Boom del poliziesco svedese. L’ANALISI DI GIACOMO COSTA

la ragazza che giocava con il fuoco

I gialli svedesi sono sempre sulla cresta dell’onda. Henning Mankell, Hakan Nesser, Leif Persson e Stieg Larsson sono tra i polizieschi più ‘regalati’ per Natale e non c’è libreria che non li abbia schierati in vetrina. Con l’uscita poi de L’ipnotista, la letteratura scandinava si prepara ad essere in vetta alle classifiche anche per tutto il 2010. L’ignoto Lars Kepler, pseudonimo dietro cui ancora non si è riusciti a capire chi davvero si celi, è indicato da più parti come il nuovo Stieg Larsson. I diritti del libro, il più conteso alla Fiera di Londra 2009, sono stati acquistati dai maggiori editori di tutto il mondo in aste all’ultimo sangue. In Italia L’ipnotista esce il 18 gennaio 2010 per Longanesi, che in operazioni simili si è già distinta con successo.

Da non sottovalutare anche Anne Holt, autrice norvegese di noir famosissimi. I suoi Non deve accadere e La porta chiusa (Einaudi), da poco tradotti in Italiano, stanno avendo un grande successo forse sulla scia di quello del noir svedese.

L’analisi di Giacomo Costa

 

Stieg Larsson
Stieg Larsson

Staalesen si racconta ad Affaritaliani.it: “Il successo dei noir scandinavi? Merito della nostra grande tradizione”

Longanesi, un 2009 di successi. E a gennaio arriva “L’ipnotista”, il caso editoriale dell’anno

C’è la Larsson-mania: Iperborea si apre al giallo

Emilia Lodigiani, editrice di Iperborea ad Affari: “La Larsson-mania? Noi lo sapevamo già…”

Perché  poliziesco e non “giallo”, o “thriller”. Le indagini dei best seller svedesi, amati da intellettuali e presidenti, giovani e vecchi, sono affidate alla polizia. Protagonisti delle indagini sono gruppi di poliziotti, inseriti in organizzazioni con una struttura gerarchica più o meno delineata, piuttosto che singoli detectives o poliziotti (come Maigret, come Colombo) o detectives privati più o meno isolati. L’argomento centrale sono le indagini, nei loro aspetti anche di routine, con molta enfasi sugli aspetti organizzativi. Le indagini si svolgono nell’ambito di organizzazioni, e in un certo senso sono il risultato del loro funzionamento. In americano questo tipo di narrazione si chiama “police procedural”. Eccone la definizione data da Wikipedia:

Con la locuzione police procedural (dall’inglese procedura di polizia) viene indicato un particolare filone del poliziesco, nato in letteratura attorno agli anni quaranta del Novecento e ben presto sviluppatosi al cinema e in seguito in televisione, grazie a note serie televisive.

Le caratteristiche peculiari che lo distinguono da altri sottogeneri e filoni del giallo sono:

    * la presenza, come protagonista, non di un solo investigatore, ma di una vera e propria squadra di agenti che indaga e risolve i casi in modo corale. L’attenzione deve essere rivolta al gruppo di investigatori e non ci deve essere un solo ed unico protagonista
    * la frequente raffigurazione di indagini su più crimini in una singola storia, anche non collegati fra loro.
    * mentre i gialli classici adottano la convenzione di far coincidere il climax con la rivelazione del nome del colpevole, nei police procedural l’identità del cattivo è spesso nota al lettore sin dall’inizio.
    * negli ultimi anni i police procedural rappresentano un certo numero di argomenti strettamente correlati con le indagini delle autorità, come la medicina legale, le autopsie, la raccolta di prove, gli interrogatori, ecc.

Un procedural televisivo italiano di buona fattura fu la serie apparsa sui Rai3 “La squadra”.

Perché  svedese e non scandinavo? Perché il gruppo abbastanza omogeneo di testi che voglio illustrare è svedese. I libri scritti da islandesi, norvegesi, finlandesi sono a volte buoni ma chiaramente imitativi.

Vi sono a mio avviso quattro autori principali., Henning Mankell, Hakan Nesser, Leif Persson, Stieg Larsson. Questi costituiscono il gruppo degli svedesi, o magari anche, la scuola svedese. La loro produzione si colloca nell’ultimo ventennio. Gli iniziatori, o predecessori, della scuola sono i coniugi Sjowall e Walhoo (la donna al primo posto!) (“A loro tutti noi dobbiamo molto”, dichiarò Henning Mankell1.)

Vediamo gli elenchi datati dei loro libri polizieschi, a cominciare da quelli di S-W.

Serie di S-W
Anno  Titolo originale  Titolo italiano
Casa editrice, Anno  
  1965  Roseanna  Roseanna
Sellerio, 2005  
1966  Mannen som gick upp i rök  L’uomo che andò in fumo
Sellerio, 2009  
1967  Mannen på balkongen  L’uomo al balcone
Sellerio, 2006  
1968  Den skrattande polisen  Il poliziotto che ride
Sellerio, 2007  
1969  Brandbilen som försvann  L’autopompa fantasma
Sellerio, 2008  
1970  Polis, polis, potatismos!  Omicidio al Savoy
Sellerio, 2008  
1971  Den vedervärdige mannen från Säffle   L’uomo abominevole  
1972  Det slutna rummet  La stanza chiusa  
1974  Polismördaren  Un assassino di troppo
Sellerio, 2005  
1975  Terroristerna  I terroristi  
 

Vediamo la serie dei polizieschi di H. M., con le loro date di pubblicazione:
Serie del commissario Kurt Wallander (H.M.)

    * 1991 – Assassino senza volto (Mördare utan ansikte – Faceless Killers), Marsilio
    * 1992 – I cani di Riga (Hundarna i Riga – The Dogs of Riga), Marsilio
    * 1993 – La leonessa bianca (Den vita lejoninnan – The White Lioness), Marsilio
    * 1994 – L’uomo che sorrideva (Mannen som log – The Man Who Smiled), Marsilio
    * 1995 – La falsa pista (Villospår – Sidetracked), Marsilio
    * 1996 – La quinta donna (Den femte kvinnan – The Fifth Woman), Marsilio
    * 1997 – Delitto di mezza estate (Steget efter – One Step Behind), Marsilio
    * 1998 – Muro di fuoco (Brandvägg – Firewall), Marsilio
    * 1999 – Piramide (Pyramiden – The Pyramid), Marsilio
    * 2002 – Prima del gelo (Innan frosten – Before the frost), Mondadori

La produzione poliziesca di Hakan Nesser:

    * 1993 – La rete a maglie larghe (Det grovmaskiga nätet), Guanda 2001 
      ristampe: TEA 2003; SuperPocket 2005
    * 1995 – L’uomo che visse un giorno (Återkomsten), Guanda 2003 
      ristampe: TEA 2005
    * 1996 – Una donna segnata (Kvinna med födelsemärke), Guanda 2002
    * 1997 – Il commissario e il silenzio (Kommissarien och tystnaden), Guanda 2004 
      ristampe: TEA 2006; SuperPocket 2007
    * 1998 – Il ragazzo che sognava Kim Novak (Kim Novak badade aldrig i Genesarets sjö), Guanda 2007
    * 1999 – Carambole (Carambole), Guanda 2006 ; ristampe: TEA 2008
    * 2006 – L’uomo senza un cane (Människa utan hund), Guanda 2008
    * 2008 Era tutta un’altra storia, Guanda.

