Sessoscritto/ Gioiosa, la figlia del reggimento

Maestro, maestro, mi mette le dita nel buco”, stonò eccitata la viola d’amore piacevolmente vittima delle lubriche manipolazioni del proprio rapace suonatore. Il direttore d’orchestra, che nella sua foga sculettante aveva infilzato il reggiseno della prima violinista che ora sventolava vittorioso in cima alla bacchetta, fermò l’ansimare dell’orchestra. Gli ultimi ad udire furono i sospiri dell’oboe ancora impegnato ad inserirsi nella bocca sganasciata della tromba. Bisogna pur dire perché un trasparente reggiseno nero con coppe rinforzate stante il piattume, invero musicale, della musicista ballonzolasse trionfante sopra le teste degli orchestrali. Assistiamo infatti alla prova generale de: “Gioiosa, la figlia del reggimento”, opera giovanile di un onanistico Donizzetti Gaetano che per la stessa si era ispirato al pornomadrigale: “Carica reggimento, ci sono le amazzoni da sfondare”. Trovandoci quindi ad una prova, l’abbigliamento degli orchestrali è più accattivatamente svaccato per cui possiamo apprezzare tanga bagnaticci della nota marca “Tirami giù” proprio di fronte ad arrapate mutande del tipo “Ce l’ho su”. Molti reggiseni della ditta “Slacciami” avevano poi eseguito l’invito mettendo in bella vista colline a forma di pera, di ananas, di avocado, di mela con relativo picciuolo rigido. Ciò suscitava sbrodolanti appetiti tra i suonatori maschi che, facendo cadere giù la predetta mutanda “Ce l’ho su”, mettevano sull’attenti cetrioli, carote, zamponi e banane. Tali alimenti a loro volta stimolavano aperture oblunghe, circolari, cavernose, larghe, strette, immense, a volte purtroppo irregolarmente storte, ma nella quasi totalità comunque sbavatamente umidificate.

 

Per dirla in una parola: erano praticamente tutti nudi come maiali. Per questo il direttore d’orchestra non si stupì se una mano sfregugliava dentro una viola d’amore. Anzi, si meravigliava non fosse un piffero a solleticarne il ritmo. E proprio ai pifferi diede il là. Erano dodici e davanti a loro undici chitarre. Partirono in tromba -present’arm, mirare – ed in otto centrarono al primo colpo il buco. Uno invece si sfracellò ignominiosamente (era miope?) contro un tagliente leggìo. Un altro restò impigliato tra le corde ed anziché in grida di vittoria diede in dolorosi gemiti per l’ingloriosa riuscita dell’assalto. Un terzo non riusciva ad ingrossare le note e se anche raggiunse il buco della chitarra fece una ben miserevole figura afflosciandosi in un lamentevole: “Non ce la faccio”. La propria suonatrice aveva un bel da fare a lavorare di bocca, a leccarne golosamente l’ugello, ad accarezzarne solleticante l’asta. Si scoprì poi che la chitarra svaccatamente aperta davanti a lui era un avvizzito esemplare di duecento anni già usato ed abusato per stimolare castrati e voci bianche ancheggianti di fronte a sbavanti cardinali e segaligni abati che ritmavano l’ansimare di quei canti scollacciatamente a cappella. Abbiamo però dimenticato il dodicesimo piffero. Mancando una chitarra non trovò di meglio che mettersi dentro un trombone. Il barrito di quest’ultimo testimoniò un duetto di reciproca soddisfazione.

Più in là mani sapienti pizzicavano l’arpa. Andavano su e giù lungo le corde. Queste divenivano dure come l’acciaio. Sembravano modulare un ascendente ‘ancora’ ed un discendente ‘continua’, mentre le dita esperte accarezzavano ora piano, poi più forte, stingevano e tendevano imponendo un andamento sussultante che si accordava con i dubbi rumoreggiamenti latrineschi della gran cassa. A lato della partitura vi era una notazione dell’autore, giovanilmente arrapato, che recitava: ‘con foga e con impeto’. Il direttore, allupanato, gridò: “Carica!” ed eco che sulla gran cassa si abbatterono perforanti colpi che parevano sfondarla. E dai uno, dai due, tre, otto, venti, venticinque. Quelle due mazze che contemporaneamente l’impalavano la portarono al diapason con un appagato boato di liberatoria scarica post evacuationem. Entrarono allora i violini. Per la verità furono gli archetti che si insinuarono nelle fessure delle viole. Fu tutto un trillio d’usignoli, uno stridio di pássere, un mugolio di martin pescatori, uno sfrigolio di farfalline ansimanti in un sudaticcio crescendo pecoreccio. Su, su. “ Più su”, incitava il direttore. Poi giù, più giù. “A raggiungere il fondo”. Su e giù, giù e su. A fondo. In fondo. “Il sospiro della viola!” miagolavano le tube titillate in sottofondo.

 

“Ah, i loro gemiti quando sussultano al tocco di così sapienti strumenti”. E di fatto gli archetti dei violini erano al meglio della loro prestazione. Gli uni entravano quant’erano lunghi. Altri appena si limitavano a solleticare. Alcuni erano assatanati e parevano spaccare quelle fessure, due o tre le carezzavano umidamente prima di portare la sfracellante stoccata finale: quella che apriva oscenamente le fenditure delle viole mentre in apoteosi si allargava ormai tutta aperta e larga la scena. Qui va riferito che a tale vista panoramica tutti gli strumentisti maschi all’unisono parvero rizzarsi in un trionfante alzabandiera di cotechini, zucchini, salami e cetrioli che a più non posso schizzavano in alto gli umori appiccicosi delle proprie note accompagnate da sventolii di mutande svolazzanti nonché dai colpi d’anca del direttore d’orchestra che, invero per l’età, dava ben miserevole prova del suo appassito strumento non più coadiuvato da un irrobustente sospensorio. Al proscenio era comparsa Sorella Gioiosa. Trasparenti i veli a far risaltare rossa la giarrettiera allacciata alle calze a rete. Seni al vento enfiati dal prossimo allargarsi nel do del suo petto. Intorno a lei, proiettili in canna, l’intero reggimento con pistoloni e pistolini in mano. “Oh Dio, la infilzano!” intonò allupanato un coro di vergini estatiche davanti alle spade che si avvicinavano là dove Venere riposa sul suo monte. Zac! E la mutanda cadde. Fu allora che la voce assatanata, andante con foga come da partitura, intonò lubricamente ubriaca: “Osteria numero nove, paraponzi ponzi pà, i soldati fan le prove, paraponzi ponzi pà”, poi più maliziosamente sensuale: “fan le prove contro il muro per vedere chi l’ha più duro, paraponzi pà, paraponzi pà”.


Sessoscritto/ Gioiosa, la figlia del reggimentoultima modifica: 2009-04-02T08:55:02+02:00da michelepositano
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