Malù ad Affaritaliani.it: “Il razzismo va oltre il caso Balotelli

malù modificato 1 

Interrompere le partite per cori razzisti? Pura demagogia…non succederà mai. Ci guadagnerebbero solo le frange del tifo estremista che avrebbero uno strumento in più per ricattare le società”. Parola di Malù Mpasinkatu, italiano dalla pelle scura ‘alla Balotelli’ e direttore sportivo in forza alla nazionale congolese e alla serie A bulgara. Che spiega: “A me spiace per Mario e mi va bene che si crei un caso attorno a lui, in modo da beneficiare di un ulteriore protezione. Ma non è razzismo intonare anche ‘Napoli Colera’?”

henry1

La Fifa ha ufficializzato la decisione di non punire Thierry Henry per il fallo di mano che favori’ il gol decisivo nello spareggio per i mondiali contro l’Irlanda. La Commissione ”e’ arrivata alla conclusione che non c’e’ alcun fondamento legale per prendere in considerazione il caso, in quanto il fallo di mano non puo’ essere ritenuto una infrazione, sfuggita all’attenzione dei direttori di gara, talmente grave da poter essere sanzionata” a posteriori dalla stessa Disciplinare. Il fondamento e’ quello dell’articolo 77a del Codice disciplinare della Fifa.

Malù Mpasinkatu è un giovane italiano di indubbie origini congolesi, essendo parecchio scuro quanto, ad esempio, il calciatore Mario Balotelli. Con lo stesso Balotelli condivide un destino di immigrato di successo. E’, infatti, il primo e unico direttore sportivo di origine africana in Italia, attualmente in forza alla nazionale congolese e alla serie A bulgara. Con alle spalle esperienze anche nella squadra del figlio di Gheddafi e nel Cesena, continua ad apparire nei palcoscenici televisivi più importanti (Sky, Eurosport, SportItalia) in quanto ritenuto il maggiore esperto di calcio africano nel nostro Paese.
Molti temi della attualità (Razzismo in Italia e negli stadi,  Immigrazione, Coppa d’Africa, Mondiali in Sudafrica) lo riguardano da vicino e per questo abbiamo voluto fare una lunga chiacchierata con lui.

Allora, Malù, dopo quel che è accaduto a Rosarno, par d’obbligo partire con una domanda sulla questione dell’integrazione razziale qui in Italia. Lei ha raggiunto il successo e si è inserito in un settore che sembra riservato a pochi “eletti”; ma non sarà stato certo un “letto di rose” il suo percorso; in particolare, ha dovuto patire problemi di intolleranza razziale, sin dai primi anni d’insediamento nel nostro Paese?
Bè, innanzitutto, voglio precisare che non mi sento “arrivato”. Anzi, ritengo di essere ancora all’inizio. Certo, sono orgoglioso per quanto sono riuscito a fare sinora, che era nei miei sogni sin da piccolo. Sì, come dice Lei, entrare nel mondo del calcio, a meno che non ti possa avvalere di qualche parentela eccellente, è davvero faticoso e quindi posso già essere contento per essere riuscito ad intraprendere questa strada. Anche perché, francamente, e voglio sottolinearlo, non ho mai patito rilevanti problemi di emarginazione sociale e culturale. Quello che pesava sulla nostra famiglia era (ed è) la ristrettezza economica. Il mio cuore è caldo come quello di un africano, ma mi sento, contemporaneamente, molto italiano. D’altronde, sono giunto in questo Paese in tenerissima età.

