Da Bernanke alla Bce, i segnali dell’economia sono ancora troppo timidi per parlare di svolta

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È iniziata bene la settimana per l’economia sulle due sponde dell’Atlantico, con i dati macroeconomici che mostrano performance positive oltre le attese, come l’indice Pmi in Europa, o in calo ma meno del previsto, come l’indice Ism manifatturiero e le spese per costruzioni negli Stati Uniti. Ma sono segnali troppo timidi (soprattutto quelli che giungono dagli Stati Uniti) per poter dare un colpo di acceleratore alla ripresa che, come ha avvertito il presidente della Fed, Ben Bernanke, «continuerà a essere lenta», nonostante per i prossimi trimestri si preveda una maggiore vivacità dei consumi delle famiglie americane.

Gli occhi degli analisti restano puntati su venerdì prossimo, quando è in programma la pubblicazione del il rapporto sul mercato del lavoro a luglio: il tasso di disoccupazione è dato in crescita al 9,6% (dal 9,5% toccato a giugno), mentre il numero dei nuovi assunti nei settori è previsto in calo di 70mila unità (-125mila il mese precedente). Cifre molto lontane da quelle terribili registrate nei mesi peggiori della crisi, ma in ogni caso insufficienti a convincere i mercati che la tempesta è definitivamente alle spalle e che non ci sarà una ricaduta, la tanto temuta ‘double dip’.

In questo contesto, il mercato dei cambi resta il termometro più sensibile a ogni battito d’ali e il rafforzamento dell’euro che è tornato a vedere quota 1,32 dollari, è la dimostrazione più evidente del clima dominante: la vecchia Europa è messa meglio degli Stati Uniti. E la divergenza potrebbe essere destinata a crescere se il mercato del lavoro americano non invertirà la tendenza. Sembra passato un secolo dal primo week end di maggio, quando i leader europei approvarono a Bruxelles il piano salva-euro, nello scetticismo generale e con il cambio precipitato in poche sedute a 1,2. Allora in molti erano pronti a scommettere sulla fine della moneta unica e con essa, forse, dell’Unione europea.

Quelle preoccupazioni oggi appaiono eccessive, anche se i problemi europei restano: gli squilibri nei conti pubblici di molti paesi non sono stati cancellati e il maggiore coordinamento delle politiche economiche è ancora poco più che un progetto e per vedere la sua efficacia dovremo aspettare i primi mesi dell’anno prossimo. Ma il passo avanti c’è stato se anche il ministro Giulio Tremonti, in passato profeta di euroscetticismo, oggi parla con uno spirito del tutto nuovo

In tutto questo, bisogna tenere presente che i segnali positivi per l’economia europea giungono soprattutto dalla Germania dove l’indice Pmi del settore manifatturiero (l’indice che dà il polso della situazione vista dai direttori acquisti delle aziende) è cresciuto da 58,4 a 61,2 punti, mentre in Francia è diminuito a sorpresa da 53,9 da 54,8 e in Italia ha registrato solo un lievissimo aumento da 54,3 a 54,4 sia pure con i primi segnali positivi per l’occupazione nei grandi gruppi, come non accadeva dal 2008. Insomma, «si tratta chiaramente di una ripresa non omogenea con disuguaglianze tra le diverse nazioni – ha avvertito Chris Williamson, capo economista di Markit che elabora l’indice – che forse provocheranno divergenze analoghe a livello di consumi, passando dal mercato del lavoro, che non faranno altro che peggiorare queste differenze».

Giovedì sapremo anche come la pensa la Banca centrale europea, che riunisce il consiglio direttivo. Non sono attese modifiche del costo del denaro (che dovrebbe restare all’1% fino al terzo trimestre del 2011) ma, dopo l’esito positivo degli stress test su 91 banche (esito che contribuisce ad alimentare la fiducia nella tenuta dell’economia della Ue), il presidente Jean-Claude Trichet potrebbe lasciarsi andare a parole di ottimismo, affermando che la doppia recessione potrà esser evitata. Così, almeno, ipotizza un report di Hsbc. Di diverso avviso è Luca Cazzulani, analista di Unicredit Group che prevede un Trichet «cauto», soprattutto alla luce di alcuni dati poco confortanti come il credito al settore privato e la disoccupazione che in Europa è ferma al 10%, ai massimi dal 1998.

©RIPRODUZIONE RISERVATA  sole24ore            miki de lucia

Da Bernanke alla Bce, i segnali dell’economia sono ancora troppo timidi per parlare di svoltaultima modifica: 2010-08-03T09:57:59+02:00da michelepositano
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