Sessoscritto bis/ A letto con la vicina di casa….

La vedeva soltanto il sabato e la domenica, entrare o uscire dal balcone di fronte. Aveva la sua bella vestaglia rosa e i suoi bei capelli chiari tirati su, in maniera improvvisata, in uno chignon che Brigitte Bardot a suo tempo aveva lanciato come moda, facendolo passare per un’ acconciatura scelta a caso. A volte poggiava la mano sul collo, per tenere stretta la vestaglia e impedire all’aria fresca di raffreddarla. Dal balcone prendeva qualcosa di banale –  uno straccio, o la frutta che teneva nelle cassette – oppure innaffiava due piantine che da lontano, da dove guardava lui, sembravano essere gerani…ma forse non lo erano. Eppure lui era abbastanza vicino da poter notare che, anche con i capelli spettinati e la vestaglia, la sua figura era attraente: era bello lo stacco slanciato delle sue gambe – nude, lì sotto – e belli gli occhi scuri, grandi, che da sotto i capelli si posavano sugli oggetti intorno…

Lo sapeva anche lei che qualcuno la guardava, durante il fine settimana, tutte le volte che usciva sul balcone? Se vi rimaneva un po’ più a lungo, quando c’era il sole, si toglieva uno zoccolo e giocava con le dita del piede scalzo sulla ringhiera. E quella pelle – che sembrava così morbida, da lontano – strusciava leggermente sul ferro verniciato di bianco, mentre lo sguardo di lei vagava verso uno strano e lontano orizzonte. Lui vedeva anche il suo ginocchio, appena appoggiato contro la ringhiera, e l’ombra della coscia. Immaginava la carne che proseguiva lungo la gamba, su, fino alla fica, che in quei momenti lei doveva avere chiusa e lontana dal desiderio, immobile e priva di pulsioni, asciutta e silenziosa. Chissà se anche la sua fica aspettava  che qualcosa accadesse, proprio come sembrava attendere lei, quando indugiava un poco al sole, strusciando il piede e accarezzando la ringhiera. Oppure chissà se aveva un appuntamento e quell’attesa era solo un dolce riposo, prima che una mano o un cazzo la schiudesse, ne aprisse le labbra, piano o con forza , per accarezzarla dentro e fuori, per farla bagnare di umore umido e trasparente. Lui la guadava ma non sapeva indovinare i suoi desideri o i suoi pensieri. Vedeva solo la vestaglia rosa, i capelli, gli occhi scuri e la carne che usciva dalla lunga stoffa: i gesti di lei e la sua pelle lo portavano a provare un grande desiderio. Cosa faceva lei invece quando restava dentro casa e lui non poteva vederla? Cosa faceva durante tutti gli altri giorni della settimana quando lui non riusciva mai a incontrarla?

Aveva cercato di capire in quale appartamento del palazzo di fronte lei abitasse, proprio per poterla conoscere, parlarle. Non era stato difficile trovare il numero civico della sua casa e neppure scoprire il suo nome dal citofono. Perciò aveva saputo che lei si chiamava Irena. Quel nome aveva permesso ai suoi pensieri di renderla più vicina: quando la immaginava poteva sentirla meno impalpabile, più concretamente raggiungibile, sebbene non gli avesse ancora permesso di incontrarla davvero. Lui la mattina usciva presto per andare a lavorare – faceva un mestiere piuttosto banale, si occupava di amministrazione e lavorava in un ufficio; ma l’ufficio era lontano e ci metteva tanto tempo per raggiungerlo. Durante la settimana quindi non aveva molte occasioni da dedicare alle sue ricerche. Infine la sera le finestre di lei erano spesso buie, anche quando lui restava a casa a guardare la televisione. Così decise che le avrebbe parlato proprio durante un sabato o una domenica, quando lei sarebbe uscita nuovamente in balcone.
E infatti quello stesso sabato vide Irena aprire la portafinestra ed andare, con un piccolo vaso in mano, verso i suoi gerani, per innaffiarli. Lasciò che lei compisse quel breve atto semplice e poi  direttamente la chiamò: “Irena!”. Lei alzò subito la testa, mostrando il suo bel volto stupito, con la bocca leggermente aperta. Lui immaginò subito di poter toccare quelle labbra dischiuse, per poi con un dito entrarle leggermente in bocca, dentro l’umido calore di quella sua prima apertura, disponibile per i baci… Sembravano così morbide quelle labbra da lontano.
 Irena non rispose a parole ma cominciò a guardare intorno, poi verso il basso, alla ricerca di qualcuno che conoscesse e che potesse averla chiamata. “Irena!”, Ripeté allora lui, più forte, per attirare la sua attenzione, sapendo di non avere altro modo per essere riconoscibile.

