Sessoscritto, nuda sulla cattedra

Entrava e usciva dalle sue aule ad orari precisi: era un’insegnante molto puntuale. Si vestiva in modo appropriato, corretto, per poter stare davanti ad una platea di alunni adolescenti senza provare imbarazzo. I ragazzi a cui insegnava erano distratti quel tanto che ci si poteva aspettare da loro, ma contemporaneamente attenti a tutti i particolari che in genere sfuggono a chi ascolta principalmente la materia o l’argomento del discorso e non è interessato al contesto. Loro invece avrebbero potuto notare un particolare eccentrico o un elemento di insolita eleganza. Ma in lei era quasi impossibile: calzava scarpe sportive – scarponcini, spesso –  jeans e maglioni – quasi sempre in tinta – oppure vestiti dritti e stivali, che non evidenziavano mai le forme del suo corpo.
Eppure sotto quella lana e quelle stoffe il suo corpo esisteva e non si mortificava con il silenzio di una camminata severa o con un tono di voce basso ma autorevole a cui ogni giorno affidava la scienza che, leggera e semplice, usciva dalle sue frasi costruite per rendere comprensibili nuclei e osmosi, riproduzioni e protoni, combinazioni di dna e nuove scoperte.

Il suo corpo semplicemente attendeva di uscire allo scoperto sotto il gettito dell’acqua tiepida della doccia, sotto il sole della spiaggia, o quando si infilava nudo sotto le coperte, la notte. Lì le sue tette sode spandevano il tepore che la pelle non aveva perduto, le sue caviglie ancora sottili – nonostante il prolungato uso delle scarpe basse – erano il sostegno di due gambe forti e ben tornite che terminavamo in due cosce sode unite in cima in una peluria castana e piccola, che copriva una fica spesso umida per i pensieri e i desideri più che per gli amplessi.
Lui la vedeva entrare e uscire dalla scuola, spesso in coincidenza con i suoi orari. L’edificio che ospitava il loro lavoro, tutti i giorni, era molto grande e gli allievi che andavano e venivano erano qualche centinaio. Lei saliva le scale per raggiungere l’ampio portone della scuola, entrava in sala professori, posava lì gli oggetti in eccesso, indugiava solo qualche minuto, per un saluto breve, e poi percorreva il lungo corridoio, dove in fondo generalmente c’era ad attenderla l’aula dei suoi allievi, non proprio impazienti del suo arrivo.
Lui si accorse invece presto di essere impaziente di vederla arrivare. Era come se una piccola certezza tutti i giorni si compisse: se lei era lì erano sicuramente le otto e venti del mattino; se lei era lì era sicuramente una mattina come tutte le altre e non ci sarebbero state brutte sorprese.

Ci volle più tempo invece perché  notasse la morbidezza dei suoi capelli – lei portava un taglio carrè alla francese e un trucco leggerissimo: una matita scura sotto gli occhi scuri –o notasse il lento gesto delle sue dita magre, quando le passava proprio tra i capelli. Si trovò però a pensare, quasi subito e quasi suo malgrado, all’effetto che potevano fare quelle dita posate sul suo cazzo – così leggere sopra gli oggetti, mentre toccavano la carta fragile dei libri o afferravano quasi senza lasciare traccia o impronta la penna, che lei sorreggeva appena: come avrebbero toccato, preso, la pelle rosata e tesa del suo cazzo e come l’avrebbero spostata avanti e indietro, su e giù, con forza o con grazia? Come si sarebbero mosse per dargli piacere, con lo stesso tocco casuale con cui toccavano tutto il resto oppure avrebbero stretto il cazzo con la forza dei nervi sottili che le percorrevano? Come avrebbero mostrato l’energia, il desiderio, la voglia, che lui ora poteva solo immaginare in loro?
Ci volle un pochino più di tempo perché fosse colpito dal perimetro del suo corpo – regolare nonostante i vestiti non accentuassero nessun rilievo delle tette o dei fianchi – e sopratutto un pochino più di tempo affinché lui notasse come il modo di camminare di lei fosse simile a quello di un gatto: solo apparentemente distratto mentre, un passo dopo l’altro, sapeva sempre dove andare. Ogni suo passo infatti, regolare e leggero, la portava, con il collo dritto e la schiena eretta ma non rigida, ad aprire la porta della sua aula, con un gesto che faceva indugiare le sue mani un poco  sulla maniglia, solo un poco… ma che era come una carezza.