Quella di Leif G. W. Persson

Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno 
Persson Leif G. W., 2004, Marsilio

Un altro tempo, un’altra vita 
Persson Leif G. W., 2005, Marsilio

Anatomia di un’indagine 
Persson Leif G. W., 2007, Marsilio

In caduta libera, come in un sogno 
Persson Leif G. W., 2008, Marsilio

Quella di Stieg Larsson, la famosa “trilogia del Millennio” :

Uomini che odiano le donne 
Larsson Stieg, 2007, Marsilio

La ragazza che giocava con il fuoco 
Larsson Stieg, 2008, Marsilio

La regina dei castelli di carta 
Larsson Stieg, 2009, Marsilio

Da notare che vi sono due trilogie, non una. E’ ben nota la “trilogia del millennio” di Stieg Larsson. Che non ha scritto che quella. Ma anche Leif Persson ne ha scritto una, che si potrebbe chiamare (se già così non si chiama) “la trilogia di Olof Palme”, dato che è dedicata a una ricostruzione ipotetica e congetturale dell’assassinio di Olof Palme, primo ministro socialdemocratico svedese dal 1969 al 1976 e dal 1982 fino al giorno del suo assassinio nel 1986. Il delitto è rimasto, come è noto, irrisolto. E può darsi che questo fatto doloroso e imbarazzante sia alla base dell’interesse di alcuni promettenti scrittori svedesi per il poliziesco! La struttura espositiva di queste “trilogie”: sono composizioni modulari, ciascun libro si può leggere senza conoscere gli altri. Questo è ottenuto con degli abili cenni, che solo chi ha letto i libri precedenti si rende conto essere riassuntivi, presenti in ciascun volume dotato di uno o due predecessori, ad avvenimenti passati.

Per “stilemi” intendo i principi o anche solo gli espedienti di tecnica narrativa introdotti nel romanzo poliziesco svedese. Vediamoli autore per autore.

B.1. Henning Mankell.

Nel tipico romanzo di H.M., alla narrazione delle indagini, che a volte (ma non sempre) si specializza nella narrazione della biografia quotidiana del Commissario Kurt Wallander, si alternano e  frappongono squarci di testo (avolte in corsivo)  che riproduce le riflessioni, o a volte le spontanee produzioni di pensiero più o meno consapevole, di altri e totalmente sconosciuti personaggi. Essi proiettano nella narrazione normale  un’ombra inquietante e minacciosa. Come degli antichi dei, o re, spodestati ma indomiti, sono portatori di un inesausto, ed inesorabile, desiderio di vendetta. Hanno un punto di vista sul mondo astratto e semplificato, e, mentre questo si formula e definisce, essi prendono in considerazione misure distruttive estreme, radicali, assolute. Dunque al lento, inizialmente esitante procedere delle indagini di cui spesso è a capo il Commissario Wallander corrisponde il dispiegarsi del pensiero e a volte dell’azione micidiale di persone o gruppi stranamente alieni. Nella sua astrattezza e remotezza, ma anche nella sua severità e inflessibilità, questo flusso assume spesso l’apparenza del contenuto di un incubo (per chi lo percepisce), e si può in effetti più propriamente chiamare un delirio autocontrollato, auto-provocato (per chi lo produce). Vediamo tre esempi:

All’alba diede inizio alla sua trasformazione. Aveva progettato tutto con cura per fare in modo che niente andasse storto. Avrebbe avuto bisogno dell’intera giornata e non voleva rischiare di trovarsi a corto di tempo. Prese il primo pennello e lo tenne di fronte a sé. Mise la cassetta che aveva preparato  nel registratore posato sul pavimento e ascoltò il suono assillante dei tamburi. Guardò il proprio viso allo specchio.  Poi tracciò la prima linea nera sulla fronte. Notò che le mani non tremavano. Dunque non era nervoso. Anche se era la prima volta che si dipingeva il viso con i veri colori di guerra. Quella, che fino a quel momento era stata una fuga, il suo modo di difendersi da tutte le ingiustizie  di cui era stato vittima, stava ora tramutandosi nella grande e vera trasformazione. Era come se ogni linea che tracciava sul suo viso cancellasse una parte della sua vita passata. E ora, non sarebbe più tornato indietro. Proprio quella sera, il gioco era finito per sempre e avrebbe dato inizio a quella guerra dove gli esseri umani devono morire per davvero. (La falsa pista, p. 19) 

Pensò al potere che deteneva, al senso di essere uno degli eletti. Aveva il potere di spazzar via i costumi radicati e corrotti della società presente e di creare un nuovo ordine, affatto inatteso. Si fermò e guardò al cielo notturno. Nulla è veramente comprensibile, pensò. La mia vita è altrettanto incomprensibile quanto il fatto che la luce che vedo emanare dalle stelle ha viaggiato per eoni. La sola fonte di significato è il mio stesso programma di azione, come la proposta che mi fu fatta vent’anni fa e che accettai senza esitazione. Continuò sulla sua strada, aumentando il passo, perché i suoi pensieri lo eccitavano. Sentì una crescente impazienza. Avevano atteso così a lungo per questo. Ora si stava avvicinando il momento in cui avrebbero aperto le dighe invisibili e guardato l’onda della marea rovesciarsi sul mondo. (Firewall, p.4)

Carter fu sbalzato dai suoi pensieri e istintivamente cercò con la mano la pistola sotto il suo cuscino. Ma era solo Celine, che aggeggiava con le serrature della porta della cucina. Avrebbe dovuto licenziarla. Faceva troppo rumore prepandogli la colazione. Le uova non erano mai cotte al punto giusto, ed inoltre era brutta e grassa. Come se non bastasse, era stupida. Non sapeva né leggere né scrivere e aveva nove bambini. Suo marito passava la gran parte del tempo – quando non era ubriaco- a chiacchierare sotto l’ombra di un albero. Carter era in passato stato convinto che questa era la gente che avrebbe creato un nuovo mondo,  ma ormai non lo credeva più. Tanto valeva distruggere tutto, mandare il mondo in tanti pezzetti. (Firewall,  p. 210)                                                           

I due flussi narrativi, nessuno dei quali è subordinato all’altro, si svolgono in parallelo, e solo gradualmente la conoscenza del secondo (quello patologico) getta qualche luce  sulle azioni gli effetti delle quali sono l’oggetto delle indagini narrate nel primo. L’indipendenza dei due fluissi è così completa che il primo si può seguire anche saltando il secondo, che in effetti a volte sembra solo disturbare la concentrazione necessaria per la comprensione del primo. Forse il converso non è vero. Il primo è necessario per la comprensione del secondo, dato che nel secondo le intenzioni e decisioni prese dagli alieni sono indicate solo in modo astratto, allusivo, vago.

