Lo studente morto per caso che nessuno ricorda più

Una pallottola 7.62, sparata da una mitraglietta di fabbricazione sovietica. Venerdì 9 marzo 1979, una giornata senza sole, attorno al­le 13.40, una pallottola, una sola, trapassò il braccio destro e il tora­ce di Emanuele Iurilli, perforando­gli il polmone e sfiorandogli il cuo­re. Torino, via Millio, periferia ope­raia di Borgo San Paolo, un rettan­golo stipato di palazzi con 40 mila abitanti. Emanuele avrebbe com­piuto 19 anni in maggio, quel gior­no stava rientrando per pranzo dal Settimo Istituto Tecnico Aeronauti­co dove studiava e a una decina di metri dal portone di casa finì ca­sualmente in un’imboscata tesa ai poliziotti da Prima Linea. Pochi ri­cordano ancora questa vittima in­nocente del terrorismo, la madre di Emanuele è morta un paio d’an­ni fa e suo padre poco dopo. La me­moria rimane appesa alle parole del suo miglior amico, il cugino Mi­chelangelo, con cui Emanuele pas­sava i pomeriggi a costruire model­lini di auto e di aerei: «La nostra passione» (la camera di Emanuele era zeppa di piccoli Jumbo, F 104, G 91). Perché spesso i caduti per caso, conclusi i funerali di Stato, ri­mangono in una foto tessera con didascalia e senza storia. Si dimen­tica, eccome.

La fine di Emanuele cominciò una settimana prima, ma nessuno poteva immaginarlo, perché Ema­nuele era uno studente come tanti («migliore degli altri», dice oggi suo cugino), figlio di Alfredo, un operaio della Fiat emigrato al Nord come carrozziere nel dopoguerra da Spinazzola, Bari, e di Elvira Al­masso, insegnante elementare, pie­montese delle Langhe, dove da bambina aveva visto da vicino la Resistenza. Forse per questo aveva consigliato a suo figlio di leggere Fenoglio e Il partigiano Johnny è ri­masto il libro preferito di Emanue­le, il romanzo su cui avrebbe volu­to fare una relazione (oggi si dice tesina) per la maturità. In quei gior­ni di fuoco, Prima Linea deve (de­ve?) vendicare due «compagni» uc­cisi dalla polizia in via Veronese, al­tra periferia, non troppo lontana. Il commando decide che l’agguato avverrà in una bottiglieria, di fian­co al palazzo in cui vivono famiglie modeste, come in tutto il quartie­re, famiglie che non c’entrano nien­te e pensano solo a lavorare in fab­brica e a tirar su i figli.

I terroristi sono sette, arrivano su una 131 verde, su una 124 fami­liare e forse su una Volkswagen. Al­cuni di loro entrano nel bar (si tro­veranno poi un paio di vassoi di pa­sticcini abbandonati sul cofano di una vettura, per strada) e minaccia­no un paio di ostaggi, altri riman­gono in auto. All’arrivo dei poliziot­ti, chiamati al telefono per un falso ritrovamento di macchine rubate, si apre il fuoco, saltano vetrine e rimbalzano colpi sulla strada. L’ap­puntato Gaetano D’Angiullo viene ferito alle gambe. È proprio in quel momento che Emanuele gira l’an­golo, avanza da dietro una Fulvia in sosta per raggiungere casa sua, come ogni giorno, stringendo in una mano la sua cartella di plastica nera piena di quaderni e libri (tra cui Il partigiano Johnny ). Deve aver sentito la voce di qualcuno che gli urla di gettarsi per terra, de­ve aver tentato di fare un balzo in avanti per rifugiarsi tra due auto, ma nel volo viene colpito da una sola pallottola e precipita sulla stra­da. Mamma Elvira si affaccia al bal­cone per capire che cos’è quel fra­stuono, giusto in tempo per vede­re suo figlio accasciato: «Quante volte — ricorda ora Michelangelo — mia zia ha raccontato quegli atti­mi: non sapeva dire se aveva fatto le scale o aveva preso l’ascensore, ma in un attimo raggiunse Ema­nuele, salì con lui sull’ambulanza e lo accompagnò senza speranze alle Molinette». Quattro anni dopo, il 28 settembre ’83, durante la rico­struzione di quell’omicidio nell’au­la speciale delle Vallette, la madre di Emanuele aveva già i capelli bianchi e singhiozzava nel rievoca­re la sua tragedia, mentre i terrori­sti dietro le sbarre leggevano i gior­nali spalle alla corte e chiacchiera­vano con i parenti. Solo Marco Do­nat Cattin — raccontano le crona­che giudiziarie — si alzò di scatto coprendosi il volto con una mano, forse per un tardivo moto di com­passione. «Emanuele — dice il suo cugino preferito — avrebbe voluto diventare ingegnere aeronautico, sognava di volare».

Paolo Di Stefano
22 settembre 2009

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