Lei continuava a muovere la testa di qua e di là. Si sporse anche un poco dalla ringhiera e addirittura cercò di guardare verso l’alto, mentre la sua vestaglia rosa si apriva un poco e il suo seno, piccolo, contenuto, ma probabilmente sodo, si mostrava: un seno nudo e libero alla luce di quel sole ancora fresco. Intanto la vestaglia si era decisamente aperta sul davanti e le sue gambe erano quasi tutte scoperte. Ma Irena aveva le mutande, perciò lui non poté scorgere la peluria della sua fica, ma solo guardare quelle cosce e pensare di volerle tanto…Desiderava stringerle tra le mani, senza curarsi di farle male, tenerle molto forte tra le dita e i palmi, senza curarsi di farle qualche livido, qualche segno… “Irena!”. Disse ancora lui, a voce ancora più alta, e stavolta lei notò che, in piedi, nel piccolo balcone di fronte, qualcuno restava ad osservarla. Tenne perciò il suo sguardo fisso e rispose solo: “Si?”
“Sono io che ti sto chiamando.”
“Ma… ti conosco?”
“Beh no, non credo” Ammise lui. Allora Irena scosse prima il capo e poi lo abbassò, come a voler dire che dunque non c’era nessuna ragione per rimanere lì, a conversare. Ma lui, che era vestito in modo piuttosto banale – aveva un paio di jeans e un maglione blu – e che raramente veniva notato per il suo aspetto esteriore, decisamente non voleva che lei andasse via, ora che le aveva finalmente parlato.
“Però…” urlò ancora, anche se non gli veniva in mente qualcosa di originale da dirle per farla restare lì. “Il mio nome lo sanno tutti.” Gli urlò allora lei, di rimando, e lo salvò, con quell’affermazione. Lui infatti si mise a ridere forte mentre Irena  continuava ad urlargli: ” Perché ridi ? Perché  ridi ? ”. Allora lui, stringendo fortemente con le mani la ringhiera – forse per avere coraggio o forse perché finalmente il coraggio lo aveva davvero  – le disse: “Vieni: mi presenterò a te.”
“Mi vesto.” Disse lei.
“Ti aspetto sotto.” La salutò lui: e questo fu il loro primo appuntamento.

Il giorno dopo lui era molto contento. Si svegliò sapendo che era nuovamente una giornata di sole, sapendo che era domenica; che non doveva lavorare; che aveva conosciuto Irena; che aveva il suo numero di telefono, e soprattutto sapendo che sarebbe andato da lei per il pranzo proprio di lì a poco. Il loro precedente incontro si era poi svolto in maniera piuttosto semplice. Erano andati al bar lì vicino a prendere un caffé – lui aveva mantenuto un sorriso costante per tutto il tempo e Irena gli aveva chiesto spesso cos’era che lo rendeva così divertito: forse lei gli appariva buffa? Lui non glielo aveva detto –  non lo aveva ammesso – ma in un certo senso era proprio così: l’aveva sempre vista in alto, in rosa, in una nuvola di luce e di capelli…Ora lei era lì, vicina, in pantaloni neri e scarpe nere con il tacco…Era giovane, aveva un profumo che sapeva di spezie… e lui paradossalmente la rivoleva in rosa e in alto: sul balcone, nell’aria, verso il cielo… Arrivò a pranzo da lei dopo essersi fatto una lunga doccia e forse aveva i capelli ancora umidi poiché lei gli chiese se non avesse un poco freddo: in realtà non si era portato neppure una giacca, ma aveva fatto solo due passi per raggiungerla a casa! “Si, ho freddo.” Gli rispose, però, e lei sorridendo gli preparò un bicchiere di vino.