Tuttavia alla lunga i due flussi si illuminano a vicenda. Almeno nel senso che il secondo, sia pure in questo modo astratto ed allusivo, fornisce il significato dei crimini efferati e apparentemente indecifrabili di fronte ai quali Wallander e i suoi si trovano. Non è tanto l’efferatezza, quanto la caoticità, la mancanza di senso, la vera sfida per Wallander e i suoi.

In un recente romanzo di Hakan Nesser, Era tutta un’altra storia, del 2008, l’idea costruttiva di H.M. dei due flussi paralleli viene presa e sviluppata in modo inatteso e originale. Il secondo flusso narrativo, quello che in H.M. è di solito un delirio, è qui una narrazione voluta, deliberata, costruita. Da chi? Inizialmente non si sa di chi sia, ma l’autore deve essere collegato con le vittime di una rapida serie di assassini di cui stanno indagando il Commissario Gunnar Barbarotti e i suoi. Il manoscritto è in effetti un vero e proprio racconto, un romanzo nel romanzo. Si presenta come il resoconto di una vacanza estiva sulla costa della Bretagna di un gruppo di svedesi che vi si incontrano per caso e socializzano per l’occasione. In particolare, il racconto verte su una fatidica gita in barca ad un’isola ad alcune miglia dalla costa, nel corso della quale muore annegata una misteriosa fanciullina francese che avevano deciso di prendere a bordo senza preoccuparsi di avvisare la nonna a cui la ragazzina diceva di essere affidata.. Il secondo flusso assume qui la forma di un racconto di colpa collettiva dalla quale i vacanzieri tentano di evadere con la formazione di un capro espiatorio. Diventa un vero romanzo teologico-politico, simile al famoso Signore delle mosche  di William Golding. Ecco un breve riassunto della trama (da Wikipedia ma modificato da me)

Un gruppo di ragazzi inglesi, di non più di 12 anni, di ceto sociale alto, sono gli unici sopravvissuti a un incidente aereo, mentre erano in volo di evacuazione durante un imminente conflitto planetario. Naufraghi su un’isola del Pacifico, i ragazzi si mettono subito all’opera per organizzarsi, ma tentando invano  di imitare le regole del mondo dal quale provengono, trasformano quello che poteva essere definito come un paradiso terrestre in un vero inferno, dove emergono paure irrazionali e comportamenti selvaggi.

Con la differenza che mentre nel romanzo di W. Golding coloro che soggiacciono agli impulsi regressivi e barbarici sono dei fanciulli britannici, qui sono degli svedesi adulti.

In definitiva, lo sterminatore degli altri (ex) vacanzieri sarebbe quello di loro, su cui gli altri avevano cercare di scaricare la colpa (e l’onere di seppellire il cadavere non denunciato alle autorità della fanciullina francese.) Ma questo romanzo nel romanzo, che a tempo debito viene perfino fatto pervenire per posta agli investigatori, e alla cui plausibilità e fascino essi trovano difficile resistere, è in effetti falso e fuorviante, è stato costruito per depistarli. Ed in effetti lo snodo fondamentale delle indagini  consisterà semplicemente nella proposta metodologica che viene fatta da uno degli investigatori di tener conto della possibilità che esso, essendo stato scritto dal criminale,  possa essere una falsa confessione. Cosa che l’équipe degli investigatori, proprio come il lettore, trova inizialmente molto difficile fare dato che il racconto della gita in barca è così convincente artisticamente!

Persson è lo scrittore con la più spiccata propensione saggistica. Egli espone le sue idee sulla società svedese in termini di commedia e di satira. Si potrebbe anche dire che presenta non dei romanzi ma delle commedie poliziesche, miranti non al comico, ma alla satira. Impiega anche lui il doppio flusso di H.M., ma con minore convinzione e minore efficacia. In compenso, ha uno stilema proprio. Questo consiste nel far proseguire le battute di conversazione virgolettate da altre osservazioni e pensieri della stessa persona non virgolettati, che però completano, qualificano, e spesso decodificano il testo virgolettato. Alle frasi proferite, e proferite inevitabilmente in osservanza di certe convenzioni e vincoli per lo meno di normale cortesia, seguono altre che rivelano i significati intesi, o rivelano ciò che uno avrebbe voluto, se avesse potuto, dire. La conversazione si svolge allora in permanenza su questo doppio registro ufficiale-ufficioso, con effetti comici, rinfrescanti, istruttivi.

Vediamo un paio esempi

“E allora?” disse Anna appena finito di leggere. “Continuo a non capire.”

Deve proprio essere stupida, pensò Backstrom. Anche per essere una donna è insolitamente stupida .“Sto lavorando al profilo del nostro assassino, cioè Waltin. Fra l’altro, credo che possa essere interessante dal punto di vista del movente.”

“Dal punto di vista del movente?”

“Proprio così”, disse Backstrom annuendo con forza. “Io credo abbia qualcosa a che fare con il sesso.”

“Cosa? Stiamo parlando dell’omicidio di Olof Palme?”

“ Certamente “ disse Backstrom con un’espressione volpina.

“Spiegati. Chi sarebbe andato con chi?”

“Io credo che Waltin e quel socialista di Palme abbiano avuto gli stessi interessi. Se così si può dire.” Deve essere più stupida di una donnina particolarmente stupida.

“ Perché credi una cosa simile?” Deve avergli dato di volta il cervello. (In caduta libera, p.340)

Qui l’effetto è solo comico. Ma a volte questa tecnica permette una critica sociale ironica e penetrante. Vediamo come una definizione anche scherzosa delle differenze tra i due sessi possa allo stesso tempo avere un ingiusto versante normativo. La conversazione tra il marito (Lars Martin Johansson) e la moglie (Pia Johansson) ha luogo alla fine di una lauta cena, per una volta preparata con zelo e bravura dal marito. La scena ha un andamento singolarmente settecentesco, ricorda la seraficità di certi dialoghi delle commedie di Lessing.     

“Mio dio, era squisito” sospirò Pia tre ore più tardi, quando riuscirono a finire i lamponi e un’altra bottiglia di riesling ben freddo che Johansson aveva  di riserva. “Se avessi quarant’anni di meno, farei un ruttino.”

“Impossibile” disse Johansson. “Solo i bambini piccoli fanno i ruttini. E i cinesi” aggiunse. “Sembra sia una tradizione lì in Cina per ringraziare per il cibo.”

“Fortuna che sono la sola a sentirtelo dire. Va bene, se avessi quarantacinque anni in meno, farei un ruttino.”

“I bambini ruttano,  gli uomini russano,  scoreggiano di nascosto e, se sono soli o si sentono a loro agio in compagnia, lasciano partire vere e proprie granate. La donne non fanno nulla  di tutto questo.”

“ Da che cosa credi che dipenda?”

