Sessoscritto bis/ La pompa di benzina

La piccola stazione di servizio che possedeva in città non era stata una sua idea di impresa. Quando era ancora un ragazzo e aveva preso la decisione di specializzare i suoi studi di economia in America i suoi genitori morirono e lui – figlio unico – ereditò quell’attività. Per un breve periodo ti tempo, tra il dolore e la burocrazia, aveva anche cercato di pensare che sarebbe partito lo stesso, che avrebbe venduto la pompa di benzina e avrebbe studiato all’estero così come aveva deciso quando i suoi genitori erano vivi e le cose procedevano per il loro verso. Ma poi la pigrizia e una certa malevolenza verso la sorte, che si era insinuata in lui, come un piccolo veleno, giorno per giorno, gli avevano fatto abbandonare i progetti, lo avevano portato a recarsi tutti  i giorni alla stazione di servizio; ad occuparsi della gestione amministrativa e poi anche a indossare la tuta da benzinaio e ad infilare la pompa nei serbatoi. La sua mente si era così adeguata ad un orizzonte meno vasto e meno profondo. Si era accorto che nel tempo le sue mani da studente erano diventate più dure e screpolate e il suo sorriso si era ridotto ad una ruga orizzontale. Si doveva svegliare molto presto la mattina, per andare a lavorare, e questo non gli piaceva, specialmente durante la stagione invernale. 

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Il freddo lo rendeva pessimista e anche la sua capacità di provare curiosità verso la gente andava diminuendo. Aveva cominciato a notare più le automobili che le persone; i modelli – che diventavano sempre più tondi e sviluppati in altezza – che chi li conduceva. Parlava poco con gli automobilisti che gli chiedevano la benzina, pagavano e andavano presto via. Il più delle volte, infatti, era una scocciatura anche per loro fermarsi a fare il pieno: non solo perché spendevano denaro ma anche perché sprecavano tempo. Aveva però cominciato a notare quella cliente che sempre più di frequente si fermava da lui – la mattina molto presto, quando aveva aperto proprio da pochissimo  – perché arrivava con un’aria serena. Tirava leggermente giù il finestrino della macchina – non scendeva mai – prendeva il portafoglio dalla borsa che teneva appoggiata sul sedile accanto a sé e pagava, con il tempo necessario a compiere queste operazioni; con la voce che non rivelava nessuna punta di irritazione, con un leggero profumo che sembrava provenire tutto dalla sua pelle e anche dal sorriso che a lui pareva lei gli rivolgesse. Non era un sorriso molto evidente, per la verità, e forse lei non aveva neppure l’intenzione di rivolgergli un’attenzione particolare, una gentilezza personale. Era casomai quel tempo che ci metteva – non troppo, il giusto – a compiere le sue azioni, che sembrava disegnare intorno a lei un alone di speciale cortesia e di piacere.

E fu questo che lo attrasse. Cominciò così a fare caso prima alla sua piccola macchina azzurra e poi proprio a lei, che dentro sedeva, e che lui iniziò a guardare ogni volta con più attenzione. Notò così non solo quel suo leggero e gradevole profumo, ma meglio anche il suo viso – non molto truccato, ma con un rossetto rosso che faceva brillare le sue labbra dischiuse. Notò la linea del suo collo fino all’apertura dei vestiti, sotto il cappotto che lei in macchina teneva sempre slacciato.  E poi la piega che gli abiti disegnavano sopra le sue cosce, che dal finestrino, da dove lui poteva solo sbirciare, gli sembravano ben tornite, piene di carne. Così come anche la linea del suo punto vita faceva immaginare: lei non era magra, e lui ne era contento. Con il passare dei giorni, dopo che ebbe modo di apprezzare il corpo di lei attraverso i suoi brevi e veloci sguardi, lui si accorse che aveva anche cominciato ad aspettare che lei tornasse. Gli piaceva proprio quella sensazione di attesa e quel fremito che un pochino lo coglieva quando poi la macchina di lei girava verso la sua stazione di servizio, si fermava vicino alla pompa e lui poteva finalmente guardarla. Una mattina decise così che avrebbe perso con lei un po’ di tempo. Poiché era molto presto, come sempre, non c’erano altri clienti in attesa e lui sperò che lei non si infastidisse del fatto che lui era un po’ più lento nel servirla, nel darle il resto, nello scambiare le piccole frasi di circostanza. Lei non sembrò irritata, ma anzi a lui parve che indugiasse a sua volta. Fu proprio questa sensazione che lo indusse, la volta successiva, a parlarle di qualcosa che fosse oltre la benzina stessa.

