Moda/ H&M distrugge i vestiti invenduti, polemica negli Usa

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Tagliati e messi in sacchetti della spazzatura per essere buttati. Così la catena di abbigliamento svedese H&M, con negozi in tutto il mondo, si disfa dei capi d’abbigliamento rimasti invenduti. E scoppia la polemica per questa prassi ritenuta quantomeno singolare. Gli abiti non protebbero essere donati alle persone povere? E’ questo che si chiedono infatti in molti su Facebook. Le denunce si sono moltiplicate in Rete dopo un’inchiesta del New York Times, secondo cui i commessi di un negozio di Manhattan avrebbero ricevuto disposizioni di tagliuzzare i capi non acquistati e di imballarli  in buste di plastica. Pronti per essere gettati nei bidoni dell’immondizia.

Contro la catena svedese si è così scagliato il popolo di internet. Tanti sostengono che si tratti di una prassi priva di senso e che sarebbe meglio dare i capi invenduti ai bisognosi invece di renderli apposta inutilizzabili prima di buttarli via. H&M ha risposto alle polemiche precisando “di avere regalato ai poveri almeno mezzo milione di vestiti e che quelli tagliuzzati nei sacchi di plastica non sono utilizzabili perché o difettosi o dannosi a causa di alcune sostanze chimiche che contengono”.

E quest’estate ha fatto discutere anche un’altra tendenza legata ai marchi d’abbigliamento: la messa in vendita di collezioni mare, realizzate in continenti dove i diritti umani non sono sempre garantiti e collegate al finanziamento di progetti umanitari. Comprando un bikini da Yamamay si poteva aiutare l’Africa o se si preferiva dare una mano all’Asia si poetva acquistare un boxer da H&M. Ma sulle etichette dei costumi si leggeva che erano stati prodotti in paesi come Cina, India, Indonesia, Bangladesh, Turchia, Tunisia.


La collezione H&M per l’Asia

 

La H&M in quel caso aveva assicurato di sottoscrivere codici etici di condotta che rispettano i diritti dei lavoratori, codici firmati da tutti i fornitori e la cui applicazione è verificata da responsabili dell’impresa stessa ma anche attraverso associazioni sindacali internazionali. Si tratta però di “comunicazioni unilaterali insufficienti” secondo Deborah Lucchetti, coordinatrice di “Abiti puliti”, campagna internazionale che da 20 anni controlla sul campo le condizioni dei lavoratori in paesi low cost.“I lavoratori sono sottopagati. In Cina non esiste libertà di associazione sindacale, in Bangladesh e Turchia il sindacato c’è ma è ostacolato dalle forze politiche. Per verificare il rispetto dei diritti umani le aziende devono rendere trasparente e tracciabile la propria filiera produttiva e i passi che compiono per monitorare il lavoro dei suoi fornitori. Ma di solito non lo fanno e dichiarare di rispettare i diritti non basta”.

 www.affaritaliani.it

 

Moda/ H&M distrugge i vestiti invenduti, polemica negli Usaultima modifica: 2010-01-08T18:32:13+01:00da michelepositano
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