Quelle domande gli si affollavano nelle mente,e ogni volta  sorrideva in modo impercettibile tra sé e sé;  quando poi la curiosità si trasformò in un’eccitazione che gli veniva su dalla pancia – appena lei si sfilava il cappotto e prendeva in mano il registro per aprirlo – e lui cominciò a pensare fissamente a quelle dita che potevano in fretta levargli via la cintura dei pantaloni per poi entrargli dentro le mutande, fu allora che decise che voleva davvero che tutto ciò accadesse, e il prima possibile.
Prese perciò l’abitudine di arrivare a scuola qualche minuto prima di lei, di sedersi di fronte a lei, al grande tavolo della sala professori, di guardarla per qualche secondo in più, in modo diretto, tutti i giorni, e di invitarla al bar della scuola, tutti i giorni, a prendere un caffé, o un cappuccino o a fare colazione.
La prima volta lei non accettò, perché non c’era tempo, disse, e fu così anche la volta dopo. Ma la terza mattina il tempo c’era, perché lei era arrivata prima – giusto due o tre minuti, ma lui l’aveva notato – e perciò andarono insieme a prendere un caffé.
Nel bar della scuola c’era tanta gente – professori ma anche allievi – ed era davvero normale che tutti si scambiassero saluti e sorrisi. Perciò loro due non furono particolarmente notati né furono
ascoltati i loro discorsi. Nessuno notò che lui fece un complimento al colore del suo maglione scuro, che disse intonarsi così bene con lo scuro riflesso delle sue sopracciglia, né notò  lo stupore che quello strano cromatico complimento destò in lei.

Nessuno infine notò che lui le chiese di uscire, di poterla vedere fuori dalle fretta di quel bar, dei minuti prima dell’inizio della giornata scolastica. Né poterono percepire qualcosa di insolito gli allievi, nell’ atteggiamento di lei o in tutto l’andamento dell’orario della giornata, che si susseguì come sempre, scandito dalla campanella, dal vocio nei corridoi, dalle porte che si aprivano e si chiudevano, da lei che prendeva in mano i suoi oggetti e il suo cappotto per andare in un’altra aula, a parlare ad altri studenti. Tutte le sue lezioni quel giorno furono prive di emozioni, come sempre, e  lo fu anche il suo modo di esprimersi: chiaro, razionale, preciso e tranquillo, sebbene privo anche di severità.
Però a lui piacque pensare che qualcosa si fosse mosso dentro di lei, dal momento che aveva accettato il suo invito. L’aveva chiamata per nome:
“Liliana…”
Ed anche questo gli era piaciuto.
La mattina seguente lei arrivò addirittura otto minuti prima e andarono nuovamente al bar insieme, dove lui le offrì un cappuccino e un cornetto, per il semplice piacere di vederla mangiare. Lei bevve il suo latte a piccoli sorsi e mangiò il cornetto a piccoli morsi, non parlando mai con la bocca piena. Lui perciò non riuscì ad immaginare come poteva essere la sua bocca – se larga, se avida – nel momento in cui vi avrebbe fatto scivolare dentro il suo cazzo duro; se lo avrebbe leccato piano con la sua lingua rossa e vivace o se avrebbe succhiato con piacere il suo muscolo, tentata di farvi strusciare un poco i denti.
“ Mi piacerebbe offrirti più di un cornetto.” Si ritrovò a dire lui. “Io cucino piuttosto bene. Avresti voglia di venire a cena da me?”
Lei posò il suo cappuccino sul bancone del bar e gli rivolse un sorriso.
“Ma certo. Con piacere!”
 Lui allora pensò che era stato facile, ed era felice.
“Domani è troppo presto?”
“No. Domani per me va bene.”