mal
Malù

Torino, infatti, rimane la Sua città, quanto ci è legato? Vi sono, secondo Lei, particolari problemi di intolleranza? Almeno rispetto al resto del Nord e della penisola?
Io, ribadisco, non ha mai subito pressioni negative di questo genere. Avrò litigato, talvolta, con qualcuno che, anche all’università, faceva discorsi poco gradevoli, ma sono tranquillo,  pacifico e sicuro di me stesso, tanto che non mi sono mai scomposto. E, soprattutto, sono molto estroverso, mi piace conoscere e scoprire persone di ogni tipo: il mio forte è proprio la relazione, l’interazione con gli altri. Mi sono sempre adattato ad ogni contesto senza avvertire alcun tipo di pressione. A Mondovì, dove continuo a risiedere, inoltre, si è sviluppata una nutrita comunità congolese, straordinariamente solidale e cooperativa fra tutti i suoi membri. Evitando, tuttavia,  di andare a costituire un mondo a parte.
Torino la conosco alla perfezione, ogni angolo, ogni quartiere, ogni locale, ogni “tribù” di persone…A dispetto dei luoghi comuni, l’ho sempre trovata accogliente o, comunque, nei miei confronti si è sempre dimostrata generosa. Gli anni più felici e divertenti li ho passati a Palazzo Nuovo (Università degli Studi di Torino, ndr.) dove ho instaurato delle amicizie importanti e preziose che durano ancor’oggi. Il mio lavoro mi costringe a passare sempre meno tempo a Torino, ma devo ammettere che, una volta atterrato o sceso dal vagone del treno, mi emoziono ancora nel “riaprire le porte della città”.

E gli italiani, in generale, quanto sono razzisti?
Ho girato molto l’Italia, avendo fatto “gavetta” con umili lavoretti di ogni tipo, e posso dire che il problema del razzismo qui non è preoccupante o allarmante più che in altre nazioni, comprese quelle che hanno conosciuto molto prima l’immigrazione straniera. Certo, mi spiace molto che il fenomeno leghista si sia così esteso nel Nord, facendo leva proprio sulle paure della gente per chi appare “diverso” e utilizzando spesso – anche se in questi giorni lo vogliono far dimenticare – slogan violenti e razzisti.

Quanto ci si deve preoccupare, allora?
Mah, dipende come si vuole impostare la discussione…A favore dell’accoglienza e inserimento sociale dei migranti, fosse per me, non si dovrebbero fissare limiti d’investimento. Riguardo alla sensibilizzazione della gente al dialogo interculturale, certo, non dobbiamo aspettare che accadono episodi come quello di Rosarno. Anche se non ho mai subito particolari situazioni negative, non mi sono costruito, certo, una visione edulcorata di ciò che mi sta attorno. Essendo cresciuto sulla strada, ma semplicemente vivendo in una società in rapida trasformazione multiculturale come quella torinese, ci si accorge come molti gruppi di persone, segnatamente quelli residenti in quartieri ad alta densità di immigrati, manifestino una forte esasperazione. Ma è davvero difficile analizzare la questione “razzismo”. Se lo intendessimo tutti, in modo elementare, come avversione ad un razza o etnia differente, le risposte sarebbero più dirette ed immediate: io stesso potrei sostenere, allora, che non ci sarebbe molto da preoccuparsi. Ma il razzismo, di cui si deve dibattere oggi, credo che sia più “intolleranza culturale”. Ossia, avversione per cultura, costumi, religione, modi di fare ed usanze di un altro popolo, di altre persone. Ma, anche io ho le idee un po’ confuse, perché si possono registrare diversi gradi avversione, sino a sfumare nella diffidenza e paura verso l’ “altro” o il “diverso”: il confine fra razzismo e pregiudizio si fa labile…Molti italiani, ho osservato sul campo, tendono a etichettare come “pericolosi” o “devianti” alcuni comportamenti solo perchè insoliti rispetto al proprio costume: agli africani, ad esempio, piace riunirsi in crocchio a discutere per strada, ma non per forza stanno distribuendo bustine di droga…Non “vestirsi bene”, “non essere curato” come si dovrebbe, usare maniere non raffinate, girare con pesanti sacchi di plastica, parlare ad alta voce, non significa automaticamente che una persona sia pericolosa o involuta.

eto balotelli
Balotelli ed Eto’o

E, quindi, quanta attenzione si deve prestare alla questione “razzismo negli stadi”?
Guardi, non sento l’ansia di “liquidare” l’argomento, ma, per me, si tratta sostanzialmente di uno scoop mediatico. Ogni anno si riaccende la questione, ma poi non succede mai niente…ed è giusto che sia così…

Ma si parla di interrompere le partite…
Pura demagogia…non succederà mai, altrimenti chiudiamo baracca e ce ne ritorniamo tutti a casa. Ci guadagnerebbero unicamente le frange del tifo estremista che avrebbero uno strumento in più per ricattare le società. Eppoi, gli arbitri hanno già un compito terribile, devono sostenere una pressione gigantesca anche per colpa delle moviole televisive, vogliamo caricarli pure di questa responsabilità? La sospensione di una partita potrebbe generare moti di piazza e le solite interminabili polemiche a livello mediatico…troppo rischioso prendere una decisione del genere…

