Donne lapidate, dita e nasi mozzati… Noi dovremmo lasciare l’Afghanistan?

 

Noi dovremmo lasciare l’Afghanistan?

Afghanistan attentato

Eccoci ancora una volta a tentare di dare una risposta alla domanda fatalmente ineludibile: dobbiamo restare o dobbiamo andarcene? Dobbiamo dare seguito agli impegni presi o possiamo smarcarci citando mutate condizioni politiche o strategiche? L’Italia non ha un passato propriamente dignitoso in materia di coerenza e lealtà alle alleanze sottoscritte: siamo passati disinvoltamente dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa a Prima Guerra Mondiale già iniziata, abbiamo abbandonato il Patto d’Acciaio e ci siamo schierato con gli Anglo-Americani nel ’43, un ennesimo cambio di strategia estera non sarebbe certo più biasimevole degli eventi storici citati, tuttavia la risposta alla domanda che oggi tutti gli italiani si fanno non potrà mai soddisfare tutta l’opinione pubblica.

Molto ha a che vedere con risvolti etici più che politici, primo tra tutti la volontà di dotare l’Afghanistan degli strumenti necessari a fondare una democrazia che liberi il paese dal giogo di una teocrazia cupa e brutale. Se siamo capaci di affermare che lapidare le donne, che mozzare dita e nasi a chi vota, che amputare mani e gambe a chi si macchia di reati risibili non siano cose che ci riguardano, allora dobbiamo andarcene subito. Se abbiamo il coraggio di dire che la difesa dei diritti umani non è una battaglia universale ma da condurre tutt’al più nel giardino di casa e chi se ne frega se in un luogo lontano alla gente viene mozzata la testa perché la pensa diversamente, allora dobbiamo andarcene immediatamente.

Ma la politica non si fa con l’etica. Senza scomodare Machiavelli capiamo che le scelte di politica estera di una Nazione possono prescindere da nobili considerazioni morali. E la verità da considerare pragmaticamente è che oggi l’Afghanistan resta il cuore di un meccanismo del terrore rapidamente riciclatosi in una multinazionale del crimine che fornisce il 93% dell’eroina in circolazione sul pianeta. Allora se l’etica non è ragione sufficiente per restare, occorre quantomeno capire se il sacrificio dei nostri ragazzi in uniforme può servire ad allontanare dalle nostre strade l’eroina a buon mercato e se serve a stroncare il terrorismo che da ormai quasi dieci anni fa vivere il mondo nella paura.

Come combattere il terrorismo e il traffico di oppio (la maggiore fonte di finanziamento di Talebani e terroristi) è decisione complessa, dovendo trovare il difficile compromesso tra il condurre una guerra asimmetrica contro i “Talenarcos” e salvaguardare la vita dei nostri militari. L’alternativa? Andarcene e far finta di niente, lasciare che il prezzo dell’eroina nelle nostre strade continui a diminuire e lasciare che il governo dell’Afghanistan riprecipiti nelle mani dei Talebani. Più onesto è invece elaborare una strategia graduale di rientro che non vanifichi quanto fatto fin qua. Non è solo un problema di corazzature, di elicotteri o di calibri di mortaio, è un problema soprattutto di presidio del territorio e di intelligence.

Il General Mac Chrystal (comandante della missione alleata) chiede 40 mila uomini in più, in pratica raddoppiando il contingente USA e applicando lo schema che il Generale Petraeus ha portato al successo in Iraq, ma gli attentati suicidi restano un fenomeno che può essere contrastato solo da una adeguata opera di intelligence coordinata con le forze e le risorse del posto. Occorre implementare il contributo delle forze di sicurezza e la polizia locali, obiettivo raggiungibile proprio grazie all’addestramento fornito dagli Italiani, che attraverso i Carabinieri si occupano della formazione degli specialisti della sicurezza interna.

Paradossalmente occorre aumentare lo sforzo militare per garantirci una exit strategy quanto più veloce. Prima passeremo la mano a forze afghane adeguatamente addestrate e prima potremo “afganizzare” il conflitto e rientrare, senza sensi di colpa per una missione lasciata incompiuta.  Ma le strategie o le tattiche militari non possono essere disgiunte da un intervento economico e strutturale che strappi il paese dalla monocultura dell’oppio, principale industria del paese. Solo sottraendo ai “Talenarcos” la loro principale fonte di sostentamento finanziario si potrà erodere il consenso di cui godono presso le comunità rurali. Alcuni segnali che occorre “cavalcare” ci sono: la produzione di oppio è stata talmente ingente da farne precipitare il prezzo e da rendere la coltivazione del papavero poco redditizia, motivo che ha spinto molti produttori a convertirsi alla coltivazione di grano e cereali, un trend che occorre incentivare. Oggi è il momento peggiore per prendere decisioni, complice l’ondata emotiva che comprensibilmente scuote il paese, ma proprio oggi, come dice l’ex ministro della Difesa Parisi, è il momento in cui occorre farlo. Occorre certamente sfuggire alla retorica, ma la migliore forma di rispetto che possiamo esprimere verso i nostri giovani caduti è proprio fare in modo che il loro sacrificio non sia stato inutile e portare a compimento la loro missione.

Arduino Paniccia
Globalist
www.arduinopaniccia.net

Donne lapidate, dita e nasi mozzati… Noi dovremmo lasciare l’Afghanistan?ultima modifica: 2009-09-19T09:48:04+02:00da michelepositano
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