Andrò a fare la spesa…! C’è qualcosa che non ti piace mangiare?”
“Ma no. Io mangio praticamente tutto.”
Così lui si concentrò su un progetto di menù semplice e poté piacevolmente pensare a lei e a
quello che avrebbero fatto insieme: ah…! Poterla avere per qualche ora in casa, privarla di quei vestiti monocromi e osservare se il suo corpo era davvero così intero o se invece riusciva a dividersi in aperture e chiusure… L’apertura delle sue ascelle dove chissà se c’era una leggera peluria o se lei si depilava, l’odore che potevano avere…; il punto in cui le mele del suo culo si univano e mostravano un solco che chissà se era profondo o appena accennato; lo spazio sotto le tette, generalmente nascosto, dove però la pelle è sempre tenera e delicata, un punto che lui avrebbe voluto a lungo leccare, bagnare tutto di saliva, se poi lei si fosse sdraiata…E infine finalmente la sua fica, che chissà se si mostrava appena, divisa da grandi labbra, o se era piccola  e unita, oppure se si schiudeva morbida e bagnata tra le sue cosce nude e aperte, dove lui voleva a lungo passare la mano, per sentirla tutta quanta e poi a lungo e a lungo farci scorrere dentro e poi fuori, e ancora dentro e poi fuori, il suo cazzo…
Liliana arrivò puntuale a casa sua, il giorno dopo, e lui non ne aveva dubitato neppure per un attimo.  Così tutto era pronto all’orario preciso e prima di sedersi a tavola lui le offrì anche un po’ di vino bianco e leggero, un buon prosecco che aveva comprato apposta per quella loro cena e poi tenuto due ore in frigo perchè potessero berlo giustamente fresco, loro due.  Lo versò in  lunghi bicchieri a flute,  ne porse uno a Liliana e cominciarono a sorseggiarlo insieme.
Lui aveva anche apparecchiato la tavola in modo carino, usando una tovaglia dai colori chiari e delle stoviglie in tinta, perchè pensò che a lei potesse far piacere che si rispettasse la sua attenzione per i colori, e che anche lui evitasse, in omaggio a lei, gli eccessivi passaggi da una sfumatura all’altra. Perciò la tavola che lui aveva preparato aveva i piatti azzurro chiaro,  i manici delle posate azzurro chiaro, la tovaglia e i tovaglioli azzurro chiaro, in un logico susseguirsi di colori simili o identici, che si richiamavano a vicenda, in armonica composizione.
Liliana arrivò indossando un lungo abito a collo alto, di lana bordò scuro, e degli stivali neri. C’era  un’austera armonia in tutta la stanza. Che a lui piacque molto.
Bevevano il vino in piedi e parlavano, mentre lui serviva il timballo di pasta con le verdure e la besciamella.
Poi si sedettero vicini a mangiare e si avvicinarono ancora di più quando lui le chiese di assaggiare un altro vino – sempre bianco, ma questa volta secco e dal profumo fruttato – direttamente dal suo bicchiere, dove lei lasciò una leggera impronta di labbra, sebbene non avesse il rossetto.
Fu dopo aver guardato quella traccia di  labbra chiare sul vetro che lui le prese forte le mani tra le sue e avvicinò la bocca a quella di Liliana e l’aprì, per far entrare le labbra di lei, quelle vere, dentro le sue, in un bacio che fu subito grande e lungo, con la saliva che si mischiava ora nella bocca dell’uno e ora nella bocca dell’altra, con le lingue che si toccavamo, si esploravano, regalandosi il  medesimo sapore di vino, buono e forte.