“Come sta oggi?” Le chiese semplicemente; eppure fu per lui un atto di tale eccezione che egli stesso se ne meravigliò. Lei lo guardò per alcuni secondi di troppo – a lui sembrò – prima di rispondergli in modo altrettanto semplice. “ Bene. Grazie per la sua domanda. E lei?”. E lui, che si era aspettato una risposta ma non si era aspettato un inizio di conversazione, si trovò invece a parlarle di nuovo a sua volta; si accorse di articolare proprio delle frasi più lunghe, in cui le chiedeva se lei stesse andando a lavoro, se si alzava sempre così presto e addirittura se avesse già fatto colazione o se gradisse invece prendere un caffè con lui… Fu ancora più sorpreso – sebbene lo avesse sperato – quando lei gli rispose che avrebbe parcheggiato la macchina lì, nella sua stazione di servizio, e avrebbe con piacere preso con lui un caffè al bar lì accanto. Bar che, tra l’altro, aveva aggiunto lei, offriva anche delle brioches così buone che valeva proprio la pena non lasciarle nei loro vassoi… Lui pensò che lei era golosa – ecco perché aveva i fianchi carnosi e le tette grandi sotto il vestito. E il fatto che a lei piacesse mangiare gli sembrò proprio una bella cosa. Lei scese quindi dalla macchina e gli mostrò che non era molto alta ma che muoveva il suo corpo con grazia, anche se, proprio come lui  aveva ben intuito, aveva un generoso strato di pelle e un po’ di grasso sopra i muscoli, che pur sembravano allenati a  sostenere bene e senza impaccio le sue gambe, le sue braccia, e il suo sedere, che lui vide morbido e eccitante sotto la stoffa del vestito… che lasciava immaginare anche tutte le altre forme.

Lui pensò subito che in quel sedere grande avrebbe voluto passare entrambe le mani e sentirlo nudo e caldo sotto la pelle ruvida dei suoi palmi, da un po’ di tempo privi del contatto di un sedere generoso di una donna. Glielo guardò perciò abbastanza a lungo ma sperò che lei non si accorgesse del suo cazzo che, sotto la tuta spessa con la quale lavorava, era diventato tutto duro. Quando lei tornò, qualche mattina dopo, lui ormai conosceva anche il suo nome: si chiamava Rebecca. Le propose nuovamente di fare colazione insieme e lei nuovamente accettò. Questa volta la loro confidenza era maggiore e lui fu meno timoroso di ricevere un rifiuto e meno sorpreso di vederla parcheggiare e scendere dall’automobile per andare insieme con lui al bar lì vicino. Non fu però meno eccitato nel guardarle ancora il sedere e le tette sotto i suoi vestiti e si trovò a desiderare nuovamente e ancora con più forza di sentire la pelle di lei sotto le mani e di poter accarezzare tutto quel morbido calore che era sicuro lei custodisse. Il desiderio che provava era anzi così intenso e costante che cominciò a sperare che anche Rebecca lo provasse e che non trovasse lui poco attraente, così infagottato, per esempio, in quel vestito da lavoro, o pieno degli odori sgradevoli della benzina e delle automobili. Però lei non sembrava mostrare disagio per la sua vicinanza e quando lui le domandò se le avrebbe fatto piacere incontrarlo, una sera, a cena, soprattutto per avere più tempo da dividere insieme, lei nuovamente accettò, con un sorriso che sembrava pieno di certezze e che per lui fu come una positiva promessa per tutti i suoi desideri. Si incontrarono così due giorni dopo. E andarono a mangiare carne alla brace in una trattoria della città, che durante la settimana era frequentata ma non affollata. Il gestore gli offrì un tavolo in un angolo dove non c’era troppo rumore e dove riuscirono a parlare di loro stessi. Lui fu anche tentato di raccontare a Rebecca quali erano state le sue ambizioni di un tempo, ma poi decise che non voleva ancora dividere con lei i suoi pensieri più intimi o le sue delusioni. Voleva invece soprattutto godere del benessere della vicinanza del corpo che lei gli offriva e indugiare a lungo, con lo sguardo, nel punto dove le tette di Rebecca formavano un solco profondo: ecco, lì avrebbe voluto far scorrere il suo dito, almeno due o tre volte, avanti e indietro, e poi prendere una tetta a piena mano, arrivare al capezzolo e stringerglielo tra il pollice e l’indice, sentirlo  turgido sotto la pressione forte delle sue dita. Lui pensava che forse Rebecca si era accorta del suo sguardo insistente – aveva notato che ogni tanto cambiava posizione, di fronte a lui.

