Viaggio nell’Italia che confisca i beni della mafia

casalesi

Terreni, palazzine, ville. Ci vogliono in media otto anni e sei mesi per riutilizzare il bene confiscato. E oltre il 20% diventano centri contro il disagiol sociale

Sono più di cento i passi in avanti fatti in Italia sul riutilizzo a finalità sociale dei beni confiscati alle mafie dall’entrata in vigore della legge 109/96 sull’uso sociale dei beni confiscati. Tra associazioni, cooperative, enti, fondazioni e consorzi, dal 1998 al 2009 sono 116 le esperienze che attraversano il belpaese dal nord al sud, promuovendo cultura, integrazione, sviluppo e cittadinanza. È questo il panorama inquadrato da una pubblicazione dell’Agenzia per le Onlus dal titolo “Beni confiscati alle mafie: il potere dei segni. Viaggio nel paese reale tra riutilizzo sociale, impegno e responsabilità”. Lo studio, realizzato in collaborazione con la Fondazione Liberainformazione, è stato presentato a Roma.  

In più di duecento pagine sono raccolte le diverse esperienze realizzate in undici regioni italiane, dal Piemonte, alla Sicilia, passando per la Lombardia, il Veneto, la Toscana, il Lazio, la Sardegna, la Campania, la Basilicata, la Puglia e la Calabria. In testa alla classifica delle esperienze realizzate ci sono Sicilia e Campania, rispettivamente con 31 e 27 iniziative di riutilizzo, in virtù della forte presenza di beni confiscati, e sul terzo gradino del podio c’è il Lazio, dove le iniziative sono ben 19. Con 10 realtà segue la Calabria, e 8 sia per la Lombardia che per il Piemonte.

È il terzo settore a gestire la maggior parte dei beni. Associazioni, cooperative e fondazioni, infatti, rappresentano oltre il 73% dei soggetti affidatari. Le più numerose sono le associazioni, per circa il 40%, seguite dalle cooperative con circa il 27%, seguono enti e istituzioni per il 18%, i consorzi con il 10% e le fondazioni col 4%. “L’importanza del terzo settore nelle pratiche concrete di recupero – si legge nello studio -, si manifesta, soprattutto, nella funzione catalizzatrice di apertura dei beni liberati dalle mafie al territorio e all’intera cittadinanza”.

PALAZZINE, VILLE, TERRENI – Sono per lo più immobili, tra villette e palazzine, ma anche appartamenti e terreni i beni confiscati alle mafie e assegnati per il loro riutilizzo a carattere sociale, ma non sempre sono in buone condizioni e spesso richiedono investimenti e passaggi iniziali non proprio semplici per le realtà che li prendono in gestione. È quanto emerge dallo studio. Secondo la ricerca, ville e palazzine rappresentano il 30% del totale dei beni destinati, mentre sono poco rappresentate le aziende che nella situazione attuale sono soltanto lo 0.9% dei beni, cioè una singola realtà costituita dalla Calcestruzzi Ericina di Trapani. S

8 ANNI E SEI MESI PER RIUTILIZZARE IL BENE CONFISCATO – Significativo il dato della distanza temporale intercorsa tra la confisca e l’affidamento del bene. Si va da 1 anno a 23 anni e la distanza media è di almeno 8 anni e 6 mesi. Nello studio sono stati analizzati i beni confiscati dal 1985 (a pochi anni di distanza dall’entrata in vigore della legge 646/82) al 2006, confrontandoli con il loro riutilizzo effettivo iniziato dal 1998 (a due anni dall’approvazione della legge 109/96 sull’uso sociale) al 2009.

Diverse le difficoltà incontrate sul cammino della destinazione del bene segnalate dai vari soggetti coinvolti. La consegna del bene confiscato, infatti, non sempre significa che il bene sia in perfette condizioni, anzi. Lo studio mette in evidenza come per più della metà dei casi, circa il 57%, il bene è stato consegnato in grave stato di degrado e abbandono, mentre non va meglio con le difficoltà di tipo economico: circa il 42% delle realtà ha avuto difficoltà di questo tipo. Difficoltà, in genere affrontate da quei soggetti che operano su beni quali i terreni destinati all’agricoltura. Per i vitigni, ad esempio, in alcuni casi è stato necessario reimpiantare con tempi di ripresa della produzione di circa tre anni. Non mancano, inoltre, le difficoltà burocratiche, una quota importante di occupazioni e ostruzionismi attraverso vie legali da parte degli ex proprietari, spoliazioni del bene prima della consegna e danneggiamenti ritorsivi.

Alle difficoltà incontrate, manca però un forte sostegno da parte delle istituzioni. Nel 36,2% delle esperienze analizzate non è stato segnalato nessun sostegno istituzionale, anche se, spiega lo studio, il dato evidenzia soprattutto una carenza a livello informativo e non una vera e propria mancanza di disponibilità da parte delle istituzioni. Il 23,3% dei casi, infatti vede coinvolte nella direttamente enti pubblici, nazionali e locali. Nel 14,7% delle esperienze, invece, si è creata una positiva collaborazione con gli enti pubblici. L’intervento delle istituzioni resta vitale: il 64% di progetti è stato realizzato grazie all’intervento diretto, alla semplice collaborazione o ai finanziamenti delle istituzioni.

OLTRE IL 20% DEI BENI DIVENTANO CENTRI CONTRO IL DIAGIO SOCIALE – È il contrasto al disagio sociale a favore di minori, famiglie svantaggiate, tossicodipendenti, anziani e altro ancora, la buona pratica maggiormente realizzata sui beni confiscati alle mafie. Secondo la pubblicazione al contrasto dei diversi disagi sociali è destinato infatti oltre il 21% dei beni. Segue l’utilizzo per pubblica utilità ed educazione alla cittadinanza. Ma il dato interessante, si legge nello studio, “va cercato nell’estrema varietà, qualità e importanza degli interventi che il riutilizzo dei beni confiscati permette di portare avanti in territori difficili”.

Le attività realizzate grazie al riutilizzo dei beni confiscati, infatti, coinvolgono un numero maggiore di soggetti per quel che riguarda il tema della cittadinanza, col 37,7% delle esperienze analizzate.  “Un segnale significativo – continua lo studio -, dal valore non solo simbolico ma anche di trasformazione reale delle condizioni di vita delle persone che trovano spazio e voce negli spazi liberati dall’oppressione mafiosa”. Tra gli altri beneficiari anche i disabili psico-fisici (21,1% delle realtà), infanzia e adolescenza (14%), giovani (14%) e minori a rischio di esclusione sociale (11,4%).


affaritaliani.it

Viaggio nell’Italia che confisca i beni della mafiaultima modifica: 2010-02-09T08:19:39+01:00da michelepositano
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