http://ilblogdimikidelucia.myblog.it TANTI FIORI PER TE

Andava a comprare il giornale tutte le mattine, dopo aver pisciato, essersi lavato e vestito e aver bevuto il caffé nella sua piccola cucina bianca e priva di odori. Allungava il tragitto di quasi trecento metri, tutte le mattine, per raggiungere un’edicola più lontana rispetto a quella che si trovava praticamente in fondo alla sua strada stretta, all’angolo dell’incrocio di un  viale invece largo, trafficato, pieno di luci e di vetrine anch’esse illuminate. Dopo aver comprato il giornale solitamente se ne tornava a casa, a leggerlo seduto su una poltrona del suo piccolo salotto beige, poco illuminato e privo di oggetti particolari e di particolari ricordi. Solitamente gli piaceva molto percorrere quel viale e passeggiare insieme alla gente che al mattino  non era mai tanta, camminava di buon passo e aveva un aspetto sicuro, di chi ha  una precisa meta da raggiungere. Gli piacevano anche le vetrine e tutte le merci esposte, sebbene lui non comprasse quasi mai vestiti o scarpe, generi che abbondavano invece in tutti quei negozi.
Ma la ragione vera per cui ogni mattina percorreva trecento metri in più di quelli che gli sarebbero bastati – trecento all’andata e trecento al ritorno – per comprare il giornale, era passare davanti ad un chiosco di fiori – molto ben tenuto e incassato nel muro, praticamente quasi un negozio – che all’inizio lo aveva colpito proprio per la cura con cui i fiori erano in mostra – ordinati per colore, dentro vasi dalle forme allungate e strane – e  per gli odori buoni e così forti da diventare per lui addirittura pungenti. In seguito aveva notato, tra i fiori e gli odori, la padrona del chiosco, che gli era sembrata la forma più interessante di vita tra quelle esposte. Era quindi soprattutto per vedere lei che ogni mattina percorreva una strada più lunga del necessario e si fermava poi a guardare i fiori, nonostante i profumi forti gli dessero un po’ alla testa e lo nauseassero. Quella leggera indisposizione però non gli aveva impedito di essere attento, ma aveva piuttosto esaltato la sua vista e lui aveva perciò notato, probabilmente per merito dell’esperienza che la sua età gli conferiva, che molti dei colori dei fiori esposti erano gli stessi che la padrona, che li vendeva, portava anche per i suoi abiti: un giorno aveva una maglione viola come gli iris dentro il lungo vaso di cristallo; un altro giorno ancora una tunica bianca come le rose dentro il vaso tondo di vetro spesso e colorato; il giorno prima un vestito stretto e giallo pallido come le tante margherite dentro il grande vaso rettangolare e basso, e quello stesso giorno un completo rosso come gli anemoni dentro i vasi piccoli di coccio, posti nelle mensole più in alto.

Sotto tutti quei colori naturalmente si esaltavano le forme di quella giovane donna… non così giovane per la verità, ma senz’altro con trent’ anni meno dei suoi. Nell’ordine lui aveva notato: un paio di tette addirittura a punta e con i capezzoli così grandi da mostrarsi anche dai vestiti; un ventre leggermente arrotondato che prometteva di finire su una peluria chiara e morbida come i suoi capelli, che lei portava sempre raccolti in uno chignon semplice, dietro la testa; due cosce all’apparenza dure e veloci; e sopratutto un culo alto, la cui vasta rotondità era un invito sicuro per le mani di lui, un culo che sembrava quasi parlargli, dirgli che poteva avvicinarsi e prenderlo a piene mani… mani che facevano infatti una gran fatica a restarvi lontano e sublimavano carezze sfiorando talvolta i vasi dei fiori del negozio – perchè neanche toccare i fiori era permesso… Muovendosi lei non dimenava tanto il suo corpo, e anche il culo lo muoveva poco. Quando si spostava per il suo piccolo negozio o nel breve spazio del marciapiede di fronte, formava una curva larga ma poco marcata che ondeggiava dal collo alle cosce, in maniera morbida e regolare.  E lui guardandola pensava che lei non  aveva proprio bisogno di tanti movimenti dei fianchi, perchè i colori dei suoi abiti, e le sue forme, là sotto, bastavano a rendere vivace l’immaginazione, mentre andava e veniva, e stimolavano lo sguardo,  come se i suoi passi fossero una costante carezza e a lui facevano sentire che il suo cazzo non aveva per nulla dimenticato che esisteva la possibilità di godere. Il completo rosso che lei indossava quel giorno aveva una gonna un po’ più lunga del solito e  lui notò inoltre che ai piedi lei portava delle scarpe nere, con i tacchi alti, così lucide e ben fatte da sembrare nuove. Immediatamente pensò a quanto gli sarebbe piaciuto sfilarle subito via quella gonna e guardarla camminare, avanti e indietro, su quei tacchi alti, sulle scarpe lucide, guardarle le gambe, le cosce nude, e poi farla sedere, farle allargare le gambe e osservare, dalle mutandine, la fica che sotto forse un poco pulsava dal desiderio, dall’eccitazione d’essere sotto il suo sguardo avido, desideroso di toglierle anche la biancheria e di guardarla a lungo, dentro le labbra della fica, fino al rosso cupo della carne aperta che a poco a poco si apriva ancor di più e bagnava la pelle intorno di umori chiari, appiccicosi, dall’odore un po’ acido ma tanto, tanto buono

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Entrò allora deciso nel chiosco, e parlò: “Buongiorno. Sono qui per comprare dei fiori.” Lei gli venne incontro, con un sorriso appena appena accennato, ma con le tette erette e grandi: “Si, buongiorno. Di che tipo li vuole?” Lui non comprava fiori da tanto tempo. Non sapeva più neppure quanto costavano, come si componevano in mazzi, e a cosa poteva servire un fiore piuttosto che un altro. Quale voleva? Uno qualsiasi, probabilmente, ma altrettanto probabilmente di fiori se ne compravano tanti, non uno solo…
“Un gruppo. O meglio, un mazzo. Qualcuno. Di qualche bel colore”.
“A chi vuole regalarli?”
Lui non voleva regalarli, ma comprarli e basta. Era il modo per parlare con lei. Perciò semplicemente le disse:
“Oh beh…li compro per lei.”
“Per lei?”
“No, non per lei. Per lei”. Rispose indicandola.
“Per me?” Chiese allora lei sorridendo questa volta in modo più deciso:
“Ma io li vendo.” Aggiunse poi. E lui si trovò un po’ sorpreso e spiazzato, perché di certo lo sapeva che lei li vendeva, ma non aveva altro modo per conoscerla…
“Certo. Questo è ovvio. Ma questi glieli avrò regalati io”.
“E quale vorrebbe regalarmi?” Gli chiese allora lei
“Come si chiama?” Gli domandò a sua volta lui.
“Mi chiamo Emma”
“Emma. Vorrei regalarle dei fiori dal gambo lungo…”
“Strelitzie?”
Lui quelle non le conosceva, così lei gli mostrò un vaso con dei fiori alti, colorati, con la forma che ricordava vagamente il becco di un pappagallo e con un lungo gambo grasso che ne sosteneva la struttura.
“Si. Sono belli, vero?”
“A me piacciono tanto. Perché sono grandi. Ma soprattutto perché hanno un gambo così lungo. E grosso…”
Gli spiegò lei, passando lentamente le dita proprio per tutta la lunghezza  dello stelo del fiore. “Ne prenderò cinque.”

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Emma sfilò quindi cinque strelitzie dal vaso, una ad una, le adagiò sul bancone del chiosco e cominciò a confezionarle dentro la carta trasparente, scegliendo poi per decoro un grosso fiocco di stoffa gialla. “Le porta con sé?” Gli chiese infine. “Si, però vorrei potergliele dare stasera. La vengo a prendere alla chiusura ?” Emma gli rispose di sì. E si accordarono perciò per bere insieme, quella sera stessa, un aperitivo. Lui arrivò puntuale, portando poggiato sulle braccia il mazzo dei cinque lunghi fiori – tanto perchè lei non pensasse che lui aveva scherzato e che non avesse davvero voglia di regalarglieli. Emma finì le operazioni di chiusura del chiosco e poi, tutta bella pettinata e con il trucco ritoccato di fresco – ma con addosso gli stessi abiti e le stesse scarpe della mattina – lo accompagnò alla macchina che lui aveva parcheggiato lì vicino per raggiungere insieme il bel bar grande che si trovava proprio infondo al loro viale e che preparava degli aperitivi davvero buoni, pieni di piccole tartine, panini, focacce al forno o fritte, pizze, bigné di formaggio e  tanta frutta a pezzettoni. Emma non beveva alcolici però e neppure lui ne beveva più da qualche anno, perchè pensava che non facessero tanto bene alla salute, andando in là con gli anni. Emma invece non ne aveva bevuti mai: era praticamente astemia. Consumarono perciò il loro analcolico colorato e mangiarono alcuni dei fantasiosi spuntini offerti insieme alla bevanda. Durante il loro piccolo pasto Emma gli raccontò di come le fosse venuto in mente di vendere fiori, perchè non era un mestiere che faceva per caso: disse di averne proprio la passione. “Ogni fiore per me rappresenta un oggetto e quello che potremmo farci se non fosse di un materiale banale. Per esempio se al posto di una scodella usassimo un girasole il senso del mangiar pasta sarebbe molto diverso”. Lui la guardò probabilmente con un certo stupore perciò Emma decise di spiegare ancora: “Prova ad immaginare come sarebbe una lampada di tulipani o un libro di petali di papavero. Oppure un spazzolino fatto di dalia.”

Lui cominciò invece a chiedersi come Emma pensava di poter realizzare per esempio un computer con i lillà o un cellulare con le rose, ma non disse niente, un po’ perchè gli sembrava scortese contraddirla e un po’ perchè era sicuro che lei volesse alla fine intendere qualcosa di diverso. “Io non vedo rappresentati nei fiori emozioni o sentimenti ” Continuò infatti Emma ” Ma spunti per usi pratici e interessanti nella vita.” Poi lei gli fece un sorriso enorme e sorseggiò la sua bibita  aspettando con serenità  che fosse lui a parlare. “Io…Io…” Cominciò allora lui, balbettando leggermente, non perché si trovasse a corto di argomenti ma perchè si sentiva assolutamente distratto dalle tette di lei, così vicine e all’apparenza sode e i cui capezzoli – grandi a giudicare da come ne vedeva la forma dal vestito – sembravano addirittura eretti e lui aveva molta voglia di toccarli, tutti e due, tette e capezzoli, stringerli tra le dita e sentirne la consistenza, palpeggiarle le tette dure, sode… e poca voglia di parlare. Sopratutto non gli andava di raccontare a lei  del lavoro che aveva fatto un tempo, prima di andare in congedo, né di continuare quella bizzarra conversazione sui fiori, per quanto tra i due argomenti quest’ ultimo fosse quello che preferiva.
Ma si trovò a dirle che aveva lavorato in un’azienda chimica, che poi era  andato via – il suo era stato un lavoro  importante, una ricerca notevole, ma anche usurante dal punto di vista fisico, perciò aveva lasciato l’attività un po’ prima del tempo dovuto. Emma lo guardava con interesse ma lui non riusciva a decifrare del tutto lo sguardo di lei: voleva che continuasse a raccontarle cose di sé o invece c’era la speranza che anche Emma fosse interessata alle parti fisiche del suo corpo, al suo cazzo, che sentiva sempre più desideroso di essere messo in mostra ?
“Cosa ti piacerebbe fare con i fiori ?” Le chiese allora lui quasi a bruciapelo, per riprendere l’unico argomento che, un po’ fuori dalla norma, forse era quello giusto per giungere nel luogo semplice e  normale dove  lui voleva andare: il suo letto, le lenzuola gialle che avvolgevano i materassi, sopra le quali voleva adagiare la carne calda di Emma, tutta nuda, e toccarla tutta quanta…., prendere poi la sua fica, entrarci  prima piano e poi forte: dentro di lei con il suo cazzo, che lui sapeva essere vivace, duro e desideroso…nonostante il lavoro da chimico e i lunghi esperimenti usuranti le cui conseguenze lo avevano preoccupato tanto in passato.

Li userei soprattutto come stoffa.” Gli rispose Emma. “Vorresti che fossimo tutti vestiti con del materiale fatto con i petali di rosa, di lillà o di…” “Si, certo. Intendo dire proprio questo. Abiti; vestiti: fatti di fibra vegetale tratta dai fiori.” Lo interruppe Emma sentendo nella sua voce una sorta di ironia che proprio non voleva incoraggiare. “Me lo hai chiesto tu, no?  Ti sembra tanto ridicolo? Usiamo il cotone. E la iuta e…” “Non mi sembra ridicolo, ma mi immaginavo una risposta diversa…” “Tipo che vorrei un letto di fiori?” Ma a lui quell’ immagine piacque poco perchè gli venne in mente la morte, e Ofelia, e tutta una serie di funerali acquatici, ma d’ altra parte la parola “letto” lo avvicinava al suo obbiettivo e perciò le rispose: “Si, qualcosa del genere. Qualcosa del tipo i fiori come spugna da bagno, da impregnare d’acqua e passare lentamente sul corpo…” Allora Emma avvicinò il suo viso al suo e la bocca al suo orecchio e molto piano gli disse: “Ma la stoffa è molto di più….accarezza la pelle, ovunque….si poggia sulle braccia…come sul collo,  sul ventre…sai, entra nelle pieghe della carne…o tra le cosce e…scivola da ogni parte…”
“E tu ce l’hai una stoffa fatta con i fiori?” Le chiese lui, tenendo con leggerezza ma determinazione una  mano sulla sua nuca affinché lei non potesse allontanare né il volto né la testa e la loro conversazione potesse continuare l’uno nell’orecchio dell’altra… “No, non ancora…” Rispose Emma. “E cosa ti manca?” Gli chiese lui. Ma Emma si limitò a liberarsi del peso della mano di lui e a gettare piano la testa all’indietro, mostrandogli da vicino il suo bel collo teso, che lui pensò di mordere ma che si trovò invece a sfiorare con il naso. “Io sono un chimico” Le disse poi ” E forse conosco la formula…” “Oh Si…” Lo interruppe Emma “Andiamo. Dovrai dettarmene  tutte le cifre.” Lui allora la seguì  –  lei si era velocemente alzata – prese nuovamente in braccio il mazzo delle cinque strelitzie e si avvio con lei verso la sua macchina e verso la sua casa. Emma, seduta lì accanto, gli sembrava molto bella e i suoi piedi calzati di nero lucido gli sembravano molto belli e le sue cosce sotto la gonna lunga gli sembravano belle e la fica sotto
era sicuro che fosse così bella e così pronta ad essere aperta per lui, ad accogliere il suo cazzo… tanto che nessuna formula chimica gli veniva davvero in mente come se tutti gli studi del passato fossero ora sciolti nell’umido che tra le cosce di lei si stava producendo per invischiare ancora di più i suoi peli e il suo cazzo, per tenerlo dentro duro e bagnato di lei…di lei che lo voleva e lo faceva uscire ma per poco, per poi farlo subito rientrare e ancora rientrare  e ancora rientrare, duro e eretto e forte… come nessuna formula avrebbe mai potuto sintetizzare.