E infatti, prima, ha affermato che “è meglio che non cambi nulla”…
Allora: io, come si sarà accorto, sono un “negro” – tanto per usare un’espressione provocatoria lanciata dal direttore Feltri in questi giorni – e ovviamente mi ripugnano i “buhh” contro i giocatori di colore o i cori, per citare l’esempio più in voga, contro Mario Balotelli che, tra l’altro, stimo moltissimo anche come persona. Tuttavia, penso che la “sottocultura da stadio” sia “semplicemente” il riflesso dell’arretratezza culturale del nostro tessuto sociale, o di una parte di esso. Se si intende soffocare queste forme di violenza e combattere l’ignoranza, la barbarie culturale, non s’inizia certo dallo stadio…ma molto prima.

Ma il calcio, il cui seguito e successo è profondamente trasversale ad ogni classe sociale, non può rivelarsi un potente veicolo per trasmettere buoni esempi e messaggi educativi?
Naturalmente, qui in Italia s’impazzisce per il calcio e molti ragazzi prendono a modello calciatori piuttosto che insegnanti o genitori. Ma, per favore, non iniziamo finte battaglie alimentate dall’ipocrisia, solamente per offrire nuovo materiale ai giornali e far fare bella figura a qualche autorità, dirigente o presidente di club. A me spiace per Mario (Balotelli, ndr.) e mi va bene che si crei un caso attorno a lui, in modo da beneficiare di un ulteriore protezione. Ma il razzismo va oltre gli insulti a Balotelli e ai giocatori definiti “di colore”. Non è razzismo intonare anche “Napoli Colera”, “Terroni di M….”, o “Terremotati”, come si rivolgevano i tifosi granata contro quelli perugini – che avevano appena subito un grave terremoto – durante lo spareggio per la promozione in A? Pisciare addosso, da un anello superiore dello stadio, anche a tifosi della stessa squadra, ma con la “colpa” di provenire dal Meridione? E non è ugualmente grave festeggiare ancora per la strage dell’Eysel o di Superga? Lanciare razzi o bombe carta contro i tifosi avversari? O prendersela con madri e mogli, anche defunte, di giocatori e allenatori avversari? Per non dilungarci, poi, sulle oscenità e minacce verbali che sono costretti a subire giudici di gara e forze dell’ordine. Nei campi di periferia e anche nel non certo ricco calcio a 5 ho assistito a decine di scene deplorevoli.
Sono convinto che esista una minoranza di italiani, rappresentata anche allo stadio, che si può definire razzista, ma credo che, per quanto concerne quello che succede all’interno dei nostri stadi, sia meglio parlare di un problema di povertà culturale. Gli stessi tifosi interisti, in questi anni, hanno osannato molti dei loro giocatori di colore fino a farli diventare degli idoli: Paul Ince, Martins, Vieira, Maicon, Eto’o, lo stesso Balotelli. Ma, contemporaneamente, hanno continuato a “inviare” messaggi di stampo razzista a giocatori neri delle squadre avversarie: vi ricordate del caso Zoro? Ed è fresca fresca la multa che il presidente Moratti dovrà pagare per i cori razzisti dei suoi tifosi a Verona. Come si spiega tale contraddizione? Io penso, che nella bestialità culturale “da stadio”, il “buhhh” o i cori stile “anti-Balotelli” debbano essere intesi come uno dei numerosi strumenti per oltraggiare e innervosire l’avversario, al pari di altre “manifestazione di  ostilità” – come “bastardo”, “devi morire” “figlio di”, “tua madre, quella…”, “mafioso”, “ti facciamo il culo”, “ti bruciamo la casa”, “vi metteremo al muro” -, più che essere inquadrati come messaggio razzistico.
Spero di non essere risultato troppo confusionario.

Abbiamo compreso. Ma ha, comunque, qualche proposta per depurare un po’ l’ambiente del calcio?
Guardi, l’industria del calcio è una delle più ricche d’Italia. Credo, quindi, che Federazione e club possano destinare una percentuale di risorse allo sviluppo di programmi educativi nelle scuole calcio, e non. Dato che, spesso, non ci si può “fidare” nemmeno di alcuni genitori capaci di picchiarsi in tribuna anche durante una partita fra “pulcini”. Eppoi, ovviamente, continuare a sensibilizzare gli stessi protagonisti che scendono in campo ad un fair-play autentico, non di facciata.