Sempre continuando a baciarla, a succhiarle le labbra e a tenerle le mani – e per la verità poco attento al fatto che avevano mangiato solo il timballo di pasta e non ancora il resto della cena – lui si era alzato dal suo posto e si era messo davanti a lei, in piedi;  aveva poi fatto alzare in piedi anche lei e l’aveva lentamente spinta verso il divano, prima seduta e poi sdraiata. Aveva lasciato le sue mani e aveva cominciato, con una delle sue, libera dalla stretta di lei, a toccarle le tette sopra  l’abito di lana bordò, curioso di sapere se il suo seno era davvero sodo come lui l’aveva immaginato o se invece era morbido e caldo. Inoltre scoprì d’ essere curioso anche di sapere se  lei rispettasse l’uso dei colori nella biancheria,  se indossasse delle mutande e un reggiseno rosso scuri oppure no…
Le tette di Liliana gli piacquero molto, tra le dita: poteva muoverle di qua e di là perchè lei sembrava non portare altro che un reggiseno leggero… sotto il vestito…E quel vestito lui voleva toglierglielo al più presto, per guardarle quelle tette,  e poi la pancia, le gambe… per poterla guardare e toccare tutta quanta.
Così sfilò via l’abito dalla testa di Liliana, che alzò le braccia, per farselo levare. Lui notò allora la sua biancheria: era semplice, di cotone e proprio di colore rosso scuro.
Poi le tolse anche le mutande e il reggiseno e cominciò ad accarezzarle tutto il corpo, in senso verticale, mentre con la bocca le succhiava i capezzoli e poi li teneva piano tra i denti mentre Liliana faceva: “Ohh…”  e gli stringeva forte le spalle con le dita delle mani e gli chiedeva:
“Dimmi che fai…? Dimmi che fai…?”
E lui le rispondeva:
“Ora ti tocco… e poi…e poi….e poi ti prendo….ti prendo…”
Ma ancora lui non si era spogliato. “Ohhh…” continuava allora a dire lei, come se fosse, più che un gemito, un’espressione di sorpresa; mentre lui scorreva le sue dita sulle sue cosce e poi proprio tra le sue gambe, dove la fica si era davvero bagnata e si bagnava sempre di più sotto le dita di lui, che la toccavano e la aprivano e cercavano tra le fessure il modo per eccitarla ancora e ancora, senza però entrarle con un dito dentro perchè lui voleva che lei continuasse a desiderarlo molto e che desiderasse proprio il suo cazzo… Era infatti proprio il cazzo quello che lui voleva metterle dentro per primo.
Così  la fece alzare e la portò in camera da letto, facendola camminare tutta nuda per i corridoi della sua casa, mentre in salotto restavano le luci accese e in cucina il resto preparato della cena: il pesce al sale e le patate al forno, ancora tutto da mangiare…