Gli versò un rosso caldo e forte, che sapeva di frutti di bosco, che gli scese in bocca e gli si fermò sul petto, espandendosi e riempiendolo non solo in senso verticale – dalla bocca allo stomaco – ma anche in senso orizzontale,  come se invece di averlo bevuto lo avesse preso direttamente nelle vene ed ora gli scorresse dentro, un po’ ovunque…E Irena? Dove gli scorreva Irena mentre preparava da mangiare ? Ma i fornelli era spenti… forse tutto era già pronto… Irena nuovamente tutta vestita di nero – aveva un lungo abito, che la copriva dalla testa ai piedi, che erano scalzi, notò lui con stupore – un abito fatto di una stoffa leggera, appena appena trasparente, da cui si scorgevano le sue piccole tette e i capezzoli duri, una stoffa che non era tulle ma sembrava comunque fatta di diversi strati di velo… C’era qualcosa in quel vino? Si chiese poi lui, notando che non si sentiva confuso, anzi era come se la sua vista si fosse in qualche modo acutizzata…Oppure aveva semplicemente bevuto a stomaco vuoto ed ora l’effetto che gli faceva l’alcol era vario? Irena gli girava intorno, con le braccia sembrava sfiorarlo… Oppure semplicemente gli diceva se voleva sedersi accanto a lei, a bere ancora, in attesa del pranzo? Irena gli chiedeva se aveva ancora freddo, dopo aver bevuto, se stava bene…Era premurosa, oppure lo distraeva per chiudere a chiave la porta e tirar tutte le tende delle finestre – anche se queste erano chiare e la luce da fuori ancora entrava…
Irena gli chiedeva sorridendo se si stava ubriacando,  se era contento di essere venuto ad assaggiare il suo cibo…oppure gli diceva… “Chi  sa che sei venuto qui da me?”

Glielo stava davvero chiedendo?
“Nessuno.” Rispondeva lui.
“E’ il nostro appuntamento segreto!”
Diceva Irena e poi rideva.
“Mi piacciono i segreti. Mi sembra invece sempre che la gente sappia tutto di me.”
Ora era  seduta accanto a lui, ora si alzava, si allontanava di nuovo.
“Ma dove vai?” Le chiedeva lui.
“Vieni con me “ Gli rispondeva Irena.
Così lui si alzava e la seguiva di qua e di là, tra uno svolazzare di sottane, un chiudere di imposte, un preparare il letto – che era grande e aveva le lenzuola di seta, anch’esse nere – un accendere la musica e una lampada che produceva uno strano vapore – che profumava di rosa – e un bagliore violetto.
“Irena…Irena…” diceva lui e la pensava nel sole.
Poi la vide, appesa alla porta della camera, la sua vestaglia rosa, e desiderò che lei la indossasse di nuovo…Era quella la veste che voleva toglierle di dosso per scoprire la sua carne. Quando l’ avrebbe finalmente toccata? Voleva succhiare quei suoi capezzoli piccoli e duri, sentirli con la lingua, giocarci con le labbra e un poco morderli per far gemere Irena di piacere: “Uhmmm…”
 Come voleva che la sua voce lo implorasse di darle la sua lingua, di leccarle non solo i capezzoli e le tette, ma tutta la fica, dall’alto verso il basso, fino ad arrivare con la punta turgida all’apertura, per poi, muovendola veloce, leccargliela prima appena e poi sempre più forte; con la lingua entrarle dentro, per farla gemere, farle chiedere che fosse il suo cazzo a prenderla, ad entrarle tutto, a riempirla, a farla urlare di lungo piacere…
Ed Irena sembrava indovinare i suoi pensieri, andando di stanza in stanza, con lui che la seguiva, perché lentamente gli diceva:
“Tra poco. Tra poco.”
Poi si fermava e gli riempiva nuovamente il bicchiere. E lui beveva.
“Hai fame?” Gli chiese infine. E lui le diede una risposta banale, una di quelle che più facilmente ricordava:
“Oh si…tanta di te.” Ma Irena non si burlava di lui e rispondeva.
“Come sempre. Come tutti.”