Ma nello sport business, si può ancora parlare di Fair-Play?
Sì, anch’io rischio di far demagogia, a fronte degli interessi milionari che ci sono dietro, è forse inutile pretendere questo dai giocatori. Però, ho notato, negli ultimi anni, che i giocatori avversari cercano di “spiegarsi” e mediare maggiormente e aumentano gli episodi di ammissione di colpa o di smentita di una decisione arbitrale che pur sarebbe stata favorevole alla propria squadra.

Quindi, per Lei, più che concentrarsi su singoli fenomeni occorre una riflessione profonda sul sistema educativo e culturale?
Per carità, bisogna denunciare sempre tutto ciò che è sbagliato, bisogna continuare a condannare anche i “buuh” razzisti, ma per cambiare veramente qualcosa bisogna affondare nelle nostre radici culturali…Ma avete visto cosa è successo a Pillon? Sotto la pressione di giocatori, società e città, si è quasi dovuto scusare del bellissimo gesto di far-play che aveva compiuto in maniera del tutto spontanea!…

Per chiudere questo capitolo, parliamo, allora, un po’ di Balotelli che, come Lei, si può definire un “immigrato di successo”…Ha già accennato ad un apprezzamento anche di tipo umano, ma non è d’accordo con la maggioranza dell’opinione pubblica che il ragazzo dovrebbe limare alcune spigolosità caratteriali?
Prima di tutto, il successo di Mario non è paragonabile al mio, soprattutto economicamente: lui ora è ricco, io mi cimento ancora in molti ruoli per sbarcare il lunario. Ma mi va benissimo così. Parliamo di Mario…Ritengo che sia, avendolo conosciuto prima della celebrità, una persona di eccezionali doti umane, molto impegnato nel sociale. Sono convinto che gli atteggiamenti “sotto accusa” derivino più da timidezza che da altro. Ragazzi!, è grande e grosso, ma ha solo 19 anni! Alcuni atleti coetanei, probabilmente, sono più disciplinati e maturi di lui o, almeno, si dimostrano tali, ma credo non ci sia da scandalizzarsi se un ragazzo così giovane come Mario e, probabilmente, confuso, disorientato in un ambiente con scarsa complicità anagrafica, da successo, soldi, donne, dall’appariscenza delle mode giovanili, dalla pressione mediatica e competitiva, si lasci ad alcuni atteggiamenti antipatici. A 19 anni, poi, si tende ancora a ribellarsi a indicazioni e consigli, seppur a fin di bene, provenienti dall’ “alto”, ossia da genitori, insegnanti o allenatori, etichettati come delle “invadenti autorità”.
Ciò non toglie che Mario si debba sforzare d’immedesimarsi il più possibile nel ruolo di professionista del pallone. Deve imparare a controllarsi non per accontentare l’opinione pubblica, ma per migliorarsi come atleta, dato che tutti gli eccessi di cui si rende protagonista finiscono per distrarlo e deconcentrarlo, e, quindi, per condizionare negativamente la sua prestazione.

Presumiamo che Lei sarà concentrato, in questi giorni, sulla Coppa d’Africa. Che clima si respira dopo il sanguinoso attentato subito dalla nazionale togolese?
La Coppa d’Africa è l’evento sportivo che attendo con più trepidazione, come la maggior parte degli africani, ancor più dei Mondiali (a parte questi che si giocano proprio nel “mio” continente). Anche per motivi professionali dato che, per un qualsiasi manager di calcio, rappresenta una ricca vetrina di nuove promesse. L’ho raccontata e commentata, in veste di giornalista, nelle ultime quattro edizioni; ma quest’anno, certo, lo dovrò fare col dolore nel cuore. Per me, è sempre stato un momento di grande euforia poter ammirare e scoprire tutti questi giocatori. Stavolta, però, non riesco a essere felice. Purtroppo, anche questa è l’Africa.