Però non gli sembrava che lei ne fosse dispiaciuta. Gli sembrava anzi che quel suo continuo muoversi fosse un ulteriore invito, come se lei volesse farsi guardare meglio, e da differenti punti di vista. Infatti riusciva a mostrare, ogni volta, un pochino di più di ciò che delle tette l’abito nascondeva. Il suo scollo non era esagerato ma i leggeri movimenti di Rebecca facevano muovere la stoffa quel tanto che bastava affinché lui potesse notare un altro pezzetto di tetta tonda. Quando la loro cena fu finita e insieme si recarono verso la macchina che questa volta era di lui e che perciò lui guidava, si accorse che non aveva per niente voglia di salutarla ma che provava un prepotente desiderio di toccarla. Naturalmente si rendeva conto che la velocità del suo approccio lo esponeva al rischio di un rifiuto e anche a quello di un veloce consumo  di un rapporto fisico o di una relazione che avrebbe potuto avere, forse, invece, degli sviluppi… Ma fu un pensiero che egli gestì frettolosamente e che velocemente liquidò, poiché era troppo prepotente in lui la voglia di passare le mani, e la lingua, sul corpo di Rebecca e di strusciare il suo cazzo contro la pelle abbondante, morbida e accogliente della sua pancia. Così, poco dopo essersi seduto in macchina, accanto a lei, le rivolse un sorriso molto ampio, che per qualche attimo distrusse la ruga che gli impediva di sorridere così più spesso, e avvicinò il viso e le labbra a quelle di lei. Rebecca non si dimostrò dispiaciuta dall’invito palese che la bocca di lui le offriva e avvicinò a sua volta le labbra rosse, vermiglie, a quelle di lui, lasciando che il bacio la prendesse, racchiudesse tutta la sua bocca in un gioco di lingue e di saliva, che sapeva di caffè, di dolce appena mangiato e anche di qualcosa di più amaro che sembrava arrivare da altrove. Lei allungò anche le braccia e le mani verso la nuca di lui e gli accarezzo i capelli corti alla base del collo, come volesse sciogliere qualcosa di teso e di nervoso che lui aveva lì, sebbene lui percepisse la carezza di Rebecca soprattutto come un’ondata di piacere che gli faceva venire i brividi sulla pelle: i peli gli si drizzavano e anche il cazzo, dentro le mutande e sotto i pantaloni.

