La crisi delle imprese italiane frena Piazza Affari che perde sempre più appeal

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Londra conta fino a un certo punto, forse nulla, anzi potrebbe essere un’opportunità. Se il listino di Piazza Affari non si allunga, la colpa non è certo degli inglesi. Semmai è della crisi che ha frenato non solo le imprese italiane, ma anche quelle del resto del mondo, nel salto verso la Borsa. Ma anche questa “scusa” regge poco perché se si risale indietro negli anni si scopre che bene o male il numero delle società quotate non arriva mai a 300, che si sia in fase Toro o in fase Orso cambia poco. Ma nel frattempo la rappresentatività della Borsa sull’economia italiana continua a franare.

Lo scorso anno, per esempio, il listino principale di Piazza Affari ha ospitato una sola matricola, Yoox, arrivata in quotazione a metà novembre. Undici invece se ne sono andate e se le statistiche ufficiali registrano, da un anno all’altro, un aumento delle quotate dalle 251 società del 2008 alle 280 del 2009 è solo perchè a giugno Borsa italiana aveva deciso di chiudere l’esperienza dell’Expandi, trasferendo la quarantina di aziende dell’erede del Ristretto al mercato principale. Nonostante gli sforzi, anche la Borsa post privatizzazione non è mai riuscita a superare la soglia critica. E quest’anno non andrà meglio: in listino è entrata solo Tesmec, mentre sta scaldando i motori Enel Greenpower (la costola del gigante elettrico nell’energia alternativa) e Fiat dovrebbe farsi in due con la scissione di Industrial.

Quel che è cambiato nel tempo è stato il peso di Piazza Affari rispetto al Pil, un oscillatore impazzito, perchè l’espandersi o il contrarsi del rapporto non ha fatto altro che seguire il ritmo delle quotazioni. Così nel 2000, l’anno del boom da euforia irrazionale, il rapporto capitalizzazione/Pil si era avvicinato al 70%, ma nel 2008, dopo lo scompiglio creato sui mercati dal fallimento Lehman, il valore della Borsa non arrivava a un quarto del Prodotto nazionale.

Per le Borse, intese come società-mercato, “catturare” nuovi clienti è importante ma non essenziale. Perché i bilanci si fanno soprattutto col trading. Dall’ultima pubblicazione Indici e Dati di Mediobanca, che analizza anche i conti dell’exchange industry, si evince che dei 155,8 milioni di ricavi vantati da Piazza Affari alla chiusura dell’esercizio al 31 marzo 2009, più della metà (76,4 milioni) deriva dalla negoziazione, ma anche i servizi di compensazione, liquidazione e custodia titoli (40,8 milioni) valgono quasi il doppio della voce ammissione e quotazione (22,7 milioni). E, in proporzione, è lo stesso per le altre Borse.

Gli scambi in Piazza Affari non mancano. Il punto è che, se è relativamente scarso il fenomeno delle negoziazioni guidate dai computer, è invece ipertrofico quello dei day-trader. «Almeno il 35% dei volumi è mosso dai trader online che entrano ed escono più volte da un titolo nell’arco di una seduta – nota Michele Calzolari, presidente di Assosim (l’associazione delle società di negoziazione) – E per fare questo occorrono titoli molto liquidi, con la conseguenza che la concentrazione degli scambi sulle blue chip è arrivata a livelli elevatissimi, direi che siamo vicini al 90%.

Le società di media capitalizzazione sono trascurate e questo è indubbiamente un freno alle nuove quotazioni, considerato il nostro tessuto industriale». Che, come noto, è fatto soprattutto da piccole e medie imprese. Le grandi in listino ci sono già quasi tutte e quelle che non ci sono (le Ferrero o le Barilla) non hanno mai considerato di andarci.
L’Aim è un discorso a parte, perchè il segmento dedicato alle micro-imprese che prevede come requisito minimo un flottante del 10%, è da considerare più come una “palestra” che come un vero mercato di Borsa. La presenza consolidata sulla piazza londinese di fondi specializzati in Pmi potrebbe aiutare a sbloccare l’ingessamento del listino principale, ma finora non si è visto molto.

«Ma la verità è che ci vorrebbe anche più flessibilità nella procedura di quotazione – osserva il responsabile per le Ipo di una grande banca – Solo per spese legali e di preparazione si arriva come niente a spendere 1-2 milioni. Non tutti se la sentono di sobbarcarsi l’onere, soprattutto in una fase come questa in cui le condizioni di mercato cambiano repentinamente da un momento all’altro e magari l’operazione poi non si fa».

sole24ore               miki de lucia

La crisi delle imprese italiane frena Piazza Affari che perde sempre più appealultima modifica: 2010-08-11T08:57:50+02:00da michelepositano
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