“Non ne ho la più pallida idea” rispose Johansson scuotendo il capo. “Cosa ne diresti di una tazza di caffé?”

“Con piacere” accettò Pia. “Ma prima voglio ringraziarti per questa cena principesca.”

“Era solo un semplice banchetto” ribatté Johansson modestamente. “Una provvista necessaria al nostro vagabondaggio solitario su questa terra.”

“ Molto bene” disse Pia ”Allora accetto volentieri un espresso doppio con latte caldo.”

“Ottima scelta” approvò Johansson. “Per quel che mi riguarda, avevo pensato a un piccolo cognac per aiutare la digestione “.

“Non per  me“ disse Pia. “Devo pensare alla giornata di domani. Ho un sacco di cose da fare dopo le ferie.” Ma soprattutto sono una donna, pensò. (In Caduta libera, pp. 32-3)

I romanzi polizieschi della scuola svedese sono di solito elementi di serie o cicli di indagini –se vogliamo, di avventure. Non diversi in questo dai cicli di Salgari o Verne. Le indagini non sono condotti da tizi solitari incredibilmente perspicaci e semi-onniscienti, ma da dei gruppi con almeno un minimo di organizzazione gerarchica. Questi gruppi, o équipes, o teams, sono i protagonisti dei singoli romanzi ma soprattutto delle serie.

Naturalmente nei gruppi emergono delle personalità. Così ad esempio nella narrativa di H. M. emerge la personalità del Commissario Wallander, sia per il ruolo gerarchico che ricopre nel Commissariato della città di Ystad (le indagini vengono spesso affidate a lui), sia per il ruolo che gli viene attribuito nelle vicende narrate, sia infine perché la narrativa stessa si incentra spesso sulle sue vicende personali e adotta il suo punto di vista.

Nei 10 romanzi di Sjowall e Walhoo (S-W), il capo dell’equipe investigativa è di solito il Commissario Martin Beck, tanto che tali romanzi sono spesso presentati come “Indagini della serie di Martin Beck”. Tuttavia il rilievo di Martin Beck come personaggio è minore di quello di Wallander rispetto ai suoi collaboratori. I collaboratori di Martin Beck hanno una caratterizzazione più precisa. In S-W vi è dunque una coralità più accentuata, come anche in Leif Persson, dove pure la narrazione si sposta frequentemente dall’incentrarsi su uno o un altro degli investigatori. Parlerò brevemente di Wallander, di Gunvald Larsson (da S-W) e di Backstrom ( da Leif Persson).

C.1. Wallander

Vi è una sorprendente corrispondenza tra la psicologia di Wallander e lo stile del suo autore, H.M..Lo stile di H.M. è fatto dal susseguirsi di brevi osservazioni quasi tutte abbastanza banali, che si accumulano per decine, a volte centinaia di pagine. Cosa che rischia di risultare noiosa a chi non ne capisca lo spirito o gli intenti. Uno degli intenti principali è di dare un resoconto della vita interiore di Wallander. Vita interiore che esiste ed è molto ricca, ma che produce quasi sempre osservazioni abbastanza scontate. Wallander è, se vogliamo, un “uomo senza qualità”. Vediamo un esempio:

Wallander era seduto nel suo ufficio alla centrale di polizia di Malmo. Guardò l’orologio. Erano le cinque meno un quarto. Era la vigilia di Natale del 1975. I due colleghi con i quali divideva l’ufficio, Stefansson e Horner, non erano in servizio. Poco più di un’ora e anche lui avrebbe finito la sua giornata di lavoro. Si alzò e andò alla finestra. Pioveva. Anche quell’anno non sarebbe stato un bianco Natale. Rimase fermo a fissare distrattamente il vetro che stava appannandosi. Poi sbadigliò. Sentì la mandibola schioccare. Chiuse la bocca lentamente. Quando sbadigliava, talvolta capitava che gli venisse un crampo al muscolo sotto il mento. (Piramide, p. 115)

e qui in effetti tranne il rimpianto di un Natale con la neve sembra esserci molto poco, disperatamente poco. Forse il tema vero è la disperazione. Nel passo seguente, vi è forse ancor meno:

Wallander si svegliò poco dopo le sei di mattina dell’11 dicembre. Non appena aprì gli occhi, la sveglia sul comodino inizio a suonare. La spense e poi rimase disteso con gli occhi fissi nel buio. Stirò le braccia e le gambe e fece flettere  le dita delle mani e dei piedi. Controllare se durante la notte fosse rimasto vittima di qualche problema fisico  era diventata un’abitudine. Poi deglutì per verificare che nessun batterio si fosse annidato nel suo apparato respiratorio. Ogni tanto si diceva che stava lentamente diventando un malato immaginario. Ma anche quella mattina, tutto sembrava a posto. E per di più, eccezionalmente, si sentiva veramente riposato. La sera prima era andato a letto alle dieci e si era addormentato quasi subito. Quando si addormentava con facilità, riusciva poi anche a dormire bene. Ma se rimaneva sveglio, potevano passare diverse ore prima che riuscisse a prendere sonno. (Piramide, p.254)

Forse queste pratiche igenico-ginniche sono dovute all’ipocondria del cui avanzare lui stesso è consapevole, forse sono un vano tentativo di interrompere il vuoto e la noia. Qui il vuoto e la noia irromperebbero in lui addirittura prima che sia completamente sveglio! Può essere minimamente significativo il fatto che il suo scrupolo professionale è tale che non ha bisogno della sveglia di un orologio per sapere quando svegliarsi. Ma qualcosa di più simile a un anelito tipico di uno svedese, un fremito di nostalgia per la neve, sembra manifestarsi nel prosieguo immediato di questo passo.

Si alzò e andò in cucina. Il termometro fuori della finestra segnava sei gradi. Ma dato che sapeva che il termometro non segnava la temperatura corretta,  calcolò che fuori lo attendevano circa quattro gradi. Alzò lo sguardo al cielo. Brandelli di nebbia passavano al di sopra dei tetti delle case. Quell’inverno, la neve  non era ancora caduta sulla Scania. Ma arriverà, pensò. Prima o poi le tempeste di neve arriveranno (Piramide, p. 254),