Poi aggiungeva:
“Allora vuoi che pranziamo…dopo?”
E in quella domanda c’era un invito che lui certo non poteva rifiutare. Mangiare non era importante: scopare Irena era quello che contava, quello che voleva.
“Dopo.”
Così la seguì nella camera con il letto nero e la lampada viola.
Irena si tolse il vestito e sotto era già nuda. Anche lui si sfilò i suoi abiti – ma ci mise un po’ più di tempo, perché aveva le mutande e le calze e le scarpe con i lacci, e perché Irena nuda davanti a lui gli sembrava così bella che lo confondeva, più di quanto già non si sentisse confuso per quello che aveva bevuto. Si avvicinò nudo a lei e si abbassò subito a leccarle i fianchi e la peluria. Irena gli mise le mani sulla testa e restò a prendere la sua lingua e la sua saliva sul corpo ma non disse una parola né mai gemette. Allora lui nuovamente si alzò e la fece sdraiare sul letto nero, con le lenzuola lisce e scivolose. Era bello vedere come la pelle di lei risaltasse contro quella stoffa scura. Lui le montò sopra e cominciò a baciarla sul collo e a tenerle le tette entrambe dentro le mani, mentre il suo cazzo era diventato lungo e duro e lui lo strusciava sul ventre di lei, contro i suoi peli, e più lo strusciava più sentiva che voleva entrarle dentro la fica, senza aspettare più.
Ma era anche curioso di sentirla con le mani la fica di Irena, e di guardarla, perciò scivolò lungo il suo corpo e le arrivò con la testa all’altezza del ventre, allargò le sue gambe e si mise proprio a guardare la fica di Irena: con una mano le allargò le labbra e con l’altra cominciò ad accarezzarla…mentre Irena lo lasciava fare e intanto però cominciava a gemere un pochino, perché questo le piaceva…
Così lui le diceva:
”Ti sto guardando e ti sto toccando…Senti le mie dita? Vedo anche che ti stai bagnando…Guardo la tua fica che  si contrae perché io la tocco…”
“Uhmm…si…Toccami con le tue dita…Strusciale…e tienimi aperta con l’altra mano…mi piace tanto…” Gli diceva Irena mentre lui continuava a guardarle la fica che continuava ad aprirsi e chiudersi sotto le sue dita e mentre il suo cazzo stava davvero diventando duro dal desiderio che aveva di toglier le dita e infilarlo dentro.
“Muovile più veloci…più veloci…” Gli diceva Irena. Ma lui godeva a vederla impazzire dal desiderio, a vederla muoversi ora anche con il culo, per dare anche lei ritmo al suo movimento, come a volerlo obbligare a fare come piaceva a lei. Lui invece continuava con il suo ritmo costante e sentiva Irena che si bagnava sempre di più e che gemeva:
“Uhmmm….Muovile…Muovile…”
“Ora vengo io dentro di te. Ora entro di te con il cazzo. Ora te lo do tutto…tutto quanto…”
Gli disse allora lui.
E Irena non si opponeva, ma continuava a muovere il culo e a strusciare la fica contro la mano che lui vi aveva lasciato, per toccarla, mentre con l’altra si era preso il cazzo per cercare di infilarglielo dentro. E infatti ve lo infilò facilmente, perché era molto duro e lei molto bagnata. Prima fece entrare nella fica di Irena solo la punta, poi vi sprofondò tutto dentro, e gli sembrò di entrare in una fica grande e senza fondo, che pur avvolgendolo e facendolo sentire caldo caldo, gli sembrava non avere una fine. Cominciò allora a muoversi tenendo stretta tra le braccia Irena, e anche lei si muoveva insieme con lui, tanto che gli sembrava che sarebbe venuto da un momento all’altro perché il piacere era molto forte. Ma a quel punto Irena gli disse che voleva montargli sopra lei, che voleva sentirlo venire mentre era lei che gli toccava la pelle. Perciò lui si girò, alzò le braccia e allora Irena veloce prese due corde nere da sotto un cuscino e legò le braccia di lui al letto nero:
”Ti dispiace?” Gli chiese soltanto. Ma lui era così eccitato che nulla poteva dispiacergli, e poi sentiva su di sé, sulla sua pancia, il calore della fica bagnata di lei e nulla c’era da fare contro il potere che quella sensazione aveva su di lui.
Però lei non si  infilò subito dentro il cazzo di lui. Rimase a guardarlo un po’, lì nudo e disteso, e poi, mentre gli prendeva  il cazzo con le mani e se lo avvicinava alla fica, cominciò a dire:
“Abra cadabra abra…”
E nulla a lui sembrava più appropriato di quella formula magica mentre veniva con un fiotto lungo, e versava sopra il corpo di Irena il suo liquido bianco e caldo e mentre urlava senza parole, ma facendo solo “ Aahhh…Aahhh ” tutto  il suo piacere, rammaricandosi forse soltanto un poco di non poterla toccare perché aveva le mani legate.
E mentre veniva e godeva, di un orgasmo lungo e intenso, vedeva, pur tenendo gli occhi semichiusi, lei che muoveva la mano e la luce della camera che gli sembrava diventare di un viola ancora più diffuso e brillante.
“Uhmmm…Tutti lo sanno; abra cadabra abra…” Diceva Irena.

