La storia e la vita dei sei militari uccisi a Kabul

La storia e la vita dei sei militari uccisi a Kabul

Giandomenico Pistonami, la ragazza lo aspettava per le nozze

dal nostro inviato Mihele Concina
LUBRIANO (Viterbo) – E’ cresciuto in un paradiso, per andare a morire in un inferno, a 26 anni. Giandomenico Pistonami, caporal maggiore della Folgore, uno dei sei caduti di ieri in Afghanistan, veniva da questo paese che pare una cartolina. L’Umbria a trecento metri, mille abitanti che si conoscono tutti dalla nascita, un panorama da togliere il fiato su Civita di Bagnoregio, sulla rupe e sui calanchi, colline profumate di funghi e terra smossa.
Giandomenico se n’era andato a diciott’anni, per il servizio militare. Una vita che gli era piaciuta: aveva firmato come volontario, poi era passato al reggimento di paracadutisti stanziato a Siena. Aveva anche tentato la carriera da sottufficiale, ma alla selezione per la Scuola marescialli non era passato. Due anni fa aveva già accettato una missione pericolosa, in Libano. Quella in Afghanistan era cominciata a maggio, nei giorni del suo compleanno; e non è finita più.
Il paese, adesso, si pigia tutto -taciturno, a braccia conserte- nel portico della casa in aperta campagna dove vivono Franco e Annarita Pistonami. Un muretto di tufo nudo, tegole, un vialetto. Dettagli ben fatti, incastri precisi, la mano di chi se ne intende: Franco è operaio in una piccola azienda edile, Annarita si occupa del loro pezzetto di terra, vigne e olivi giovani. Se ne stanno in un angolo, rigidi, quasi catatonici, accolgono cortesi ma assenti i mormorii di condoglianza. Sanno che fra qualche giorno resteranno soli, per sempre: Giandomenico era il loro unico figlio.
A consolarli meglio di tutti è una ragazza magra, con gli occhi azzurri e un caschetto di capelli neri. Abbraccia Annarita più che può, la sostiene, cerca di fare anche un po’ la padrona di casa. Si chiama Zueca, da quattro anni erano per lei i sorrisi migliori di quel soldato che -dicono tutti- sprigionava allegria. Alla prima licenza dovevano stabilire definitivamente la data delle nozze; nel 2011, pensavano. A tenerla in piedi, almeno per ora, è una fede profonda. A Lubriano è tradizione che i giovani del paese si occupino per un anno, volontariamente, della manutenzione del santuario della Madonna del Poggio. Zueca ha mantenuto l’incombenza per tre anni.
I paesani hanno poca voglia di parlare. Solo una donna, uscendo, pronuncia un breve elogio funebre: «Giandomenico era un angelo, Dio lo protegga».

 

 

Roberto Valente, aveva ottenuto da pochi giorni il trasferimento in Campania

di Gigi Di Fiore

NAPOLI (18 settembre) – Aveva sorriso e scherzato con gli amici di sempre. Aveva dato a tutti appuntamento per gli inizi di novembre, quando sarebbe dovuto tornare da Kabul. Contento perché, dopo undici anni, era riuscito ad ottenere il trasferimento in una sede militare nella sua regione, la Campania. Vicino casa. In un giorno, la gioia si è trasformata in tragedia.

Roberto Valente tornerà a Napoli in una bara avvolta dal tricolore. Morto, insieme con cinque suoi commilitoni, nell’agguato talebano in Afghanistan. La giovane moglie, Stefania Giannattasio, continua a ripetere stordita di essere fiera del suo Roberto. Del suo paracadutista di poche parole, che aveva scelto molto presto la vita militare. Aveva vent’anni, Roberto Valente, quando decise di arruolarsi. In tasca un diploma dell’istituto tecnico, il desiderio di guadagnare anche dopo aver perso il padre. Roberto divenne soldato per professione, in quella brigata «Garibaldi» a Caserta sempre tra le prime nelle missioni di pace all’estero. Con la «Garibaldi» partecipò alla missione «Riace» contro la criminalità organizzata in Calabria, poi in Albania con le forze multinazionali. Tre anni di prime esperienze tra il 1994 e il 1997. A Napoli, il suo quartiere era Fuorigrotta, la sua casa in quella via Consalvo che sale verso via Manzoni e arriva al Vomero.

«Era un ragazzo buono, che aveva fatto tanti sacrifici», dicono gli amici che aveva salutato appena tre giorni fa. Aveva voluto una cena, con quelli che conosceva da sempre in una pizzeria del quartiere. Dopo 15 giorni di licenza a casa, sarebbe tornato a Kabul. Stefania, che aveva conosciuto tempo fa, non gli faceva pesare la distanza. Ogni missione era preoccupata, ma sapeva che lui lo faceva per assicurare un futuro migliore al loro figlio, per guadagnare di più. Da lontano, Roberto si sforzava di rasserenare i familiari. «Ci sentiamo appena arrivo, state tranquilli che tornerò; io devo tornare», aveva detto alla partenza da Napoli salutando la moglie e la mamma.