e qui, senza accorgercene, siamo portati in un paesaggio da fiaba di Andersen. Dunque il cumulo di banalità può avere degli esiti, o forse meglio dei passaggi, impensati. In ogni caso, Wallander è un uomo medio, di istruzione e intelligenza medie. Soprattutto, di intelligenza lenta. Ha bisogno di molti molti passi ciascuno in sé quasi ovvio per raggiungere delle conclusioni minimamente significative. Questo si potrebbe dire del resto degli stessi romanzi di Hening Mankell, che, come quelli degli altri svedesi (tranne S-W) oltrepassano di solito le cinquecento pagine: senza che quasi ce ne accorgiamo, se ci lasciamo prendere dall’analiticità dello sguardo sul quotidiano che gettano. Anche agli ammiratori del virtuosismo minimalistico di H.K., quorum unus ego, resta il dubbio di aver partecipato a lunghe esplorazioni nella cattiva infinità hegeliana. Ma c’è l’alibi investigativo. La prosa, fatta di moltissime frasi brevi giustapposte, riflette il procedimento razinicinate quasi da tartaruga di Wallander. Forse la sua semplicità e integrità d’animo, la mancanza di alcuna pretesa, la sua totale mancanza di arroganza (così diversa dalla bonomia non totalmente sincera di Lars Martin Johansson) spiega il fatto che sia dotato di un’autorevolezza naturale con i suoi collaboratori, nei confronti dei quali non è mai prevaricante. Tuttavia quest’uomo dal raziocinio lento di solito, dando tempo al tempo, a differenza del pie’ veloce Achille, arriva alla meta. Non solo. Ha una sorprendente duttilità nel confrontarsi, come gli capita spesso, con l’assolutamente ignoto e alieno, con l’indecifrabile. E’ in questi casi che la sua lentezza si trasforma in uno speciale talento nell’orientarsi quando posto a tu per tu con l’ignoto. Come se disponesse, invece che delle qualità deduttive o inferenziali della prontezza e automaticità di Sherlock Holmes, di alcuni archetipi antropologici di grande universalità. Se vogliamo, Wallander assomiglia a Dylan Dog, un indagatore di mondi alieni che attinge al subconscio le risorse per rapportarsi efficacemente ad essi.

C.2. Gunvald Larsson

Gunvald Larsson è un ispettore della polizia di Stoccolma che spesso si trova a dover collaborare con Martin Beck, senza essere proprio organico al suo gruppo. Questo è forse il personaggio più singolare e originale dei coniugi S-W. Membro di una famiglia aristocratica con cui ha rotto molti anni prima, è stato per una ventina d’anni ufficiale della marina civile,  un mestiere che più di ogni altro insegna a far parte per se stessi in un mondo vasto e differenziato, se non sempre ostile. Ha un suo senso dell’eleganza probabilmente ispirato alle uniformi marittime. Non ama le altre classi sociali più di quella da cui è un transfuga. E’ apolitico ma di sentimenti fortemente democratici. La Grecia della giunta militare gli ripugna. Eccolo in una conversazione telefonica con la stazione dei vigili del fuoco della cittadina di Solna-Sundbyberg, alla periferia di Stoccolma. Sta cercando di accertare se qualcuno avvertì quella stazione, invece che una qualche caserma di Stoccolma:

– Sì, c’è stato un falso allarme a Sundbyberg, quella sera. Alle ventitré e dieci, per essere precisi. Una telefonata. E allora?

– Sa chi ha risposto alla telefonata?

– Certo. Una ragazza di nome Martesson. Doris Martesson.

– Dove la posso trovare?

– Da nessuna parte, mio caro. E’ partita per le vacanze: per la Grecia.

– Per la Grecia – disse Gunvald Larsson con profondo disgusto.

– Sì, c’è qualcosa che non va?

– Più o meno tutto.

– Stronzate. Non mi aspettavo della propaganda comunista da parte di uno sbirro. Sono stato anch’io all’Acropoli, o come diavolo si chiama, lo scorso autunn . Bellissima. E che ordine. E poi la polizia: che stile! Laggiù avreste molto da imparare.

– Chiudi il becco idiota! – disse Gunvald Larsson, e sbattè giù il ricevitore.

Il linguaggio che usa per esprimersi con colleghi, inferiori e superiori è più quello di un marinaio arrabbiato che di un aristocratico. E’ un poliziotto che tende a fare da sé e ignorare regole e regolamenti, in nome però di un fulgido senso della giustizia e di un ideale quasi cavalleresco. Tende a disprezzare un po’ tutti. Ha alcuni tratti di misoginia e forse sessuofobia alquanto allarmanti. Ecco come si difende da Doris Martesson, avvenente e avventurosa centralinista dei vigili del fuoco appena tornata da una vacanza in Grecia.

– Com’era la Grecia?

– Stupenda.

– Sa che la giunta militare greca lascia morire nelle carceri decine di migliaia di persone per motivi politici e che la gente viene torturata a morte tutti  giorni? Che le donne vengono appese con dei ganci di ferro al soffitto e che bruciano loro i capezzoli con degli elettrodi?

-A queste cose non si pensa quando il sole splende e tutti ballano felici.

-Felici?

Nonostante la sua scarsa coscienza politica, Doris, senza rinunciare a porre in atto una serie di manovre seduttive, si rivela molto ben informata:

-Appena saputo che era un falso allarme ho cercato di ricordarmi tutto di quella telefonata.  La polizia di solito vuole essere informata, dopo. La polizia di qui, dunque. Ma questa volta non si sono fatti sentire.

L’uomo si rabbuiò. Gli donava. La ragazza spostò l’anca destra leggermente in avanti e contemporaneamente piegò il ginocchio destro, così il tallone si staccò dal pavimento. Aveva delle belle gambe, e adesso erano anche abbronzate.

Doris ricorda che l’allarme fu dato in uno strano accento. Di che nazionalità?

La ragazza aggrottò la fronte e riflettè. Adesso doveva avere un’aria piuttosto interessante

-Sicuramente non era neanche spagnolo. E neppure inglese.

-Americano? – -propose lui.

-Assolutamente no.

-Come fa a essere così sicura?

– Conosco parecchi stranieri, qui a Stoccolma,  – disse lei. –  E poi di solito vado in vacanza nell’Europa del Sud minimo due volte all’anno. Del resto gli inglesi e gli americani non imparano mai lo svedese. Forse era francese. Magari italiano. Ma forse francese, come dicevo.

– Però è una supposizione, no?

-Be’ – fece lei – Per esempio diceva “inscendio”.

– Inscendio?

– Sì, e accentuando l’ultima sillaba.

-Come pronunciava la “r”?

– Era moscia, come nello scanese.

– Ci rifaremo sentire – disse lui. – Lei è grandiosa.

– Non vuole magari…

-Nel ricordare le cose, intendo. Arrivederci.

Bisogna essere veramente degli indifesi per sottrarsi al suo disprezzo (o, come nell’ultima citazione, alla sua auto-censura) e invitare la sua benevolenza. Nell’Autopompa fantasma salva la vita di ben otto persone incoraggiandole a saltare dal primo piano di una casa in fiamme dopo una terribile e misteriosa esplosione. Afferra tutti al volo, bambini, donne, uomini. Nel perseguire solitariamente tali ideali è aiutato non solo dalla sua intelligenza investigativa, ma anche dal suo fisico possente. A volte può fare un’ossessione personale di un’indagine. Nei Terroristi è sorprendente il grado di penetrazione, quasi di identificazione, che raggiunge con lo sconosciuto terrorista sud-africano Reinhard Heydt.)  Al passare delle avventure (e dei romanzi…)  comincia ad apprezzare l’integrità di Martin Beck e degli altri colleghi, e persino il loro scrupolo legalitario, che però non è per lui. Un critico percettivo ha osservato che “sembra aver sconfinato nelle indagini di Martin Beck da altri gialli, più di azione e più comuni.”2 Ma il bello di Gunvald Larsson è che è una specie di transfuga universale, una specie di cavaliere senza macchia e senza paura in terre perennemente straniere, quindi sempre un po’ fuori posto, ma anche sempre in grado di agire con efficacia. E’ chiaramente la proiezione di un aspetto particolare dell’anarchismo dei suoi autori.