Tanto lo sentiva duro, ora, il suo cazzo, e tanto gli piaceva che una donna di nuovo lo facesse sentire così pieno di desiderio e di voglia di infilarlo ancora dentro una fica umida e soprattutto morbida, che lui provò qualcosa che riconobbe molto simile alla felicità. Decise allora che avrebbe continuato ad agire: voleva stare bene ancora e lo voleva subito. Fece scorrere quindi la sua mano verso l’orlo del vestito di Rebecca ed entrò con le dita sotto la stoffa, dove sentì che finivano le calze di lei. Ne percorse l’intero orlo e Rebecca gemette piano come a sottolineare che la leggera carezza di lui le piaceva, le piaceva tanto…
“ Vieni con me.” Disse allora lui, con decisione e con cortesia. E lei gli rispose con un ampio sorriso, ma offrendogli una piccola alternativa:
“ No: vieni tu da me…” Lui allora  ripeté la strada che aveva fatto all’andata per andarla a prendere e si diresse verso la casa di lei. Parcheggiò sotto il suo portone e scesero insieme dall’automobile. Percorsero il tragitto verso l’appartamento di Rebecca quasi in silenzio, ma a lui sembrava che non ci fosse nessun imbarazzo tra loro, poiché i sorrisi che si scambiavano erano amichevoli e anche sinceri: dimostravano benessere, la sensazione sulla quale lui si andava concentrando. Inoltre sentiva con soddisfazione di non aver ancora perso la sua erezione: anzi, ora che erano entrati in casa, che si erano tolti le giacche e i cappotti e che lui la seguiva, nella penombra e senza formalità, verso la camera da letto, il suo cazzo diventava ancora più turgido e pronto. Così lui subito la abbracciò e cominciò con le mani a sollevarle il vestito e a toccare con leggera forza quel sedere che aveva tanto guardato. Poi con le dita si avvicinava, proprio da dietro, alla fessura della fica di Rebecca: prima la trovò un po’ piccola, e chiusa, ma poi, man mano che le sue dita vi indugiavano e che la sua lingua, nella bocca di lei, apriva i baci facendoli diventare sempre più grandi, anche la fica di Rebecca  diventava più bagnata. Lei aveva allargato leggermente le gambe, lì, in piedi, e lui con la mano ora gli aveva un poco dischiuso la fica e la sentiva sempre più pronta a mischiare il suo umore con quello che sarebbe gocciolato dal suo cazzo: quanto voleva metterglielo dentro…!

Allora le sfilò il vestito, mentre lei fece un leggero movimento con i piedi e si tolse le scarpe. Anche lui se le levò, e poi il maglione, i pantaloni… Sganciò a lei il reggiseno, mentre Rebecca stessa si sfilava le calze. Infine la fece girare di schiena e le prese da dietro, con le mani, i grossi seni… Glieli palpeggiava tutti, mentre con la bocca strusciava sul collo di lei, e poi glielo leccava, e Rebecca faceva piano “ Oohhh…” e gli offriva il suo corpo, senza fare nulla, senza opporsi e senza distrarlo con carezze a sua volta. Quindi lui la fece appoggiare con i gomiti sul letto e si chinò a sfilarle, da dietro, le mutandine. Restò per un po’ chinato dietro di lei, e con entrambe le mani le carezzò il sedere, soprattutto sotto, dove c’era l’attaccatura con le cosce, guardandolo tutto, da lì, e con la guance strusciandoglisi contro, così grande e sodo come lei lo aveva… Poi le fece piegare il busto intero sul letto in modo che vi si appoggiasse, e la guardò così, con il sedere in alto e tutto proteso verso di lui, e con la fica aperta, che anche in penombra lui vedeva bene e che mai voleva smettere di guardare. Anzi, sempre lì  chinato, dietro di lei, le fece aprire ancora un po’ di più le gambe, proprio per osservarla in tutte le sue parti: i peli e le aperture… Per goderne anche con gli occhi di quella sua fica così morbida e bagnata, dove lui ora passava le dita: con quelle di una mano la apriva ancora un poco, e la teneva così aperta ed esposta, mentre quelle dell’altra ce le faceva scorrere sopra avanti e indietro e mentre lei, ora più forte, con la voce, faceva: “Mmhhmm” e anche “Oohh” perché si stava bagnando proprio tanto a quelle sue carezze continue, in su e in giù con le dita, che gliela strusciavano tutta e gliela tenevano aperta… Lui qualche volta ci soffiava anche sopra, e allora vedeva che la fica di lei si apriva e si chiudeva e sentiva che i gemiti di lei sembravano chiaramente dire che il piacere che provava era forte e irresistibile, quasi… La guardava dilatarsi, vedeva il leggero e trasparente e profumato umore che le usciva dalla fica…