Massimiliano Randino, era tornato in anticipo per la sua prima missione

di Fulvio Scarlata

NOCERA SUPERIORE (Salerno) (18 settembre) – Non doveva essere a Kabul, Massimiliano Randino. Tornato a Nocera Superiore per una licenza da dodici giorni, aveva fissato il rientro in Afghanistan domenica prossima. Poi l’improvviso cambio di programma: mercoledì scorso zaino pronto e via in aereo. Neanche il tempo di atterrare, ieri, e il trentaduenne era subito pronto per la prima, sospirata, missione in prima linea. «È morto da eroe, è morto da eroe servendo la Patria» ripete ora inconsolabile sua madre Anna D’Amato.

Poco dopo mezzogiorno un telefono con chiamata satellitare proveniente dall’altra parte del mondo è squillato in via Pucciano. «Mamma, c’è stato un attentato, ma non sono coinvolta». Maria, 24 anni, parà della Folgore proprio come Massimiliano, amica e dirimpettaia nell’Agro, non era per nulla spaventata. A Kabul da luglio sapeva che il commilitone caporale maggiore al cui matrimonio aveva partecipato quattro anni fa, era lontano, al sicuro in Italia.

E quel corpo straziato è rimasto a lungo senza identità preciso. «M. R. nato a Pagani» prima informazione, poi consultazioni a Cava de’ Tirreni dove i Randino hanno vissuto fino al 1992, infine Nocera Superiore. È toccato al sindaco Gaetano Montalbano contattare la famiglia. E quando il telefono è squillato in casa Trotta è sceso il gelo. Mario, 63 anni, ex imbianchino, Anna 58 anni, ex impiegata all’Ericson, Vincenzo, 77 anni, padre della moglie di Massimiliano, si sono sentiti morire. La forza di chiamare l’altro figlio, Roberto, 21 anni, al corso per diventare vigile del fuoco. Ancora un telefono che squilla, ma a Sesto Fiorentino, nella città dove il parà si era trasferito nel 2005 con un urlo: «Voglio morire» della moglie Pasqualina, originaria di Angri, un matrimonio senza figli forse come scelta per il tipo di vita di Massimiliano.

Matteo Mureddu: mamma, è l’ultima missione, poi mi sposo

di Umberto Aime

ORISTANO (18 settembre) – Matteo Mureddu, a maggio, emozionato, con un filo di voce, aveva confidato alla madre: «Stai tranquilla, questa è la mia ultima missione in Afghanistan. Eppoi, tutti insieme, pensiamo al matrimonio. Con Alessandra, abbiamo deciso la data: il 13 giugno».

Alle 12.40, ora di Kabul, tutti i sogni sono stati spazzati via. Quelli del parà Matteo Mureddu, 26 anni, compiuti il 7 agosto, della madre Greca, del padre Augusto e anche di Alessandra Fiori, la fidanzata del caporalmaggiore della Folgore. Sogni dilaniati, fatti a pezzi dall’autobomba esplosa in mezzo ai due gipponi “Lince” sulla strada per l’aeroporto. Molto lontano, troppo, dalla casa in fondo alla strada intitolata a Papa Giovanni, ultima via di Solarussa, paese della provincia di Oristano, duemila abitanti e sulle guide turistiche conosciuta per una Vernaccia che profuma di ginepro. Qui è nato Matteo Mureddu, in una villetta tirata su dal padre allevatore, con il soldi del latte e della lana del suo piccolo gregge. Ma anche con gli ingaggi all’estero dei due figli militari di carriera nella Folgore, Stefano, il primogenito, e Matteo, l’ultimo nato.

«I miei due gioielli», ha detto in cucina la madre al comandante generale dell’Esercito, Sandro Santroni, che ieri si è presentato con la tremenda notizia. «Uno dei miei gioielli mi è stato strappato via dal grembo in un paese straniero», ha aggiunto prima di accasciarsi tra le braccia di Grazia, la secondogenita. Il resto di una maledetta giornata è andata avanti tra le lacrime, con il padre che dice: «Perché quella in Afghanistan la chiamano ancora missione di pace?». Amarezza e dolore, insieme. Con due figli soldati, nella casa di Solarussa la paura non è rimasta mai fuori dalle mura. Stefano, 38 anni, anche lui paracadutista della Folgore, e Matteo erano spesso in missione all’estero.

La vittima era già stato nei Balcani, nel 2005, e due anni dopo in Libano. Ma dopo l’Afghanistan, il rientro era previsto a ottobre, il paracadutista voleva pensare soltanto al matrimonio. A sposare Alessandra Fiori, 30 anni, nata in un paese vicino ma conosciuta a Siena, dove i due avevano messo su casa.

