A L’Aquila la svolta di Obama… La vittoria della realpolitik di Silvio

Molte precedenti edizioni del Summit hanno ben meritato slogan “la montagna ha partorito il topolino”. Molte (troppe) volte abbiamo assistito a documenti conclusivi che poco o nulla hanno contribuito alla soluzione di almeno alcuni dei grandi problemi che affliggono il pianeta: l’inquinamento non è diminuito, l’acqua è rimasta una risorsa non a tutti accessibile, la fame continua a mietere vittime tra i diseredati.

La mancanza di concretezza ha finito per fornire munizioni ai movimenti che in maniera più o meno violenta contestano questa grande kermesse politico/economica. Addirittura se chiediamo quali siano stati i risultati del Summit di Genova del 2001, tutti ricorderanno i gravi disordini ma probabilmente pochi saranno in grado di descrivere cosa sia stato deciso in quella sede per migliorare le sorti dell’umanità.

Il Summit dell’Aquila corre magari lo stesso rischio, probabilmente tra qualche anno tutti ricorderanno le immagini di Obama tra le rovine ma potrebbe esserci la possibilità che, oltre le belle foto, poco valga la pena di ricordare in materia di indirizzi e regole che le nazioni devono auto-imporsi per rendere più vivibile il pianeta per tutti.

Eppure siamo convinti che il Summit abruzzese del 2009 partorirà qualcosa di più di un avvilente topolino. Anzitutto questo è un vertice che arriva nel momento di massima crisi economica planetaria, ergo oggi i potenti della terra non possono come al solito affrontare con poca determinazione problematiche che oggi li toccano con particolare virulenza. Oggi occorre trovare soluzioni ed adottare regole effettive e rapide per fermare una Caporetto economica che può ancora trascinare al disastro non solo le nazioni più povere ma anche quelle più ricche. Oggi nessuno è esente dalla crisi, il che costituisce motivazione più che valida per forzare il G8 e poi il G14 a elaborare strategie serie e efficaci per fronteggiarla, il problema è anche loro.

In secondo luogo, passando dai temi più strettamente economici a quelli di politica internazionale, occorre riconoscere che, grazie al nuovo Presidente americano, si respira all’Aquila un’aria decisamente diversa rispetto ad almeno 8 precedenti edizioni. Il leader della più forte superpotenza è un uomo giovane, ottimista, che ha impresso alla politica estera americana una svolta epocale, un nuovo trend che ridisegna l’immagine dell’America sul palcoscenico internazionale spiazzando molti dei suoi tradizionali nemici.

Non sappiamo se sul lungo termine le aperture di Obama avranno successo con gli avversari più coriacei (Nord Corea, Iran o l’Islam radicale) ma gli inizi fanno sperare bene: il ritiro americano dall’Iraq e la mano tesa ad Ahmadinejad hanno quasi portato al collasso il regime degli Ayatollah, privati di colpo del nemico esterno di comodo. All’Aquila è proseguito anche il dialogo iniziato con inaspettato successo a Mosca con il Presidente russo Dmitri Medvedev.


Il vertice dei Grandi in immagini

Insomma, al di là delle immagini ad effetto, i contenuti ci sono e soprattutto c’è una grande ed inconsueta buona volontà sia parte dei grandi che da parte dei paesi emergenti, anche se fisiologicamente alcuni degli obiettivi sono stati inesorabilmente mancati. L’improvvisa quanto inusuale partenza del leader cinese Hu Jintao (ufficialmente causa i disordini in patria) è un segnale che va bene interpretato: la Cina, ancora fuori dal G8, non intende attenersi a quanto deciso in un club del quale non fa parte. Il trattato sulla riduzione dell’80% dei gas serra non la vincola, lo sviluppo del paese viene prima dell’ambiente. È evidente che il gigante cinese non può e non deve restare fuori dalla porta nel momento delle decisioni, è piuttosto bizzarro che il paese che è il più grosso creditore degli USA non faccia parte del gruppetto selezionato di leader che decidono politiche economiche globali.

Analoga la posizione dell’India, che in sostanza rivendica il diritto di non porsi limitazioni in materia di inquinamento che potrebbero frustrare la propria crescita industriale. Cina e India sono due “pesi massimi”, molto più di due paesi emergenti, sono già economie dominanti dalle quali non si può prescindere quando si progettano strategie globali. A parte la defaiance relativa al controllo delle emissioni, in generale quanto abbiamo visto all’Aquila è la conferma di un dato per altro già acclarato: i Summit, anche quelli conclusisi con provvedimenti poco concreti o poco implementati, restano a tutt’oggi un meccanismo di aggiustamento e “taratura” molto più efficiente di altre organizzazioni, la cui indispensabilità è francamente ancora tutta da dimostrare, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale.

Alla conclusione dei lavori dell’Aquila nel carniere ci sono la partnership globale per le tecnologie pulite, l’intesa sull’economia con il rilancio dei negoziati di Doha, l’impegno verso i paesi più poveri,  il sostegno alle politiche di inclusione sociale, la riabilitazione dei settori bancari, la ripresa del credito su una base più sana, le scelte di politica comune circa il rapporto con l’Iran e circa la proliferazione delle armi nucleari. Non si tratta come sappiamo di leggi, ma di indirizzi, suggerimenti, inviti non vincolanti, ma il clima di collaborazione respirato all’Aquila ci autorizza a pensare che buona parte di queste ricette verranno seguite, laddove altre organizzazioni hanno fino ad oggi fallito. In conclusione la stretta di mano tra Ghaddafi e Obama ha confermato quanto da noi scritto proprio su queste colonne dal summit esce vincente la linea della realpolitik italiana che non poco ha inoltre contribuito  al dibattito disteso ed efficace sul disarmo tra Usa e Federazione Russa.

 

Obama
La stretta di mano tra Obama e Gheddafi
A L’Aquila la svolta di Obama… La vittoria della realpolitik di Silvioultima modifica: 2009-07-10T17:16:13+02:00da michelepositano
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