C.3. Il Commissario Evert Backstrom

E’ forse la creazione più originale di Leif Persson, che è riuscito nell’impresa non facile di proporre una narrativa che si incentra per decine, a volte centinaia di pagine su un “cattivo” invece che su un “buono”, e restituisce il mondo dal suo punto di vista. Abbiamo dunque l’occasione, per noi italiani che seguiamo la vita politica purtroppo consueta, ma nel poliziesco abbastanza rara, di poterci immedesimare nel punto di vista di un individuo abbastanza repellente. Intendiamoci: Evert Backstrom è un “cattivo” solo entro certi limiti: è mediocre, megalomane, furbastro, intrallazzatore, meschino, avido, scroccone, opportunista,vittimista, gozzovigliatore, semi-alcolizzato, razzista, sessista, ma non privo di astuzia e persino di un certo istinto poliziesco, che a volte lo possono anche portare su certe piste promettenti. Inoltre, non è pavido, al contrario, è in continua ribellione nei confronti del resto del mondo, compresi i suoi capi e soprattutto le segretarie dei suoi capi. Universalmente detestato dai colleghi, disprezzato dai capi, e snobbato dalle segretarie, finisce per risultare quasi simpatico al lettore, nello stesso modo in cui può risultare simpatico quel sottoproletario archetipico britannico, Andy Capp, a cui per alcuni aspetti, ad esempio il misto di bellicosità e vittimismo, e l’estremo egocentrismo, Backstrom somiglia.  Vediamolo mentre medita il da farsi dopo essere stato trasferito per punizione agli Oggetti Smarriti: 

Da quasi un anno era stato relegato dal suo naturale posto di lavoro con la squadra omicidi della polizia di Stoccolma alla sezione oggetti smarriti. O “magazzino dei perdenti”, come tutti i veri poliziotti, Backstrom incluso, chiamavano quel luogo dove finivano le biciclette rubate, i portafogli smarriti e i poliziotti persi. Backstrom era una vittima. Di circostanze infelici in generale e di malvagie congiure in particolare. Ma soprattutto, era la vittima dell’innata “invidia svedese”. Il suo ex capo, Lars Martin Johansson, non era riuscito a sopportare i continui successi di Backstrom nella sua guerra contro la criminalità più violenta e in costante aumento…Johansson allora aveva intrecciato una corda di calunnie, messo il cappio al collo di Backstrom  e lo aveva sbattuto fuori dalla omicidi. A dispetto dell’incomprensione, slealtà e, per dirla senza mezze parole, di un ambiente distruttivo e ostile, lui aveva cercato di adattarsi al meglio alla situazione. Il lavoro alla sezione oggetti smarriti offriva interessanti possibilità per uno sufficientemente sveglio da afferrarle al volo. Non come i suoi nuovi colleghi, un triste gruppo di buoni a nulla senza fantasia che non avevano capito di avere in mano un mazzo di chiavi completo in grado di aprire l’enorme forziere con gli oggetti “smarriti”, “rubati”, o semplicemente “di proprietario sconosciuto”. Cosa di cui Backstrom si era ovviamente  reso conto  appena varcata la soglia del nuovo posto di lavoro. (In caduta libera, pp. 243-4)

4. IDEOLOGIA

C’è un’opinione diffusa seconda la quale i polizieschi svedesi conterrebbero una critica  del “modello sociale svedese”, o una messa a nudo del fallimento del welfare state svedese. Ad esempio Sellerio, nel presentare i coniugi S-W (nella terza pagina di copertina di Un assassino di troppo) scrive che la collaborazione della coppia aveva “un fine anche politico:  la denuncia della società neo-capitalistica svedese:” E un commentatore britannico di S-W scrive:

In tutti e dieci i loro libri, l’aspetto nascosto  dell’esperimento svedese è rimesso in evidenza – dove la maggioranza, benché non tutte, le vittime sono i giovani. Al dispiegarsi della serie[costituita dai dieci romanzi]  la nozione efficacemente propagandata della Svezia come una specie di paradiso, sede della sauna e dello smorgasbord, felice della sua reputazione internazionale di libertà e di godimento sessuale, si rivela come niente più di un mito disperatamente imposto. Agli occhi di Martin Beck, è una specie di demi-monde, un inferno dilaniato dalla povertà, dal consumo incontrollabile di droga, affetto da corruzione a tutti i livelli, immerso nell’assassinio e nei crimini di violenza.

Ma non è sicuro che Martin Beck generalizzi in modo così plateale le sue esperienze di Commissario di polizia. E’ vero che S-W hanno una tendenza ideologizzante che è loro propria. Eccola loro principale dichiarazione programmatica:

Si può vedere il romanzo poliziesco come l’espressione letteraria  della necessità di chiarire il meccanismo dei conflitti  e le cause che li scatenano…Intendiamo  analizzare la società borghese del benessere; cerchiamo di guardare la criminalità in rapporto alle dottrine politiche ed ideologiche di tale società.3

Erano anche stati attivisti politici (come più tardi Stieg Larsson) e membri di un partito comunista svedese. Tuttavia del loro supposto marxismo ben poco traspare nei loro dieci romanzi. Il loro classismo è più quello dei sofisti greci che di Marx. Alla fine della doppia indagine narrata ne Il Poliziotto che ride, dopo che l’assassino, di nome Forsberg, un uomo di successo che ha compiuto una vera strage affinché non venisse scoperta la sua colpevolezza nel caso, non ancora andato in prescrizione, di una remota uccisione di una prostituta portoghese, è stato individuato e arrestato, Gunvald Larsson se ne esce nella seguente riflessione:

Quasi tutte le persone che incontriamo tramite questo lavoro mi fanno pena. Rappresentano la feccia della società e non vorrebbero mai essere venuti al mondo. Non è colpa loro se non capiscono niente e se tutto va male. Sono i tipi come Forsberg a distruggere la loro esistenza. Porci egocentrici che pensano soltanto ai propri soldi, alle loro case, alle loro famiglie e alla loro cosiddetta posizione. Che pensano di poter comandare sugli altri solo perché se la passano meglio. Ce ne sono tantissimi di tipi del genere, e la maggiora parte di loro non sono così fessi da strangolare una puttana portoghese. E per questo non li prendiamo mai. Vediamo solo le loro vittime. Questa è un’eccezione.4

Quella che piuttosto traspare è una vena anarchica che si manifesta in critica della burocratizzazione dell’assistenza sociale svedese. Forse più significativo è che avevano deciso di dare il titolo “Storia di un crimine” all’intera serie dei loro dieci polizieschi. E qual è il “crimine”? E’ la decisione politica di ricostituire su base nazionale la polizia svedese, che sino ai primi anni ’60 esisteva come complesso di polizie locali. Alla costituzione della polizia su base nazionale ha corrisposto la creazione di una nuova vasta burocrazia. Non solo. Con la centralizzazione si è verificato un altro  secondo S-W nefasto fenomeno, la militarizzazione della polizia. I capi della polizia sono stati scelti tra i militari, e militare è la concezione dei compiti della polizia che è prevalsa.  Quasi tutti i loro dieci romanzi sono dedicati a illustrare i guasti prodotti dal prevalere di queste due direttive.  Se vogliamo la protesta di S-W è fatta in nome della vera natura del lavoro della polizia, ed in gran parte della vera natura dell’indagine.