Già, è il “Suo” Congo?
Anche il mio Paese d’origine è tormentato da mali secolari. Sono stato “costretto” a scendervi numerose volte nell’ultimo periodo per motivi professionali, dato che sto seguendo anche la rappresentativa nazionale. Ma, spesso, a causa delle interminabili guerre, ho dovuto rinunciare a passarci le vacanze. Sebbene abbia quasi completamente “speso” la mia esistenza in Italia, avverto una nostalgia – come si può dire? – “innata” per quei territori.

S’immagina che, un giorno, potrà ridiventare la Sua casa?
Se mai accadesse, significherebbe il fallimento del mio lavoro. Come direttore e osservatore sportivo la mia vocazione deve essere quella del viaggiatore-esploratore senza sosta; magari da vecchietto…E, comunque, se proprio vogliamo individuare una base operativa, quella non può che essere l’Europa, dove sono cresciuto e ho costruito tutti i miei contatti. A Kinshasa, dove sono nato, spero di continuare ad andarci con la stessa frequenza degli ultimi due anni: non solo per gli impegni con la nazionale, ma anche per alcuni progetti di cooperazione che sto sviluppando, seppur lentamente.

Già, Lei, in alcune interviste, si è vantato di possedere una mentalità meticcia. Ci può spiegare cosa intende esattamente?
Mah, per me, si tratta di un vantaggio potenziale per tutti gli “stranieri”, nel senso di poter attingere al meglio delle culture di influenza. Io ho vissuto poco in Africa, ma ho vissuto, comunque, in una famiglia africana, collegata ad altre famiglie africane e all’intera comunità africana immigrata. Ho, quindi, assimilato usanze e modi di fare “tipicamente” africani, tanto che, ad esempio, ascolto esclusivamente musica delle etnie del mio continente d’origine. Pertanto, posso affermare di conoscere bene sia la cultura afro che quella occidentale. E, in tutti questi anni, ho cercato di servirmi delle migliori caratteristiche d’entrambe. L’istinto africano mi ha agevolato nelle relazioni interpersonali, riesco a comunicare in fretta al cuore delle persone, eliminando tutti quegli inutili “passaggi formali” che fanno perdere solo tempo…Non ho mai avuto difficoltà a rapportarmi anche a persone di “alto livello” che mi hanno potuto aiutare a imparare molte cose e a conoscere ambienti difficilmente penetrabili.
L’altro “Io” europeo, invece, mi ha aiutato a contenere questa marcata estroversione che, in taluni casi, rischiava di diventare invadente. Eppoi, comunque, per come è impostata la nostra società, bisogna anche un po’ saper recitare e rispettare alcuni codici e convenzioni, pure nella comunicazione che è il mio pane quotidiano. La scuola occidentale mi ha abituato a ritmi molto più veloci rispetto a quelli cui ero abituato in famiglia: se volevo sfondare nel calcio, dovevo sfruttare ogni minuto della mia vita, non stare mai fermo. Anche se, ancora oggi, molti miei amici continuano a rimproverarmi per i miei imbarazzanti ritardi.
La mia “natura”, però, mi protegge dallo stress rispetto ad un normale cittadino europeo. Questa, almeno, è la mia impressione: noto, ancora adesso che mi muovo a ritmi frenetici, che noi africani prendiamo la vita con più leggerezza e allegria, respiriamo meglio…Riusciamo a “staccare la spina”, a distrarci dall’esigenza di business con più facilità.
Le umili origini, poi, nella “battaglia per la sopravvivenza” possono essere, paradossalmente, un vantaggio: mi hanno abituato al peggio, a tollerare molti sacrifici, a vivere la quotidianità senza paura, a non considerare nulla come “dovuto”, a differenza di tanti giovani di adesso. Sino a poco tempo fa, non mi potevo permettere nemmeno un automobile, eppure sono riuscito ugualmente a scorrazzare per l’intera penisola e a non mancare nessun appuntamento. C’è ancora più soddisfazione ad ottenere certe cose partendo senza vantaggi e senza alcun tipo di risorsa…è anche più divertente…Noi africani amiamo particolarmente l’avventura.

E la sua nazionale, quando si qualificherà per i Mondiali?
L’Italia si qualifica sempre, è pure arrivata prima nell’ultima edizione…scherzo…Il Congo ha buoni margini di miglioramento, peccato non avercela fatta per il Sudafrica. Ma non mi sembra più un ipotesi remota, molto dipenderà anche dalla situazione politica che, ci auguriamo, si stabilizzi il più possibile.

