Morto Cossiga, protagonista-della politica italiana per 50 anni

Francesco Cossiga 

Ricoverato al Gemelli da lunedì, le sue condizioni
si erano aggravate in mattinata. Aveva 82 anni

cossiga ricoverato 2

 

E’ morto stamane alle 13.18 al Policlinico Gemelli il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Le condizioni dell’ex capo dello Stato, ricoverato dal 9 agosto, avevano subito un improvviso peggioramento questa notte. Il bollettino diffuso dai medici poco dopo mezzogiorno parlava infatti di “un quadro clinico di estrema gravità”, in seguito a “un repentino e drastico peggioramento delle condizioni circolatorie che ha necessitato la ripresa di tutti i supporti vitali”.

A provocare la morte una crisi cardiocircolatoria. All’origine sembra esserci stata la diffusione dalla sepsi, la grave infezione che, attaccando i polmoni, aveva causato insufficienza cardiorespiratoria e aveva portato Cossiga, per via di una ‘fame d’aria’, a ricorrere alle cure dei sanitari.

Il quadro clinico nei giorni scorsi sembrava al contrario in graduale miglioramento: i medici avevano infatti accertato che l’ex Capo dello Stato riusciva a respirare da solo, dopo che erano stati ridotti i farmaci che lo tenevano sedato. In altre parole lo avevano staccato dalla macchina della ventilazione invasiva, verificando una lenta ma graduale ripresa della funzione del respiro.

Così il piazzale antistante il pronto soccorso del Gemelli, a una trentina di metri dalla porta rossa che divide il mondo dal reparto di rianimazione, stamattina si era rapidamente ripopolato degli amici del presidente emerito, dagli uomini della sua scorta ai suoi più stretti collaboratori come Paolo Naccarato, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con il governo Prodi (“Il vecchio leone tornerà a ruggire”, aveva detto qualche ora prima di ferragosto).

Accanto al presidente emerito naturalmente innanzitutto i parenti, a cominciare dai figli Anna Maria e Giuseppe (sottosegretario alla Difesa).

La storia politica
Il giorno in cui fu eletto Presidente della Repubblica, il 24 giugno 1985, sembro’ celebrarsi l’apoteosi della Democrazia Cristiana: 750 voti e passa dei grandi elettori riuniti a Montecitorio e il candidato di Ciriaco De Mita che passa al primo tentativo. Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, avvicino’ un cronista e disse tutto soddisfatto: “Lo sai perche’ governeremo fino al Duemila? Perche’ so’ l’altri che so’ stronzi”. Poi si corresse: “Scrivi ‘fessi’, va’, che e’ meglio ?”. Il buon Evangelisti, ma anche De Mita, ignoravano non solo che la Dc sarebbe scomparsa gia’ nel 1992, ben prima dei pronostici. Non sapevano nemmeno che l’uomo che avevano appena portato al Quirinale sarebbe stato uno dei grandi distruttori di quell’ordine costituito marchiato a fuoco con lo Scudo Crociato.
Al Colle era salito infatti Francesco Cossiga, capitano di corvetta ad honorem, ministro degli interni all’epoca del Caso Moro e gran picconatore della Prima Repubblica. Un uomo che, oggi piu’ che mai, custodisce per sempre la spiegazione di una buona parte di quelle pagine della recente storia patria dove la polvere si e’ depositata fino a far sparire le lettere. Figura eccentrica ai piu’, in realta’ Cossiga appariva a chi gli stava vicino un personaggio shakespeariano nel suo tormento (talvolta dissimulato, altre volte evidente) per essere stato costretto a vivere ed agire in periodi bui, come quello del terrorismo, ed incerti, come quello in cui l’Italia incubava Tangentopoli. Nei primi come nei secondi si mosse mischiando spregiudicatezza – dote politica che aveva in abbondanza – e formidabile intuizione, fredda razionalita’ con palese emotivita’. Mai pero’ questa riusci’ a prevalere sulle altre. Shakespeariano si’, ma non amletico. Casomai talvolta faceva venire in mente Otello, cosi’ come la Dc nelle sue mani fece, ahilei, la fine di Desdemona. Infatti lui parve, con il tempo, non essere mai abbandonato dal rimpianto.

Ugualmente visse fino all’ultimo nell’angoscia per la tragica fine di Aldo Moro. Era ministro degli interni, il piu’ impopolare a memoria d’uomo. Gli estremisti extraparlamentari di sinistra, i “gruppettari”, lo chiamavano Kossiga, inserendo nel suo cognome di famiglia nobile sarda il logo infame delle SS naziste. La cosa lo offendeva particolarmente. Una volta, gia’ Presidente della Repubblica, ne affronto’ da solo un centinaio in Piazza Castello a Torino. “Non ho avuto paura di voi nel ’77, figuriamoci se ne ho ora” urlo’ al loro indirizzo. In mezzo c’era la sicurezza del Quirinale, guidata dal suo uomo di fiducia prefetto Mosino, ma sembro’ che fosse li’ per proteggere quei giovani spauriti dall’attacco micidiale di quel signore con gli occhiali. L’uccisione di Moro fu il momento di svolta della sua vita, non solo politica. Dopo il ritrovamento del cadavere – a due passi da Botteghe Oscure come da Piazza del Gesu’ – si dimise vivendo mesi successivi di solitudine. Il triste epilogo apparente di un enfant prodige democristiano: giovane professore universitario, giovanissimo deputato e sottosegretario e poi ministro. La parabola torna ad essere ascendente quattro anni dopo. Arrivano gli incarichi da presidente del consiglio e presidente del Senato. Infine il Quirinale. La prima cosa che fece, il giorno dell’elezione, fu di andare a trovare Moro nella sua tomba di Turrita Tiberina. Fu anche il gesto con cui chiuse il settennato, nel 1992. Era tutto finito, a quell’epoca, ma in mezzo c’era stato un quinquennio di silenzio seguito da un biennio di interventismo in puro stile – ironia della politica – extraparlamentare.

Ormai fuori dal grande gioco, Cossiga inizio’ ad “esternare”, termine tecnico che lui regalo’ al vocabolario della politica e non solo. Significa: far sapere all’esterno quello che ti pesa sullo stomaco. Quasi una funzione liberatoria della parola, come talvolta capita di sentirsi consigliare di fare nei momenti in cui ti senti giu’. Alla fine lo chiamavano “Externator”, come Sterminator, ma a lui la cosa doveva piacere, se e’ vero che sotto questo nome raccolse e pubblico’ i suoi interventi di quel periodo. Esterno’ due anni, Cossiga: per la precisione dall’autunno 1989, quando si schiero’ a favore di un’ondata di protesta giovanile, quella della “Pantera”, al 25 aprile del 1992, quando si dimise con tre mesi d’anticipo sulla fine del mandato.

Nel frattempo aveva accusato il segretario del Pds Occhetto di essere uno “zombie coi baffi” (Occhetto aveva appena chiesto il suo impeachment per la faccenda Gladio), i giovani magistrati impegnati nella lotta alla mafia di essere dei “giudici ragazzini” e l’allora ministro dell’economia Paolo Cirino Pomicino di essere “keynesiano perche’ spende a man bassa”. Nella fattispecie, a riprova della qualita’ dei suoi rapporti con il suo ex partito, aggiunse: “dovremmo regalarglieli, i libri di Keynes. Ma prima facciamoli tradurre in napoletano”. Non aveva nemmeno disdegnato la politica internazionale piu’ spinosa, come quando da Trieste invito’ i carri armati serbi, impegnati in una guerra lampo contro la neoindipendente Slovenia, a passare per il capoluogo giuliano per rientrare piu’ rapidamente a casa. Sarebbe stata la prima volta che un militare jugoslavo si sarebbe riaffacciato in citta’ dai tempi delle foibe. I triestini non gradirono.

C’era del metodo, pero’, in tanta effervescenza. Cossiga, alla fine del 1989, era stato a Berlino, dove aveva commentato apparentemente l’ovvio: “Il Muro e’ crollato, finito. Bisogna gettarci alle spalle i fantasmi del passato”. Il fatto e’ che, invece, aveva visto piu’ lungo degli altri, intuendo che quel Muro reggeva molte cose, oltre alla divisione del mondo in Est e Ovest. Tra queste c’era, nel suo piccolo, il sistema politico italiano incentrato sulla Dc, la quale in quei giorni vegetava sotto la guida sonnacchiosa di Arnaldo Forlani. Fu cosi’ che Otello trovo’ il fazzoletto di Desdemona. Quando torno’ a pregare – chi lo vide ebbe l’impressione gli parlasse – sulla tomba di Moro, nel 1992, il sistema era saltato e la Balena Bianca DC si dibatteva sulla spiaggia in totale carenza d’ossigeno. Di li’ a poco sarebbe stata una carcassa, come anche il Psi, il Pli, il Pri, il Pci, il Psdi e tutti i partiti dell’arco costituzionale. Quelli che avevano scritto la Carta del 1948, spazzati via per essere rimpiazzati da forze che per la Costituzione non possono avere lo stesso coinvolgimento affettivo. Ma questo Cossiga, per una volta, non poteva immaginarlo, ne’ intuirlo.

affaritaliani.it

Morto Cossiga, protagonista-della politica italiana per 50 anniultima modifica: 2010-08-17T13:50:00+02:00da michelepositano
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