marchiarono a fuoco sul piano fisico e psicologico: i capelli si imbiancarono di colpo, la pelle iniziò a riempirsi delle macchie della vitiligine. In quella primavera 1978 Cossiga aveva 50 anni che incominciarono a pesare di botto sulle sue spalle, insieme con le scelte compiute, le responsabili omissioni, le fiducie mal riposte, i ferali errori, il potere avuto e quello che ancora lo attendeva. Subito dopo la morte di Moro si dimise dalla carica di ministro dell’Interno e sembrò uscire definitivamente dalla scena pubblica.

I fatti dimostrarono che l’opportunità di quel passo indietro gli consentì di prendere le misure per una vertiginosa rincorsa, un salto triplo che lo avrebbe proiettato nel 1979 alla carica di presidente del Consiglio, nel 1983 alla guida del Senato e nel 1985 sullo scranno più alto, quello di presidente della Repubblica.

Durante i 55 giorni interpretò la linea ufficiale della fermezza, ossia il rifiuto di ogni trattativa pubblica con le Brigate rosse, ma si servì del consiglio di pochi, fidati amici che agirono riservatamente: Vincenzo Cappelletti che organizzò il comitato di esperti vanamente impegnati a interpretare i messaggi di Moro; l’amico di infanzia Decimo Garau, l’ufficiale medico e gladiatore che avrebbe dovuto proteggere l’ostaggio con il suo corpo in caso di assalto al covo; il compagno di scuola Giuseppe Vitali, il colonnello dei carabinieri che tenne i contatti per conto dello Stato con la criminalità organizzata allo scopo di individuare la prigione.

Moro, nel memoriale dalla prigionia, ebbe solo per Cossiga parole di riguardo perché lo considerava una sorta di suo allievo politico, colui il quale, se non fosse stato rapito e avesse raggiunto la presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto essere il presidente del Consiglio del primo gabinetto con i comunisti coinvolti direttamente in incarichi di governo, magari in ministeri non sensibili sul piano della sicurezza nazionale ed estera. Ma l’azione terrorista spazzò via chirurgicamente il demiurgo di quel progetto e insieme con lui la possibilità di realizzarlo. Il 29 marzo 1978 il prigioniero si rivolse proprio al «Caro Francesco» per scrivere la sua prima lettera, quella in cui chiedeva, contando sul fatto che rimanesse segreta, di aprire un canale di comunicazione riservato tra la «prigione del popolo» e l’esterno. Le Brigate rosse però resero pubblica la missiva e, in seguito si accertò, fecero credere al prigioniero che fosse stato Cossiga a volerlo.

Uno dei principali collaboratori di Moro, Corrado Guerzoni, nel 1995 ebbe parole perspicaci per descrivere il comportamento di Cossiga in quei giorni: «Ho molto rispetto per il senatore Cossiga che conosco fin da quando ero ragazzo. Credo che sia stato vittima di un’azione fermissima del presidente del Consiglio dell’epoca e che sia stato condizionato dalla realtà dei Servizi che si è trovato a gestire. Le sue dimissioni che non hanno alcun valore politico, ma umano, lo confermano». Lo stesso Cossiga, negli anni del trionfo, fu il più coraggioso e aspro critico della propria azione di governo nel corso di quella crisi: riconobbe l’autenticità delle lettere di Moro e la veridicità delle notizie superstiti nel memoriale e si scusò per quella spietata, ma inevitabile strategia di disinformazione che contribuì a mettere in atto durante il sequestro.

E nel 1991 – allora era il presidente della Repubblica a parlare – fu asciutto fino all’arsura nello spiegare all’intervistatore quanto era avvenuto in quella primavera: «Noi abbiamo lasciato uccidere Aldo Moro. Questo è un dato di fatto. Dirò di più: è stata una scelta che abbiamo preso allora, tutti insieme, in modo perfettamente consapevole. Io penso anche che quella fosse la scelta giusta. L’unica che lo Stato democratico potesse prendere. Ma ciò non toglie che noi scegliemmo la morte di Moro». E pochi anni dopo, davanti al magistrato: «Mi creda a me non mi importava niente della Dc, a me interessava lo Stato e interessava Moro».

È presto, prestissimo, per un giudizio storico su questa acuta, eminente e tragica figura della scena pubblica italiana, ma nell’atroce dilemma da lui stesso posto – da una parte le ragioni di una vita, dall’altra quelle dello Stato – vi è l’indicazione di una strada da intraprendere con serietà, equanimità e rigore per provare a comprendere quel tornante decisivo della storia repubblicana che ancora segna l’inconcludenza delle nostre stagioni. Nella sua ultima lettera ha chiesto funerali senza autorità dello Stato, scelta in cui riecheggia un’analoga richiesta epistolare di Moro, forse un atto di estrema quanto impossibile fedeltà al maestro tradito.

miguel.gotor@unito.it              miki de lucia

La fedeltà impossibile di Cossiga al maestro Moroultima modifica: 2010-08-18T10:05:45+02:00da michelepositano
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