Il signor Mario Rossi e i suoi sette milioni di euro in Svizzera. Le società degli evasori italiani nella «lista Falciani»

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Chi è davvero Mario Rossi, 36 anni, cittadino italiano, una casa in Piazza Duomo a Milano e un conto da almeno sette milioni di euro custoditi nella Hsbc Private Bank di Ginevra? È davvero uno dei nomi della “lista Falciani”? Insomma, uno dei quasi settemila presunti evasori fiscali sui quali oggi indaga la Guardia di Finanza di Roma?
No, a dirla tutta. Perché in realtà Mario Rossi non esiste, non ha un volto né un indirizzo e non è neppure un nome reale. Il suo è un identikit di fantasia. Ma come forse spiegherebbe con una certa ironia Luigi Pirandello, Mario Rossi è nello stesso tempo uno, nessuno e centomila.

I profili come il suo, immagazzinati in un computer dell’ex dipendente della Hsbc Hervé Falciani sequestrato mesi fa dalle autorità francesi, sono infatti decine di migliaia, circa 80mila, questi sì perfettamente reali. E non soltanto italiani ma anche francesi, spagnoli, statunitensi, canadesi, tedeschi e di decine di altri paesi di tutto il mondo.
Mario Rossi, insomma, non è assolutamente uno dei nomi della “lista”, ma quello che pubblichiamo in questa pagina è un documento importantissimo per capire di quali informazioni disponga la Guardia di Finanza di Roma nell’inchiesta avviata tre mesi fa, quando le autorità francesi hanno consegnato agli investigatori italiani, attraverso i canali diplomatici, i cd-rom con tutti i dati dei potenziali evasori fiscali che avevano affidato i loro soldi a una delle più grandi banche del globo.

Si potrebbe considerare questo documento come un fac-simile, dove i contenuti sono stati sostituiti con nomi ed elementi di fantasia ma il cui schema è del tutto reale. Osservandolo bene si può comprendere chiaramente come al di là dei numeri di conto e dei guadagni sottratti al fisco e depositati nella Hsbc, esista anche un secondo livello di indagine – ben più importante del primo – legato alle società domiciliate il più delle volte nei paradisi fiscali utilizzate dai presunti evasori per far perdere le tracce del proprio denaro e i cui riferimenti compaiono – nero su bianco – nei prospetti nelle mani delle Fiamme gialle.

Ma cosa ci si trova di così rilevante nelle schede dei settemila clienti italiani? Tutti i profili – ciascuno memorizzato in un foglio elettronico formato excel – riportano nella parte alta i dati del cliente della Hsbc: data di nascita, domicilio, numero di telefono, giorno di apertura del rapporto con la banca e i codici interni attraverso i quali il cliente è riconoscibile, anche se possiede conti cifrati

È però nella parte inferiore dello schema che sono catalogate le notizie più interessanti. Sono stati necessari parecchi mesi di lavoro certosino per consentire alle autorità francesi di raggruppare gli elementi che permettono di ricostruire i legami più evidenti tra il cliente e la banca, suddividendoli in cinque grandi voci. Ma alla fine il risultato è stato un lavoro ben fatto.

Il primo raggruppamento è l’elenco di tutte le società che fanno capo direttamente al titolare del conto. Si possono individuare fondi d’investimento, società anonime o limited liability company (Llc). Di tutte figurano i codici Iban dei conti aperti nelle banche o nelle filiali sparse in mezzo mondo e i relativi importi depositati. Con precisione svizzera, sono indicati anche il giorno e l’ora di creazione dei dati. Ci sono poi i nominativi delle persone legate al cliente della banca e che hanno accesso ai suoi depositi: un’indicazione importante per identificare i soggetti che agiscono in nome del titolare del conto.

Proseguendo verso il basso si può leggere la lista delle altre società collegate al profilo analizzato, il paese nel quale sono domiciliate e la data di incorporazione. Ma non basta. Perché nello schema figura anche l’elenco degli asset posseduti dal cliente della banca: titoli di stato, obbligazioni, fondi e tutti gli strumenti finanziari verso i quali sono stati convogliati i flussi degli investimenti.

C’è poi una voce forse ancora più importante, ed è quella che elenca i contatti avvenuti tra l’istituto e il suo cliente. È una radiografia degli ordini impartiti ai gestori della banca, con tanto di data, orario, descrizione dell’operazione e modalità attraverso la quale l’istruzione è stata fornita, cioé scritta o telefonica. Come si può intuire, la “lista Falciani” non è un semplice elenco di nomi e di numeri di conto. Ma molto di più. Al suo interno ci sono elementi importanti per le indagini della Guardia di Finanza, anche se è presumibile che la gran parte dei titolari dei conti abbia approfittato dello scudo fiscale per regolarizzare la propria posizione con il fisco prima dell’avvio delle indagini. Già subito dopo il sequestro del computer di Falciani, infatti, i vertici della Hsbc di Ginevra avevano avvisato tutti i correntisti della sottrazione di dati sensibili, mettendo così in guardia anche quanti avevano portato illegalmente in Svizzera i propri patrimoni.

Se è quindi presumibile che i ricavi per il fisco italiano saranno irrisori – anche perché i grandi evasori che hanno utilizzato metodi più sofisticati per evitare di figurare negli archivi della banca non sono nell’elenco –, i particolari sulle strutture societarie e le operazioni finanziarie dei clienti italiani sono una traccia importante che consentirà agli investigatori di allargare il raggio di azione delle indagini.
Eppure, gli elementi nella disponibilità della Guardia di Finanza di Roma sono soltanto una parte infinitesimale dei dati contenuti nel computer sequestrato dai francesi: milioni di pagine che fotografano tre anni di vita della filiale di Ginevra della Hsbc. Tra gli elementi che gli investigatori italiani non hanno potuto ottenere, ce n’è uno di particolare importanza per individuare eventuali azioni di riciclaggio. Sono quelli che nel gergo bancario vengono chiamati “visit reports” e che sono previsti da una raccomandazione del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria con l’obiettivo di lasciare una traccia dei rapporti tra il cliente e gli istituti bancari.

I “visit reports”, in definitiva, appaiono come dei documenti sintetici scritti dai gestori della banca nei quali sono riassunti contenuti e modalità dei contatti con i titolari dei conti correnti. In un anno la filiale ginevrina della Hsbc produceva circa 18mila di questi report, e dunque nel computer oggi nelle mani dei francesi sono custoditi più di 50mila informazioni relative ai suoi clienti: 50mila rapporti che possono rivelare, per esempio, comportamenti sospetti dei funzionari della banca. E che sono talvolta l’unica traccia delle operazioni bancarie effettuate, visto che una gran parte delle transazioni avviene attraverso semplici comunicazioni telefoniche e non con ordini scritti del cliente. L’unica possibilità di individuare operazioni di riciclaggio resta dunque quella delle intercettazioni telefoniche. Entrare in possesso dei “visit reports” sarebbe una manna per gli investigatori. Ma un’autentica sciagura per le migliaia di Mario Rossi.

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com    miki de lucia

Il signor Mario Rossi e i suoi sette milioni di euro in Svizzera. Le società degli evasori italiani nella «lista Falciani»ultima modifica: 2010-08-11T08:52:17+02:00da michelepositano
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