  S-W non asseriscono che i delitti abbiano esclusivamente “cause sociali”. Credono che il lavoro investigativo richieda conoscenza del territorio, esperienza lentamente accumulata e sua elaborazione critica,  la possibilità di discutere e confrontare le esperienze e i punti di vista. Credono nella possibilità del dialogo e della comprensione, anche con i delinquenti. La polizia deve saper parlare con i delinquenti, non sparargli. La seguente conversazione tra Melander e Kollberg, due collaboratori fidati di Martin Beck, mette bene in luce la posizione di S-W al riguardo5

– C’è un odio latente verso la polizia in tutte le classi sociali – disse Melander. – E basta un niente per scatenarlo.

– Già – disse Kollberg, disinteressato. – E da cosa dipende?

– Dipende dal fatto che la polizia è un male necessario – disse Melander. – Tutti, criminali compresi, sanno che possono trovarsi in frangenti in cui la polizia  è la loro unica salvezza. Quando un ladro si sveglia di notte e sente dei rumori in cantina, cosa fa? Naturalmente chiama la polizia. Ma quando le forse dell’ordine irrompono nella vita delle persone in situazioni diverse, disturbandone la quiete, la maggior parte della gente reagisce dimostrando timore e disprezzo.

– E’ il colmo della disgrazia se dobbiamo sentirci un male necessario – disse Kollberg, sconfortato.

– Il nocciolo del problema, – disse Melander imperterrito – sta naturalmente nel fatto paradossale che la professione del poliziotto richiederebbe grande intelligenza e qualità psichiche, fisiche e morali eccezionali, ma non ha nulla che riesca ad attirare persone con queste caratteristiche.

  In definitiva, S-W sono degli anarchici popperiani più che dei marxisti.  Né del resto sono dei dottrinari: l’intero romanzo Un assassino di troppo può essere letto come un esempio di cooperazione fruttuosa tra polizia locale e centrale. Resterà a Leif Persson , in  Anatomia di un’indagine (pp.547-8), mostrare come il confronto tra polizia centrale e locale possa a volte mettere finalmente in rilievo l’inettitudine della seconda.                                    

  Per il resto, va notato che S-W sono alquanti ambiziosi come professionisti del poliziesco, e affrontano con esiti interessanti due problemi classici del genere, l’omicidio con il cadavere lasciato in una stanza chiusa dall’interno ( in La Stanza chiusa)e la determinazione multipla di un assassinio (nell’Autopompa fantasma.). Anche l’Uomo che andò in fumo, dedicato a un’indagine sulla sparizione di un giornalista svedese in Ungheria, ricorda per la struttura del problema investigativo, se non per l’abile ambientazione a Budapest, Agatha Christie. La  peculiarità di S-W è che, non avendo a disposizione la risorsa dei loro stessi 10 polizieschi, sono ancor legati al poliziesco britannico degli anni ’20 e ’30, e alla concezione puramente combinatoria, enigmistica del poliziesco: concezione di cui forniscono un’originale reinterpretazione in termini di realismo sociale.6 Sono anche dotati di una certa visionarietà che ha per oggetto l’evoluzione dell’ideologia, nel loro ultimo libro, I terroristi, immaginano  un gruppo di terroristi che non si battono per alcuna causa politica, ma sono terroristi puri, terroristi che hanno come unica missione il terrorismo fine a se stesso.

Forse S-W davano veramente un giudizio assolutamente negativo sulla società svedese del loro tempo e in particolare del suo sistema politico e del principale partito politico svedese, il socialdemocratico. E’ interessante che la “trilogia di Olof Palme” di Persson non è l’unica opera in cui viene messo in scena l’assassinio del leader svedese. Anche nei Terroristi un primo ministro che ha i tratti di Palme 7(che del resto era in carica come Primo Ministro l’anno di pubblicazione del romanzo, il 1975) viene ammazzato con un colpo di pistola, ma non da spietati, benché totalmente a-ideologici, terroristi, ma da Rebecka Lind, una giovanissima ragazza-madre perseguitata dai servizi sociali e dalla polizia, quasi un’Antigone proletaria, ecologista e pacifista il cui disperato appello al Primo Ministro è stato respinto dalla routine burocratica attiva nel suo ufficio. Dunque S-W hanno anticipato di 11 anni la morte di Palme, odiato dalla sinistra radicale non meno che dalla destra anti-comunista.

Evidentemente anche gli altri quattro autori da me scelti come membri del gruppo svedese hanno alcune idee sociali, anche se meno nettamente definite di quelle di S-W. Prendiamo ad esempio H.M. Anche lui si potrebbe dire un “critico del modello svedese”. Ad esempio, a volte induce il suo alter ego, il Commissario Wallander, a lasciarsi andare a delle vere lamentazioni sulla degenerazione della Svezia. Secondo Wallander, il paese è indubbiamente cambiato, e molto in peggio. Vi è in lui un’idea della Svezia della sua gioventù come una specie di comunità fraterna e solidale, un ideale ma anche una realtà sociale che sicuramente  richiedeva una qualche forma di socialismo, e che aveva nel ’68 trovato un sua espressione nell’affermarsi della convenzione di darsi universalmente del tu. Ma per quali aspetti secondo Wallander la Svezia sarebbe peggiorata? Sarebbe peggiorata per la quantità e soprattutto qualità dei crimini che vi si commettono.  Uno degli aspetti caratteristici di Wallander è che mentre come poliziotto riesce a farvi fronte con duttilità ed efficacia, e ciò presuppone una grande capacità di intuire la natura di questi nuovi crimini e persino la psicologia degli alieni che li commettono, come uomo e come cittadino non riesce a capacitarsene. Da qui la sua disperazione, che lo spinge a emarginarsi socialmente, a bere e a mangiare troppo e male, a sbagliare i tempi nel corteggiamento delle donne di cui si innamora, ecc. Questa scissione diventa un aspetto interessante del personaggio, conferisce dinamismo alle sue vicende.  Ma non permette di chiarire il problema sociale. Se lasciamo Wallander e leggiamo alcune interviste rilasciate dal suo autore, H.M. stesso, troviamo che egli condivide pienamente il senso di delusione e spaesamento del suo personaggio. Denuncia però la commercializzazione, l’omologazione agli USA, il desiderio imperante di denaro, l’egoismo. In somma, è molto più bravo come scrittore che come critico sociale. O se vogliamo, dobbiamo trarre LA NOSTRA critica sociale, se vogliamo farla, dai suoi polizieschi, non dalle sue interviste.