E il Calcio Africano, in generale? Sembra essere sempre sul punto della consacrazione definitiva, ma i risultati sul campo continuano a tradirlo. Lei si è laureato proprio con una tesi su “Lo Sviluppo del Calcio Africano”.
Chiariamo, da subito, che il Calcio Africano è ormai una realtà affermata, come testimonia la proliferazione di giocatori africani nei campionati più importanti del mondo, specie quelli europei e quello italiano. A livello di nazionale, certo, almeno nelle categorie senior, raggiungere grandi risultati è molto difficile. Ci eravamo un po’ illusi con l’exploit del Senegal ai Mondiali del 2002, ma poi ci siamo resi conto che il gap d’esperienza, d’addestramento, di managerialità e di infrastrutture che si è accumulato, nella storia, con l’Europa e Brasile-Argentina non può ancora essere recuperato. Sebbene le squadre nazionali siano finanziate dalla ricche multinazionali d’abbigliamento, vorrei ricordare che la situazione economica del continente continua a peggiorare. Lasciando perdere tutti i talenti persi, perchè naturalizzatisi per altri nazionali, i nostri grandi campioni sono troppo “controllati” dai club stranieri in cui militano (e che, del resto, li hanno arricchiti), le federazioni africane sono certamente meno ricche e più corrotte, le strutture non sono paragonabili a quelle del Primo Mondo. E se poi si spara pure addosso ai giocatori…come è successo ai togolesi…

al saadi gheddafi
Al Saadi Gheddafi

Sì, ma quella è una storia a parte…Ero stato inviato dalla Juventus per contribuire ad un progetto di affermazione internazionale del club; ma, ben presto, ci si accorse che non c’era una ferma volontà di investire le risorse necessarie. Furono mesi assai difficili, ero stato catapultato in un mondo completamente sconosciuto e diverso da quello in cui avevo sempre vissuto ed, inoltre, finii (involontariamente) per pestare i piedi ad un altro dirigente che ricopriva un ruolo molto simile al mio, ma stava lì già da molti anni. Anche io, però, sono convinto che le esperienze più dure siano le migliori…quelle che ti fanno maturare.

 

Lei, tra l’altro, ha cominciato la Sua carriera manageriale in Libia, nell’ Al Hittad, la squadra di Aal Saadi Gheddafi…

Si possono aiutare reciprocamente il nostro calcio e quello africano?
Ovviamente. Sebbene le selezioni africane non vengano più battute con cinque o sei gol di scarto come accadeva una volta, ancora hanno molto da imparare tatticamente dal sistema europeo. Il singolo giocatore africano può vantare, magari, migliori doti atletiche rispetto a quello europeo, ma è ancora indietro nell’affinamento di quelle che sono le caratteristiche vincenti del gioco moderno: personalità, concentrazione, posizionamento tattico, disciplina, movimento senza palla, perfezionismo.
Il calcio europeo, specie quello italiano, d’altra parte, grazie all’approdo di numerosi giocatori africani, potrebbe recuperare un po’ di bellezza estetica, fantasia, allegria e genuinità.

Come vede il Suo futuro? E quello della “Sua” Africa?
Ritengo che il mio futuro sia strettamente collegato al presente. Desidero continuare sulla strada intrapresa. Mi piacerebbe rappresentare un “ponte” fra Italia e Africa, poter contribuire, nel mio piccolo, al rilancio del continente nero, non solo a livello calcistico. O, almeno, far qualcosa d’importante per la comunità africana immigrata in Italia…

Non possiamo concludere non chiedendoLe dei pronostici per i prossimi Mondiali. Lei avrà tante squadre per cui tifare: Italia e tutte le rappresentative africane.
Sì, infatti, mi voglio limitare a fare il tifoso e il commentatore, meglio non esporsi in pronostici che servono solo a fare brutte figure…L’altro giorno, in Coppa d’Africa, il favoritissimo Camerun ha perduto clamorosamente la prima partita.

 

maicon

Malù ad Affaritaliani.it: “Il razzismo va oltre il caso Balotelliultima modifica: 2010-01-18T19:44:15+01:00da michelepositano
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento