DAL MIO BLOG http://ilblogdimikidelucia.myblog.it INCHIESTA/ Viaggio nel mondo dell’editoria. Dove il precariato è legge. Altro che Tremonti…

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Chi costruisce i libri? Nella capitale dell’editoria, Milano, non è una domanda oziosa. Soprattutto dopo le dichiarazioni di Tremonti sul posto fisso. La scorsa estate un quotidiano ha pubblicato un ironico dossier sulla professione di editor, ammalata di una patologia chiamata mercato. Un libro deve arrivare in fretta sugli scaffali delle librerie, alla faccia dell’attenzione con cui emendare errori, sviste, riformulazioni necessarie a rendere il plot più fluido e avvincente. Gli editor sono pochi, ma potentemente creativi. Eppure: sono davvero loro la fabbrica silenziosa da cui esce un libro? Senza nulla togliere allo spessore di un lavoro necessariamente raffinato, dietro il cognome famoso di un editor che lavora come alter ego di un altrettanto famoso autore si nasconde uno stuolo di umanisti in outsourcing che curano gli aspetti formali e spesso sostanziali di un romanzo o di un saggio. In loro assenza l’estro dell’editor rimarrebbe pura speculazione. Sono loro la manovalanza, la catena di montaggio di un libro.

Una volta, oltre all’insegnamento, era l’editoria l’approdo naturale di una laurea in lettere o filosofia. Ma oggi non esistono percorsi precisi per accedervi, nonostante numerosi master, in quella che appare ora come una crisi del settore, con conseguente contrazione di personale assunto, ora invece come uno sfruttamento bello e buono di operai intellettuali low cost. Giulia, trentenne, così racconta: “Sono laureata in filosofia e mi sembrava coerente cercare lavoro nell’editoria. La redazione di una rivista mi prese in sostituzione di una maternità, facendomi però aprire la partita iva. Emettevo fattura mensilmente e non arrivavo a mille euro. Dopo 10 mesi è tornata la persona cui ero subentrata e ho trovato un’assunzione presso un’altra rivista, dove son rimasta due anni. Qui la situazione contrattuale era diversa: contratti di 11 mesi, sempre da settembre a luglio in modo da non pagarmi agosto. Zero malattia, zero ferie e sui contributi sospendo il giudizio. Non smisi, ovviamente di guardarmi attorno, finché mi sembrò di aver centrato l’obiettivo. Mi assumono in un magazine del settore auto e motori”.

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Ma come quasi sempre non si dice, non è affatto detto che chi lavora nella carta stampata sia un giornalista o un redattore riconosciuto in quanto tale dall’ufficio del personale: “Ero assunta a tempo indeterminato come custode ! Guadagnavo mille euro al mese. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Qui è stato il clima a rivelarsi spaventoso e mi sono accorta ben presto che il contratto non mi tutelava. Il titolare pretendeva spesso orari di lavoro non previsti. Si comportava come un padre padrone assumendo atteggiamenti apertamente maschilisti nei miei confronti. Si rifiutava di firmarmi i permessi retribuiti dalla legge e pure le ferie, cui in teoria avevo diritto”.

E’ allora che Giulia si ammala: “ Avevo un melanoma. Mi sono sentita fare storie di ogni tipo a causa delle mie assenze. La tensione è cresciuta fino a diventare vero e proprio mobbing. Quando sono guarita, ho fatto causa al mio superiore e l’ho vinta. Ma da allora non ho più avuto un contratto di assunzione. Sono cinque anni che lavoro come freelance correttrice di bozze di libri, su argomenti tecnologici: hi fi e naturalmente ancora le auto. Mi pagano 1 euro lordo a pagina”. Giulia ha le idee chiare sul valore di un filosofo o di un letterato nell’Italia di oggi: “Sottopagati, sottostimati, dequalificati, demansionati”. Il panorama è talmente variegato, misto, polimorfo che non è possibile scovare delle linee guida, dei tracciati per arrivare a quella professione. Ecco perché i criteri di selezione sono stati sostituiti dalla “meccanica del caso” che dal banco di una libreria può portarti alla confezione di un libro. E’ la storia di Stefania, 40 anni: “ Ho iniziato a lavorare in una delle librerie di proprietà del mio editore, un editore di Arte. Ero l’unica laureata e dopo qualche tempo mi hanno trasferita in ufficio, come segretaria di redazione e ricercatrice iconografica. Era il mio campo d’azione: sono laureata in Lettere Moderne con indirizzo in Musicologia, ho fatto un Master di II livello in filologia con indirizzo in Editoria e ho sostenuto alcuni esami sulle varie discipline legate al libro e alla redazione di una pubblicazione, frequentando un Biennio di Specializzazione all’Università di Pavia. E poi, ho studiato violino e musica per 30 anni”.

Stefania è un caso esemplare: di un solo lavoro, se ti occupi di cultura, non vivi. Ci vuole un fisso: “ Sono una collaboratrice occasionale e vengo pagata a prestazione, da sempre. Mi sono dovuta cercare un base sicura, molto modesta, ma certa. Ovvero un tempo indeterminato, i cui vantaggi sono molteplici e direi insostituibili: ferie retribuite, malattia retribuita, maternità, la tredicesima, la quattordicesime, il premio produzione”. Le chiediamo in cosa consista nel concreto la sua collaborazione: “Svolgo tutti i lavori inerenti alla pubblicazione di un libro: editing, indici, correzione di bozze, collazione con l’originale in lingua straniera, controllo dei contenuti, controllo della forma e applicazione dei criteri editoriali, consulenza in ambito filologico, storico, musicale e politico. E’ indispensabile disporre di una cultura generale il più possibile ampia e profonda. Per mettere mano ad un testo, bisogna essere molto istruiti, leggere continuamente. Non è una improvvisazione, ma il risultato di anni di studio”.

Cerchiamo di capire quante sono le persone così impiegate: “In redazione soltanto una piccolissima parte dei lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato: quasi tutto il lavoro è svolto da collaboratori occasionali, coordinati da un redattore interno, o addirittura da studi editoriali esterni. Nel corso degli ultimissimi anni c’è stata una evoluzione, cioè una ulteriore liberalizzazione contrattuale. Le persone interne vincolate da contratti a tempo indeterminato, una volta in pensione, o dopo aver cessato il rapporto di lavoro per vari motivi, non sono state quasi mai sostituite. E se qualcuno ha preso il loro posto, è un collaboratore precario. Naturalmente, dal punto di vista qualitativo, le mansioni sono le stesse. Con stipendi però non paragonabili”.

Perché continui a fare questo lavoro? “ E’ una questione di ‘vita intellettuale’. Il rapporto con la saggistica della Casa editrice per cui lavoro mi fa vivere professionalmente, è di enorme gratificazione e soddisfazione e realizza pienamente anni di studio, di lavoro e di investimento. Ad essere desolante è lo scenario attorno a noi. Stiamo assistendo a un progressivo e tangibile imbarbarimento culturale e sociale, siamo immersi in una miopia di massa sui benefici prodotti dall’investimento nella cultura e nella ricerca; i primi a farne le spese sono i giovani”. Stefania si considera fortunata, ma è anche una combattente: “Non condivido questo pessimismo diffuso, che spesso si risolve in un atteggiamento passivo. E’ andata persa la mentalità dell’investimento, del lavoro umile e sodo. Io sono convinta che le fatica, lo studio e la tenacia verso una meta professionale, a lungo andare gratifichino. Anche se non sempre chi vale veramente viene apprezzato”.

E a volte i talenti non sanno neppure di essere tali, non prima, almeno, di aver spedito un curriculum per divertimento e di aver bypassato in un attimo fatale decine di candidati usciti da Master e scuole di specializzazione. Marco, 35 anni, redattore in una casa editrice milanese dal catalogo molto diversificato: classici della letteratura, saggistica, erotica e storia dell’arte. “ Io lavoro in una casa editrice dal febbraio 2002, ma non sono laureato. A sedici anni il mio sogno era fare il giornalista, a diciannove avrei desiderato lavorare in università, qualche anno dopo operare nell’editoria libraria era certamente la cosa che desideravo di più. Mentre prestavo servizio civile ed ero uno studente a pochi esami dalla laurea in Lettere, inviai il mio curriculum, puoi immaginare quanto corposo, ad alcune case editrici di Milano, quelle di media grandezza per intenderci. La fortuna volle che ci fosse appena stata una delle solite arrabbiature dell’editore con conseguente defenestrazione (reale!) di un paio di redattori, e che quindi ci fosse una notevole necessità di collaboratori esterni. Mi sottoposero ad una prova come correttore di bozze, andò bene, e collaborai con loro fino a giugno, quando frequentai il corso per redattore della Marcos y Marcos. Probabilmente questa fu un’ulteriore prova del mio reale interesse per il lavoro, e mi fu offerto di collaborare internamente dopo un secondo periodo di prova”. Ma l’entusiasmo, richiestissimo per ottenere gli obiettivi di budget, non è un criterio valido in sede contrattuale. Insomma, per dirla con il poeta Giovenale, la virtù è lodata da tutti, ma d’inverno patisce il freddo. E il gelo contrattuale, prima di quello stagionale ed economico, Marco lo tocca subito con mano: “All’inizio, da esterno, si trattava di una collaborazione occasionale con ritenuta d’acconto. Poi sono diventato Co.Co.Co, e infine Collaboratore a Progetto”.

Ed è qui che si apre la questione salariale. Marco non guadagna poco in termini assoluti, ma il suo contratto a progetto non gli garantisce né il trattamento previdenziale completo né vincoli di orario: “All’inizio, prendevo 600 euro al mese per otto ore di lavoro ogni giorno. Anche se non dovevo timbrare, dovevo essere presente quotidianamente. La mia retribuzione è andata aumentando negli anni ma non in proporzione con quella con quella degli altri collaboratori, gli assunti, per intenderci. Attualmente percepisco 1400 euro come collaboratore a progetto per 12 mensilità. Lavoro circa 9 ore, 9 ore e mezza al giorno in ufficio. Capita però non di rado che mi porti a casa il lavoro la sera e nei fine settimana. Di recente, mi sono sentito spaventosamente sfruttato perché ho cercato delle ulteriori collaborazioni, un po’ per arrotondare e un po’ per acquisire nuove competenze. Un editore di enigmistica mi avrebbe dato una rivista di 96 pagine ogni settimana. Peccato che il compenso fosse di un euro a pagina, e la lettura di una pagina mi richiedesse un’ora. La condizione del correttore di bozze, in questo settore, è scandalosa: una pagina vale qualcosa come 60 centesimi. Una lettura seria comporta almeno dieci-quindici minuti”. Chiediamo a Marco se ci viveva, del suo lavoro, prima del contratto a progetto: “Fintanto che abitavo in una casa ad affitto bloccato, fuori Milano, sì. Mi sono dovuto trasferire in città e a quel punto, be’, dovremmo cominciare un lungo discorso sui costi degli appartamenti, lo sfruttamento e gli affamatori di popolo…Ero con altri tre coinquilini e ho tagliato tutto. Mangiavo, lavoravo, dormivo. Niente cinema, teatro, stadio, uscite con gli amici. Niente di niente. E’ sana una società che non permette di vivere una vita dignitosa dopo anni di studio?”.

Poniamo a Marco la stessa domanda fatta ad Isabella, se è possibile ricostruire una evoluzione storica negli ultimi anni di editoria, almeno per quanto ha l’opportunità di vedere un giovane redattore di Milano ( che è la patria dell’editoria, nel nostro Paese): “Dunque, la mia è una casa editrice a conduzione familiare composta da un collaboratore settantenne, arrivato quando di anni ne aveva 50, una caporedattrice di 38 anni e…me. Il clima è molto cambiato rispetto all’inizio degli anni duemila. La cosa più importante di un libro è certo che venda, ma anche che costi poco. Quindi lo si produce fisicamente all’estero, e ci si lavora redazionalmente sempre meno, e con sempre minori competenze, purtroppo”.

Ma la tirannia del mercato ( si sa, l’Italia è un Paese dove si legge pochissimo ) non è l’unica questione aperta, e parecchio scottante anche. Il cuore del problema è che ogni anno l’Università laurea migliaia di dottori in lettere, troppi, e da decenni, rispetto alle reali possibilità di impiego. La parola a Marco. “C’è un’offerta abnorme di laureati e la domanda fa il bello e il cattivo tempo. Sì, c’è una marea di persone che, in teoria, ha un percorso di studi compatibile con questo lavoro. Voglio però essere sincero. Non sempre i giovani laureati che ho incontrato, che mi hanno affiancato sul lavoro, sono eccessivamente preparati, e francamente non troppo disponibili a un lavoro che richiede molta precisione e attenzione. Comunque, una volta di più, è il sistema a non funzionare: a che serve avere un numero di laureati in discipline umanistiche spropositato rispetto alla necessità?

Ormai, la tendenza è questa, lavorare a tariffe sempre più basse e con sempre meno continuità. Di conseguenza, anche la qualità è decisamente inferiore. Le caratteristiche richieste al collaboratore, e quindi i must dell’editore, sono la velocità e il basso costo. Da noi, adesso, si dice che siamo in crisi, che è un momentaccio e che non si vende una copia. Ecco, è questo senso di provvisorietà a darmi disagio. Non ultimo perché lamentare una situazione difficile è una tattica per tenere buono il collaboratore, fargli capire che deve essere contento e soddisfatto del poco che ha”. Fintanto, almeno, che quel poco gli è sufficiente per campare. Ma fino a quando?

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DAL MIO BLOG http://ilblogdimikidelucia.myblog.it INCHIESTA/ Viaggio nel mondo dell’editoria. Dove il precariato è legge. Altro che Tremonti…ultima modifica: 2009-10-22T17:20:44+02:00da michelepositano
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