Un aspetto di critica sociale comune a tutti i polizieschi svedesi è il disprezzo in cui i detectives tengono i giornalisti. I giornalisti svolgono una funzione esenziale in una società democratica, informare il pubblico dei delitti e di tutta l’attività della polizia che abbia per fine la sicurezza dei cittadini. Tuttavia, lo fanno invariabilmente nel modo sbagliato, cercando di sfruttare la morbosità che invariabilmente si forma attorno ai delitti e attorno a certe persone sospettate piuttosto che proponendo i fatti in una cornice di riflessione razionale. Come se la commissione dei delitti autorizzasse anche nel pubblico una rimozione dei freni inibitori, una fuga nell’irrazionale. La morbosità, il sensazionalismo,  si cristallizzano in una serie di stereotipi. Ma Leif Persson ci propone il problema se il confronto delle idee in una società democratica non sia inevitabilmente dominato dagli stereotipi. Questo, in definitiva, è il problema centrale della sua “trilogia di Palme”. In una società democratica, non ci dovrebbe per costruzione essere più posto per quell’inviso aspetto del potere assoluto, il suo esercizio segreto. Ma, nella misura in cui la società aperta è alimentata, e allo stesso tempo tenuta in scacco, dagli stereotipi, alcune forme di potere segreto possono prolungarsi in essa. E Olof Palme può essere assassinato senza che se ne venga mai a conoscere il colpevole o i colpevoli.

5. PSICOSI E PSICHIATRIA

Il fatto è che la stragrande maggioranza dei delitti su cui indagano Martin Beck, Kurt Wallander, ecc. sono stati commessi da psicopatici di vario tipo. Alcuni romanzi, principalmente quelli di H. M., propongono dei veri viaggi dentro alcune terrificanti psicosi più o meno immaginarie. Ci si potrebbe chiedere come una società produca  la quantità e qualità di psicotici che popolano questi romanzi. Si potrebbero addirittura considerare le teorie implicite che ciascuno dei nostri scrittori adotta riguardo all’insorgenza delle psicosi. Potremmo forse considerare questi romanzi come esplorazioni congetturali di antropologia psichiatrica. Questa è certamente una peculiarità del poliziesco svedese. Non troviamo psicopatici, ad esempio, nella Londra tardo-vittoriana di Conan Doyle, né a rigore nella Sicilia contemporanea di Camilleri. O nella Napoli invasa da bande camorristiche de La Squadra. Ci si potrebbe chiedere se la notevole immaginazione psichiatrica di cui gli svedesi danno prova abbia una qualche base di conoscenza scientifica. Una domanda affine, ma più modesta, a cui si può facilmente rispondere è che cosa i nostri scrittori pensino degli psichiatri. Qui purtroppo, cadono quasi tutti negli stereotipi più diffusi. Gli psichiatri sono sempre o degli stupidi o dei mezzi ciarlatani. L’unica eccezione la offre Stieg Larsson, e il suo psichiatra è positivamente malvagio oltre che affetto da tendenze sadiche lui stesso.

    Ci si potrebbe aspettare qualcosa di più pertinente da Leif Persson, che in quanto criminologo pratico e teorico prima che scrittore di polizieschi dovrebbe avere delle esperienze di prima mano sulla teoria e pratica psichiatrica. Ma anche se è così, la tentazione della satira si presenta come irresistibile anche a lui. Alla fine di Anatomia di un’indagine, l’assassino della fanciulla, di buona famiglia e per di più allieva-poliziotta, è stato individuato e ha persino confessato. L’ha strangolata nel corso di una serie di evoluzioni sessuali iniziate in modo pienamente consensuale. Si chiama Bengt Månsson. Assessore alla cultura del Comune di Ystad, Månsson è un irresistibile, prodigioso, inesauribile amatore, ed è subito diventato membro di un’associazione per la difesa delle donne fondata dopo il crimine per prevenirne altri.

Il processo contro Bengt Månsson ebbe inizio Lunedì 20 Ottobre, e la sentenza fu pronunciata soltanto tre mesi dopo, il 19 Gennaio dell’anno successivo. Tale ritardo era  principalmente dovuto a una decisione del tribunale, che prevedeva che Bengt Månsson venisse sottoposto a un’approfondita perizia psichiatrica per garantire un giudizio adeguato.

Dalle conclusioni della perizia psichiatrica che era stata resa pubblica, risultava comunque che Månsson soffriva di forti disturbi psichici che però, allo stesso tempo,  non erano sufficientemente gravi da raccomandare l’internamento in una clinica psichiatrica.. Di conseguenza, i giudici avevano accettato in pieno la richiesta  del pm  e condannato Bengt Månsson all’ergastolo.

  L’avvocato di Månsson aveva fatto ricordo e in appello si era deciso per una nuova perizia psichiatrica, che questa volta era stata effettuata…sotto lo guida  di Robert Brundin, dottore in psichiatria legale fresco di nomina. Brundin era arrivato  a conclusioni molto diverse  da quelle dei suoi colleghi … Secondo la sua ferma opinione,  Månsson soffriva di disturbi psichici multipli in forma acuta. Su questa base, i giudici avevano stabilito l’internamento in una clinica psichiatrica a tempo indeterminato.

Già una settimana dopo la sentenza, il professor Brundin apparve in un programma alla televisione di stato per una lunga intervista. Dichiarò che in verità Månsson soffriva di gravi disturbi psichici caratterizzati da una forma di schizofrenia. Indubbiamente questi disturbi avevano origine nelle esperienze  traumatiche subite nell’infanzia.

Ovviamente non si trattava dei soliti traumi di guerra tipici dei tradizionali assassini non seriali,  ma sia per la loro portata qualitativa che per le loro conseguenze erano traumi assolutamente paragonabili. Purtroppo, tutto era coperto dal segreto professionale, e il professore non poteva approfondire l’argomento. Ma poteva affermare che Månsson non era un maniaco sessuale con fantasie sadiche. E neppure il tipico assassino non seriale. Era piuttosto un interessante esempio a metà tra l’uno e l’altro.

A rigore, si potrebbe anche sostenere che il fatto che i delitti più significativi siano di origine psicotica prova il successo del “modello svedese”, perché nell’ex-luterana Svezia il senso morale degli individui è sviluppato al punto che i normali motivi per commetterne non incidono più. Resterebbe il residuo ineliminabile, prodotto dalla psicosi. Altra e più ardua questione sarebbe di chiedersi se le costrizioni che inibiscono i delitti passionali, le rapine, le frodi, le malversazioni, tuttociò che rende varia la vita nei paesi mediterranei, non siano esse delle concause della psicosi.

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Boom del poliziesco svedese. L’ANALISI DI GIACOMO COSTAultima modifica: 2009-12-23T16:18:31+01:00da michelepositano
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