Poi aggiunse:
“Hai visto che cosa è accaduto?”

Dapprima lui non usò le parole per risponderle, ma mosse solo in su e giù la testa in segno di assenso: aveva visto, era venuto tanto, aveva sicuramente bagnato non solo la mano o il corpo di Irena di sperma ma probabilmente anche parte delle lenzuola nere del letto.
Irena però continuava a chiedergli:
“Hai visto che cosa è accaduto?” Ma lui se ne restava sdraiato, ad occhi chiusi, con le braccia legate al letto nero, così felice di aver tanto goduto… Forse Irena  voleva anche lei avere un orgasmo, poiché lui non l’aveva ancora fatta venire…Ma lui non voleva ritirarsi: l’avrebbe presa di nuovo, tra poco, le sarebbe nuovamente entrato con il cazzo dentro la fica oppure, se lei preferiva, l’avrebbe subito accarezzata, toccata, leccata, come lei voleva: bastava che gli slegasse una mano almeno…Stava quasi per dirglielo quando Irena nuovamente gli ripeté:
“Hai visto che cosa è accaduto?” Lui allora, non sapendo più  cosa pensare ma non potendo tirarsi su dal letto, perchè aveva le braccia legate, cercò di guardare oltre il suo corpo.
E vide quindi il suo cazzo, a riposo sopra il suo ventre, non più duro ma rosso e a riposo, che aveva però proprio sulla cima, un paio di piccoli occhietti neri e una boccuccia, anch’essa piccola piccola…gli occhietti erano chiusi e la boccuccia appena appena stirata, in un sereno piccolo sorriso.

Sessoscritto bis/ A letto con la vicina di casa….ultima modifica: 2009-02-21T10:27:50+01:00da michelepositano
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