Respirava quei momenti di piacere… E non doveva neppure tenerla ferma, obbligare Rebecca a restare lì, con la fica tutta nuda ed esposta per lui. Se la faceva tenere aperta e se la faceva toccare tutta; stava lì, con il sedere alto, tutto nudo e proteso verso di lui, non scappava. Quasi non si muoveva neppure, pur godendo di quelle carezze. Neppure quando lui cominciò a  muovere le sue dita sempre più velocemente, si mosse. Fu lui invece ad alzarsi in piedi, tenendo però ancora una mano sulla fica di lei: questa volta ce la teneva tutta intera, il palmo e le dita,  toccandogliela interamente, dai peli fino all’apertura. Fece girare Rebecca verso di sé e poi la fece sdraiare sul letto. Con l’altra mano si prese quindi il cazzo e lo infilò tutto, grosso e duro come sentì di averlo, con decisione e forza, subito, dentro la fica di lei: era già così grande e pronta a prenderlo, pensava. Cominciò perciò a muoversi, subito, avanti e indietro, su di lei, con forza, mentre il suo cazzo entrava e un poco usciva dalla fica di lei ad ogni movimento. Con una mano si appoggiava sul letto e con l’altra le teneva forte una tetta mentre intanto le diceva:   “ Come mi piaci, Rebecca; come mi piaci!” Le dava con i fianchi colpi sempre più forti e più veloci e con il cazzo le entrava sempre più dentro.

La sua mano, sulla tetta di Rebecca, era come un artiglio, che la stringeva forte. Lui sentiva un grande piacere lungo tutto il cazzo e i reni e la gola. Un piacere, gli sembrava, che ad un certo punto divenne così grande e non sembrò tornare più indietro. Venne quindi dentro di lei con un orgasmo che gli sembrò proprio lungo e poi restò un poco adagiato sul corpo di Rebecca, che era morbido. Lei intanto restava sotto di lui, distesa, e lui la sentiva respirare in modo sempre più regolare. Alzando la testa,  con un gesto leggero, le carezzò la fronte prima e i capelli poi. Rebecca non sorrideva ma aveva le guance calde e il suo viso, anche nella penombra, sembrava avere un’espressione serena. Lui lasciò quindi che lei lo scansasse, quando si accorse che aveva bisogno di alzarsi: pensò infatti che Rebecca desiderasse andare in bagno. Restò invece leggermente sorpreso quando, da un’altra stanza, si sentì chiamare dalla voce chiara di lei: “Vieni!”. E lui, muovendosi nudo per il buio di quelle stanze, andò. La trovò vicino ad una finestra. Se ne stava lì in piedi e con una mano teneva aperta una tenda. Lui si avvicinò e accolse l’invito che lei gli faceva. “Guarda!”. Gli disse Rebecca. E lui guardò. Si accorse allora che dalla finestra di lei si poteva vedere – non troppo lontano –  il bar, dove qualche volta avevano fatto colazione insieme, e anche la sua stazione di servizio; la pompa della benzina. Soprattutto riuscì a vedere bene il grande incendio che lì si era chissà come sprigionato e che ora avvolgeva e distruggeva tutto, con fiamme gialle e alte.

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Sessoscritto bis/ La pompa di benzinaultima modifica: 2009-07-28T11:44:08+02:00da michelepositano
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