Ecco l’uomo che custodisce il file segreto di Wikileaks

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Ha bruciato 276 agenti britannici dell’MI6, circa 400 funzionari della Psia (i servizi segreti giapponesi) e 2.619 informatori della Cia: è il più pericoloso “piromane” nel mondo dell’intelligence. Classe 1935, professione architetto, si chiama John Young. È il più temuto gatekeeper della storia: a lui è stata affidata la password capace di scoperchiare il vaso di Pandora etichettato “Insurance.aes256”, è il moderno Cerbero al cui collo è appesa la chiave di una porta che il governo americano non vorrebbe mai venisse clamorosamente spalancata.

Quel file crittografato – piazzato come una ciliegina sulla già indigesta torta che il sito Wikileaks ha propinato al pubblico di Internet – è il jolly giocato a sorpresa da chi ha messo in piazza dolorosi segreti della guerra in Afghanistan e adesso teme ragionevolmente per il proprio futuro.

Il nome del file collocato online da qualche giorno è eloquente: quella cornucopia di informazioni riservate è la polizza assicurativa a copertura dell’incolumità di Julian Assange e degli altri collaboratori. Se mai dovesse capitare qualcosa a uno dei membri dello staff di Wikileaks, l’architetto Young è incaricato di accendere la miccia destinata a distruggere lo spy-system planetario.

Qualche anno fa, in una delle rare occasioni in cui ha concesso un’intervista, John Young si è autodefinito «a pretty fucking angry guy». Il «giovanotto dannatamente arrabbiato» è il “webmaster” di uno dei più spinosi insediamenti telematici conficcati nel fianco del governo statunitense: il suo “cryptome.org” dal 1996 è una vetrina online di informazioni “proibite” che hanno fatto tremare i polsi di personaggi potenti.

L’irrequieto John ha sfidato la riservatezza del presidente Bush pubblicando le foto satellitare ad altissima risoluzione del ranch di Crawford; ha messo spalle al muro la National Security Agency spiattellandone le modalità utilizzate per spiare il traffico su Internet della globalità degli utenti; ha mandato in crisi numerosi “untouchables” pubblicando indirizzi e numeri telefonici di casa e d’ufficio dei più importanti grand commis (non si salvò nemmeno l’allora direttore della National Intelligence John Negroponte); ha fatto traballare la sedia dei vertici della sicurezza nazionale piazzando in rete la cosiddetta “imagery” del “Site R”, l’installazione militare dislocata in Pennsylvania ritenuta la residenza segreta del vice presidente Dick Cheney.

Cryptome, ha detto William Arkin, analista militare della rete televisiva Nbc News e “columnist” del sito internet del Washington Post, è «the Google of national security».
Young viene dal Texas orientale, ma non fornisce dettagli sul suo passato “remoto”. Frequenta la Rice University a Houston, presta servizio nel Corpo del Genio dell’esercito americano e nel 1962 – moglie e quattro figli al seguito – si trasferisce a New York per laurearsi in architettura alla Columbia University. Nel ’68 è uno degli animatori delle agitazioni studentesche non per convinzione ma «principalmente perché la protesta sembrava molto più interessante della frequenza scolastica». Ma a fronte di una partenza “tiepida”, è protagonista di una profonda trasformazione personale che lo porta a fondare – con altri attivisti della Avery Hall – la “Urban Deadline”: diventa così padre di un movimento che pensa di cambiare il mondo attraverso il design e che – fortemente impegnato socialmente – presta assistenza ai poveri, costruisce gratuitamente edifici scolastici per i meno abbienti e si fa carico di spese ed oneri per i meno fortunati.

La conversione digitale di Young risale a sedici anni fa: prima di arrivare a partorire Cryptome, l’architetto ribelle è tra gli utenti di una Listserv (una comunità paleolitica rispetto agli odierni social network) che si chiama “Cypherpunks”, in cui sono annoverati personaggi come John Gilmore, uno dei pionieri di Sun Microsystems, e Tim May, geniale “chief scientist” in Intel.

Quasi un ventennio dopo, dimostrando di non voler mai imparare la lezione, adesso John Young ha in mano il joystick nel più audace wargame che nessuno avrebbe mai immaginato. Chi lo conosce sa che non esiterebbe a premere il “red button” e a far fuoco in ossequio a quella libertà d’informazione di cui si sente paladino.

umberto@rapetto.it

Ecco l’uomo che custodisce il file segreto di Wikileaksultima modifica: 2010-08-05T09:46:20+02:00da michelepositano
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