Quando entrarono in casa Emma lo seguì direttamente in camera da letto. Lui posò i fiori su una sedia e lei sciolse il mazzo dalla carta. Poi andò verso di lui e gli tolse  la camicia. Allora anche lui le sfilò via il vestito e il reggiseno e affondò finalmente le mani sulle sue grosse tette, sentendo finalmente tra la pelle delle dita i suoi grossi capezzoli, che erano anche molto scuri. Poi le accarezzo la pancia, il ventre, guardandola avidamente, perché la sua pelle era bella e perché Emma si lasciava guardare con piacere. Le sfilò via anche le mutandine mentre erano ancora in piedi e anche lui si tolse i pantaloni e le mutande e notò con soddisfazione che l’erezione che sentiva non era un illusione e che il suo cazzo rispondeva al reale desiderio che provava per lei. Così la fece girare e cominciò a cercare con le mani l’apertura della sua fica, che trovò umida per lui, mentre davanti allo sguardo aveva il suo bel culo grande, tutto in mostra, tutto scoperto… Si prese quindi il cazzo tra due dita e lo infilò dentro la fica di Emma, lentamente. Si sentì allora risucchiato da tutto il calore di lei, che morbidamente lo avvolgeva. Cominciò a muoversi piano, come per capire quello che a lei poteva piacere di più, reggendosi con le mani alle sue tette.  Ma da piano cominciò a far scivolare il suo cazzo avanti e indietro sempre più velocemente perché gli dava un grande godimento il modo in cui la fica di Emma lo aveva accolto e come si apriva e si chiudeva sul suo cazzo ad ogni suo movimento e come a lui proprio dal cazzo ai reni fino a qualche altro luogo della testa il piacere lo prendeva… “Entra così…Entra così…” Gli diceva intanto lei, mentre lui si limitava a respirare forte e a stringerle le tette sempre di più. “Muoviti…Muoviti…Perché mi piace tanto….Uhmm…Tanto…” E il ritmo delle parole di Emma diventava anche il ritmo dei suoi movimenti, e si sentiva sempre più affondare nella sua fica, senza però perdere la sua erezione, che anzi aveva l’impressione potesse aumentare ancora… Poi Emma tentò di cambiare posizione e lui decise di accontentarla. Lei allora lo guidò verso il letto lì accanto e lui vi si sdraiò. Anche Emma lo seguì e lo fece girare di schiena. Poi cominciò a leccargli il collo da dietro e a passargli le dita sulla schiena, lungo la colonna , vertebra per vertebra lo toccava, facendo una leggera pressione. Lui teneva la bocca affondata sul cuscino e sentiva la saliva che gli usciva dalle labbra, ma non vedeva ciò che lei stava facendo. Si accorse però che ad un certo momento Emma aveva preso qualcosa e quindi le chiese: “Cosa fai ora…?” Ed Emma, succhiandogli il lobo  e mettendogli  poi la lingua dentro il buco dell’orecchio, gli rispose: “Qualcosa di bello.” Quindi gli infilò una parte del grosso gambo della strelitzia – questi fiori vengono anche chiamati uccelli del paradiso – nel buco del culo, piano piano, e cominciò a muoverlo, avanti e indietro, piano piano, mentre il culo di lui lo riceveva, e si inarcava, a dimostrare il piacevole uso, come oggetto inusueto, del fiore. 

TRATTO DA: WWW.AFFARITALIANI.IT

 

http://ilblogdimikidelucia.myblog.it TANTI FIORI PER TEultima modifica: 2009-11-28T16:42:38+01:00da michelepositano
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