Davide Ricchiuto, il sogno: dare la vita per la patria

di Gabriele Rosafio

LECCE (18 settembre) – «Il mio sogno è quello di morire per la Patria». Parole gravi, confidate a qualche amico, forse dette con un pizzico di scaramanzia per esorcizzare i pericoli dei giorni vissuti in missione. Parole che accompagneranno per sempre Davide Ricchiuto, il caporal maggiore di 27 anni morto in Afghanistan. Era partito da Tiggiano, piccolo paese del Salento di tremila anime, per bisogno di lavoro, ma quello che aveva trovato nell’Esercito gli piaceva: prima il servizio di leva e poi in ferma permanente presso il 186esimo Reggimento Paracadutisti della Folgore, di stanza a Siena, con alle spalle altre due missioni delicate: Kosovo e Libano. Davide Ricchiuto era autista, era giunto in Afghanistan il 6 maggio scorso e da allora non era più tornato in Italia.

L’ultima volta che Ricchiuto aveva visto la sua famiglia a Tiggiano era stata la scorsa Pasqua. I familiari lo attendevano a casa anche per fine agosto, ma poiché a Kabul si era verificata una carenza di autisti nell’Esercito la licenza non gli era stata più accordata. Gli amici dicono di lui che «è morto da eroe». La morte del militare è giunta in casa Ricchiuto, in via Genova, poco prima delle 14 con una telefonata. Poco dopo il generale Carmelo Cutropia, comandante della Scuola di Cavalleria di Lecce, e il cappellano militare hanno raggiunto la famiglia per incontrare la madre e la sorella del caporal maggiore. Il padre stava rincasando dalla vicina Casarano dove lavora come operaio edile, quando ha scorto le auto dell’Esercito. Gli è bastato poco per avere anch’egli la conferma che uno dei morti di Kabul era proprio il figlio. Corre verso casa ma sulla soglia si accascia per un malore

Subito dopo è stato il sindaco di Tiggiano, Ippazio Antonio Morciano, a portare le sue condoglianze, poco dopo tutto il paese. «E’ morto da eroe», dicono gli amici con i quali Daniele Ricchiuto era in contatto via e-mail o attraverso i gruppi dei social network, uno spazio di incontro che è diventato un luogo della memoria e del rimpianto.

Antonio Fortunato, il papà: avevo paura per lui

di Sandro Vacchi

SIENA (18 settembre) – La processione verso la palazzina di Badesse l’apre uno sconosciuto che porta un gran mazzo di fiori bianchi a Gianna, una vedova di 32 anni. Il suo bambino, Martin, di anni ne ha sei e ha cominciato la scuola l’altroieri. Non ce l’ha accompagnato il babbo, però: lui, Antonio Fortunato, accompagnava dei soldati, era il tenente che li comandava, a diecimila chilometri dal borghetto toscano dove rivedeva qualcosa del paese natio, Lagonegro, tanto più a Sud, nell’Appennino lucano.

Il tenente, lo chiamavano tutti, commilitoni e vicini di casa che ora spendono le parole più struggenti per lui. Arriva Valentino Bruno, qui in via Togliatti. E’ il sindaco di sinistra di Monteriggioni, capoluogo di Badesse, che rende omaggio all’uomo della Folgore e ricorda come grazie all’appoggio dei militari il Comune avesse recuperato un terreno abbandonato al confine col territorio di Siena. Arrivano le dolenti mogli di ufficiali, sottufficiali e soldati della caserma ”Bandini” e tentano di consolare Gianna Passeri, ormai priva di lacrime. Sale nell’appartamento un assessore regionale, poi una psicologa. «E’ successa una brutta cosa al tuo papà» sussurra a Martin, e lo accarezza. Si trattiene due ore in casa, ore lunghissime. Poi dalla Basilicata arrivano i genitori del tenente. Straziato il papà Domenico: «Eravamo terrorizzati ogni volta che partiva». L’altro figlio Alessandro lo abbraccio: «Ma era la sua ragione di vita».
«Era un angelo, sempre pronto ad aiutare tutti qui nel condominio. Bravo, davvero bravo. E anche Matteo», aggiunge piangendo l’anziana signora Rosa, ricordando il ”suo” tenente e il giovane sardo Mureddu che viveva qui a pochi metri. Anche lui ammazzato a Kabul. «Prima della missione il tenente mi aveva confidato che stavolta non aveva voglia di partire.» Che se lo sentisse? O, più semplicemente, non gli andava di lasciare soli i suoi cari per tanto tempo, ancora una volta.

Al bar ”Bomber”, proprio sotto la palazzina di mattoni a vista, ricordano benissimo quel soldato tutto d’un pezzo ma cordiale, quando passeggiava con il suo bambino e scendeva a prendergli un gelato. Mesi fa, perché il tenente Fortunato era in Afghanistan da maggio e sarebbe dovuto rientrare in Italia in novembre, dal suo bimbo e da Gianna, insegnante precaria in un istituto tecnico di Siena. Avvicinarsi è impossibile. Carabinieri e soldati della Folgore, e non solo del 186° reggimento, formano un cordone di protezione attorno alla casa del loro ufficiale. Tenente Antonio Fortunato. ”Presente!” rispondono in silenzio. Il frastuono delle esplosioni ce l’hanno dentro.

                       Michele de lucia

La storia e la vita dei sei militari uccisi a Kabulultima modifica: 2009-09-18T17:08:07+02:00da michelepositano
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