In camera lui accese solo una lampada azzurra e si distese con Liliana sul letto, togliendosi di corsa le scarpe, le calze, i pantaloni, mentre Liliana gli sfilava il maglione, la camicia…
E poi lui la strinse in un abbraccio forte, le tenne aperte le gambe con le sue e fece scivolare  il suo cazzo dentro la fica di Liliana, aiutandosi con due dita, mentre lei allacciò le gambe sopra la sua vita. Lui allora cominciò a muoversi, avanti e indietro, e anche Liliana seguiva i suoi movimenti e quando il cazzo di lui era fuori i fianchi di Liliana erano lontani, e quando il suo cazzo era dentro i fianchi di Liliana erano vicini, e a lui tutto questo piaceva tanto e le diceva:
“Come ti muovi bene…Quanto mi piaci…Tanto…tanto…Oh si, tanto…!”
E Liliana gli rispondeva dando ancora più ritmo, più velocità, al movimento dei suoi fianchi e dicendogli:
“Così…Così… Vuoi così, vero?”
 Perciò lui le ripeteva:
“Così…Così…Proprio così…!”
E si eccitava ancora di più. Però non voleva venire troppo presto, voleva che quel piacere durasse ancora, quindi la fece girare sulla schiena e le accarezzò le spalle mentre  passava l’altra mano sul suo culo, con il palmo tutto aperto, per sentirlo tutto in una carezza che era larga e forte insieme: le toccava il culo tutto intero, affondando a volte nella carne di lei, per sentirne la pelle, che tanto gli piaceva…
Lui fece poi scivolare la lingua per tutta la larghezza del culo di Liliana e lo baciò e lo leccò a lungo, mentre lei diceva: “Uhmm…” e restava  con la testa affondata sul lenzuolo.
Con le mani lui intanto la teneva per le spalle e poi le entrò dentro, con il cazzo nella fica,
prendendola da dietro, mentre il gemito di Liliana si trasformava sempre di più in un affannoso ripetere di parole di piacere, che lo incitavano: “Anche così…anche così…prendimi con forza…così puoi farlo bene…con forza…con forza…”
E lui la prendeva muovendosi velocemente e dandole dei colpi forti con i fianchi e sentendo il suo cazzo diventare sempre più duro dentro la pelle viva della fica di lei, che calda e avvolgente lo ingoiava tutto. Davanti aveva quel suo culo su cui sbatteva i fianchi, che vedeva dondolare leggermente proprio mentre vi sbatteva ed oltre al piacere fisico quella vista di carne tonda lo eccitava tanto, così tanto che ad un certo punto sentì quasi di non poterne più e disse a Liliana:
“Io credo che verrò…credo che verrò…”
Allora Liliana gli chiese:
“Puoi aspettare? Non ancora…Non venire ancora…Puoi aspettare?”
E lui, che voleva compiacerla, smise di muoversi avanti e indietro e sfilò il suo cazzo dalla sua fica
Liliana allora si alzò piano piano dal letto e, tutta nuda, uscì dalla stanza. Lui rimase un po’ sorpreso ma, poiché era anche stanco, decise di aspettarla,  immaginando che lei fosse andata un attimo in bagno.
Liliana tornò pochi minuti dopo e si adagiò nuovamente sul letto accanto a lui, che subito andò verso le sue labbra e le leccò piano, con la punta delle lingua. Lei allora gli prese il cazzo con una mano e cominciò a stringerlo tra le dita e a far scorrere avanti e indietro la sua pelle. Lui guardava la mano di lei e il suo cazzo che, dentro quella mano, si induriva ancora. Gli piaceva come lei lo toccava e soprattutto gli piaceva guardare mentre lei lo faceva. Così cominciò ad eccitarsi di nuovo e a sentire nuovamente che era molto difficile contenere la crescita del piacere: sentiva come una grande spinta dentro ed era come se il liquido del suo seme gli premesse, come se volesse scorrere, insieme ad un orgasmo potente che gli muoveva anche il fiato e la voce dalla pancia alla gola, dai reni, lungo tutto il muscolo del suo cazzo che, duro e rosso, era completamente nella mano di lei…Un liquido caldo che voleva scorrere fuori insieme al piacere che avrebbe preso tutto il suo corpo…Mentre la mano di lei si muoveva e non si fermava, non si fermava…
“Ora io vengo…io vengo…”
Diceva lui. Liliana intanto aveva preso una piccola bustina di plastica azzurro chiaro e l’aveva messa proprio sotto il suo cazzo, mentre lui veniva, e vi aveva raccolto tutto il suo sperma bianco e appiccicoso. Aveva poi chiuso la bustina e sorriso.
Lui si sentiva esausto e soddisfatto. Ma poi le chiese:
“Ed ora che ci fai?”. “Oh! Lo conservo. Un giorno in frigorifero, sciolto con un poco di latte, e diventa un’ottima crema per le gambe.”

TESTO TRATTO DA AFFARITALIANI.IT

 

Sessoscritto, nuda sulla cattedraultima modifica: 2010-08-05T10:45:00+02:00da michelepositano
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