Società/ Compro perché sto meglio. Sempre più donne drogate di shopping

 

 

 

Sono soprattutto donne, intorno alla trentina, con redditi annui tra 15mila e i 30mila euro. Tra loro c’è la signora che ha comprato per tre volte di seguito lo stesso paio di costosissime scarpe Prada. Ogni volta, presa dal senso di colpa, le buttava via: ma poi correva a riacquistarle.

Oppure c’è l’impiegato che ha chiesto in banca un finanziamento da 40mila euro per potersi permettere le migliori griffe dell’abbigliamento sportivo. Sono due casi tra i tanti di “compulsive shoppers” che gli psicologi incontrano sempre più di frequente. Consumatori fuori controllo, vittime di un impulso che li porta a spendere anche più di quanto guadagnano, fino a rovinarsi. Fino a correre da uno psicoterapeuta per chiedere aiuto: “Non riesco a fermarmi”. Affaritaliani ha indagato per capire di più una malattia della società moderna e consumistica, che colpisce la fascia di età tra i 28-30 anni. Un convegno che si è svolto a Rimini ha presentato i risultati (parziali) di un’indagine nazionale condotta dall’università di Bologna, da quella di Genova e dal San Raffaele di Milano. Un risultato è certo, lo shopping compulsivo è una nuova forma di dipendenza senza uso di sostanze, così come gioco d’azzardo o gli “ossessionati” di Internet e del sesso on line.

“Le compratrici compulsive puntano soprattutto sull’abbigliamento, vestiti, scarpe e borse – spiega ad Affari Roberta Bilocati, psicologa e ricercatrice dell’Università di Bologna che si è occupata dell’indagine nazionale. Sono spesso giovani di ceto medio sui 28-30 anni, dedicano allo shopping – generi alimentari esclusi – in media tre ore e mezzo alla settimana.

Si può definire una malattia?

“E’ una sindrome ed è una patologia perché crea problemi, una sofferenza particolare per la persona. E determina grossi danni a livello di relazioni familiari. Ma non esiste una persona che abbia solo problemi legati allo shopping”.

 

In che senso?

“Chi è colpito dallo shopping compulsivo ha già determinate caratteristiche. Esistono poche forme pure perché non è una malattia come la varicella, ma deriva sempre da altri problemi. Le vittime possono essere persone che hanno problemi a controllare gli impulsi. Così come può essere legata alla bulimia. Come ci si abbuffa di cibo, ci si abbuffa di shopping, si compra in modo incontrollato. Oppure sono soggetti cleptomani, sono pieni di soldi ma vanno a rubare nei negozi. E’ difficile trovare la patologia da sola. Nella maggior parte dei casi è legata alla depressione”.

 

O persone che hanno carenze affettive…

“Certo, la società ci spinge al consumo, ma non tutti diventiamo acquirenti compulsivi. C’è sempre un collegamento con altri patologie. Persone vulnerabili, con problemi di relazione con l’altro sesso, bassa autostima e altre carenze. Con lo shopping trovano la risoluzione ai problemi per un certo periodo. Attraverso l’acquisto si compensa una mancanza”.

 

E’ vero che colpisce soprattutto le donne?

“Verissimo, anche se gli uomini sono in aumento. Siamo partiti, in studi stranieri, con un rapporto 9 a uno. Nove donne, un uomo, oggi siamo già a 8-2”. 

 

Donne di un certo ceto sociale? Quel è l’identikit della vittima?

“Dalla nostra indagine abbiamo capito che non c’è una differenza significativa legata al ceto sociale e alla fascia di reddito. Anzi sembra che le fasce più basse, tra i 15 e i 30 mila euro all’anno, siano quelle centrali. Sono le fasce meno abbienti che diventano più compulsive nello shopping”.

 

Quali sono i segnali che indicano che stiamo soggetti a rischio?

“C’è una immediata sofferenza dell’individuo che si rende conto di aver perso il controllo. Si accorge razionalmente che nell’armadio ha vestiti non ha mai indossato, che ha 300 magliette e gliene servirebbero molte meno. C’è una sorta di consapevolezza che il comportamento è fuori controllo. O banalmente inizia un indebitamento, si va in rosso, ci sono debiti, si litiga con il marito. C’è quindi sempre un feedback negativo da parte degli altri”.

 

Una malattia in sintonia con la società?

“Certo, è questo il motivo per cui è tardiva la consapevolezza dell’individuo. Perché è una patologia incoraggiata, vista piacevolmente, letta nei romanzi che fanno ridere come “I love shopping”. Purtroppo non è presa sul serio. A livello sociale non viene ancora legittimata. Ma noi stiamo cercando di farla conoscere, senza allarmismi. Tutti a volte compriamo senza potercelo permette, questo è normale, non per tutti è una patologia, ma per chi soffre ci sono delle conseguenze sulla vita di tutti i giorni davvero negative”

 

Per esempio?

“La persona “malata” non riesce a tornare a casa dall’ufficio senza aver comprato qualcosa. Diventa un pensiero fisso, ossessionante. Il comportamento domina il pensiero. ‘Devo comprare assolutamente quella maglia non posso farne a meno’”.

 

C’è poi un senso di colpa post acquisto?

“C’è molta vergogna per non essere riusciti a controllarsi, e anche un senso di colpa. C’è un ego distonico, cioè la persona non va d’accorso con il sé. Perché ha speso troppo, perché si rende conto che è irrazionale. Chi soffre di questa patologia on va fuori di testa, c’è sempre una parte di razionalità che rimane. Ma non si riesce a fermarsi. I pazienti sottolineano molto questo aspetto: non sono riuscito a fermarmi”.

 

Che cosa comprano? E rimangono soddisfatte dopo l’acquisto?

“E’ abbastanza irrilevante che cosa si compra. Ci sono persone che seguono un marchio, chi le offerte, chi alcuni stilisti, o la tecnologia, l’arredamento per la casa. Ma non è l’oggetto in sé, che perde subito la sua importanza non appena comprato. E’ proprio l’attività che diventa la dipendenza, l’attenzione della commessa, l’eccitazione che c’è nell’acquisto. Quindi è tutto slegato da ciò che si compra. L’oggetto funziona, ma subito dopo non funziona più. Ed è per questo che si torna subito a comprare”.

 

Che cosa le dicono le persone che si rivolgono a lei? Perché lo fanno?

“Mi dicono che si sentono tristi, devono riempire il vuoto, lo utilizzano per regolare l’umore. Per darsi un’identità. Ci sono persone che hanno una cosi bassa autostima che credono che comprando quella borsa, mettendo quel tailleur o comprando quelle creme potranno avere un’immagine migliore”.

 

Quindi altamente insicure?

“Certo, la scarsa fiducia spinge all’acquisto. E’ come una maschera, il vestito dà un’immagine diversa, migliore. E’ una illusione agli occhi propri e degli altri”

 

A chi ci si rivolge quando si capisce che sta diventando una malattia?
“Siamo molto indietro in Italia. Bisogna andare dagli psicoterapeuti, c’è la Siipac di Bolzano. Negli Stati Uniti sono molto avanti, già dagli anni 80, con gruppi diffusi sul territorio. Il gruppo, il confronto, è molto utile per curare lo shopping compulsivo”. 

 

affaritaliani

Società/ Compro perché sto meglio. Sempre più donne drogate di shoppingultima modifica: 2009-05-26T07:30:31+02:00da michelepositano
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