Dignità di stampa/ In un libro, trent’anni di giornalismo in Italia attraverso la storia della corrente sindacale Stampa Democratica

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Trent’anni di storia del giornalismo in Italia, letti attraverso i trent’anni di Stampa Democratica, corrente sindacale fondata da Walter Tobagi. Una storia ripercorsa in un libro di prossima pubblicazione, “Dignità di stampa”, curato da quattro dei giornalisti che, con Tobagi, parteciparono alla nascita di Stampa Democratica: Giuseppe Baiocchi, Paolo Chiarelli, Achille Lega e Marco Volpati (questi ultimi due collaboratori, fra l’altro, di Affaritaliani).

Una raccolta di fatti, documenti, relazioni e interviste che si intecciano con i grandi eventi che hanno fatto la storia dell’Italia negli ultimi tre decenni, durante i quali Stampa Democratica ha avuto come obiettivo primario la difesa dell’autonomia dei giornalisti dai poteri, primo fra tutti quello politico.

Da “Dignità di stampa”, Affaritaliani pubblica in anteprima un estratto, una intervista a Giorgio Santerini, esponente di SD e segretario della Fnsi dal 1990 al 1996.

“Dignità di stampa”
a cura di Giuseppe Baiocchi, Paolo Chiarelli, Achille Lega e Marco Volpati
Silvia editrice
215 pag., 18 €

Tu assumi la segreteria della FNSI nel ’90. Poi c’è il ‘91 con il contratto. C’era Franco Marini al ministero del Lavoro. Un contratto memorabile. Trecentomila il primo anno, duecento il secondo, altri duecento il terzo.
“I numeri li vedi, insomma. All’inizio degli anni ‘90 Marini era ministro del Lavoro… Intanto Marini è stato un ministro, per l’esperienza che ho avuto io, molto neutrale a favore di loro…, cioè degli altri, degli editori. Nella sostanza, voglio dire. Non decisamente a loro favore, ma è stato uno di quei ministri che tenevano fortemente conto degli interessi editoriali, economici, non perché fosse un ministro che attendeva favori dai giornali o da Confindustria, o da industriali… Non per questo, ma perché – nel contesto di un conflitto che allora, sia sulla parte economica, sia sulla parte normativa, era molto pesante – il ministro sentiva i nostri interessi, gli interessi dei giornalisti, come interessi corporativi. Questo è un punto importante di tutta la vicenda, e non solo dei contratti, perché il concetto dei giornalisti privilegiati, categoria che era diversa dalle altre, che quindi voleva sempre qualcosa di più, era un concetto diffuso”.

Treu invece era al contratto dopo, nel ’95.
“Treu è stato un ministro più neutrale, in qualche maniera. Lo spostamento verso gli editori, c’era anche lì, ma era rappresentato da un funzionario. Però gli interessi relativamente forti degli editori sono sempre stati, secondo l’esperienza che ho vissuto io, tutelati o dalla politica o dalla rete ministeriale, dalla rete burocratica. Quindi i giornalisti, con questa etichetta della diversità, dei privilegi, ecc., sono una categoria molto difficile da gestire in un contratto”.

La loro identità non è accettata.
“La loro specificità non è accettata. Cioè, il fatto che si occupino della politica e che quindi da alcuni siano accusati di essere dei “velinari” e da altri invece siano considerati dei rompiscatole – in fondo questo concetto dei rompiscatole è molto prevalente rispetto a quello dei “velinari” – fa della categoria dei giornalisti, nel contesto del potere una categoria difficile da portare a contratto. Ricordo che Marini, quando siamo arrivati a un contenzioso sulle pensioni, cioè sull’impianto pensionistico, era d’accordo con le posizioni confindustriali, che sono quelle che prevedono tutta una serie di parametri meno favorevoli ai lavoratori”.

Quel contratto è ricordato tutt’ora come il più ricco.
“E più positivo, il più innovativo; lo definirei dirompente, nel senso che il concetto del peso economico di un contratto che per decenni era stato negato, dicendo “voi già guadagnate abbastanza, siete quelli che hanno i privilegi, quindi il denaro lo guadagnate con le marchette, con i viaggi gratis”, cioè questo concetto di un denaro non codificato da una regola… Ciò dava un enorme vantaggio agli editori, ovviamente, perché una filosofia che dice “voi siete già ricchi, voi siete privilegiati”, significa “voi non dovete avere niente””.

Però quello, rispetto al mondo circostante e alle risorse disponibili, era un periodo discreto, perché si era aperto il mercato della pubblicità anche per effetto della televisione privata, quindi c’era forse una crescita. Un mondo esterno che…
“Non c’era un mondo esterno… Non credo. C’era un contesto diverso da quello di oggi. Noi usammo l’arma dello sciopero con grande durezza; la categoria era compatta, con un accordo positivo con la Rai e anche con Mediaset, con i giornalisti di Mediaset, quindi noi eravamo in grado di determinare la paralisi. E noi giocammo questa carta in termini estremi. Poi col successivo ci fu la rottura del mondo giornalistico, cioè il Giornale di Feltri divenne un giornale che usciva e quindi ci poneva tutta una serie di problemi. E poi successivamente, negli anni che sono venuti dopo, tutta una serie di giornali ha seguito l’esempio di Feltri, quindi il fronte dei giornalisti si è rotto. Allora, invece, nel ‘91 noi determinammo la paralisi. Abbiamo usato gli scioperi di Natale, di Pasqua, abbiamo fatto perdere dei pacchi di pubblicità notevoli. Cioè, quella fu una battaglia pesante. E osammo chiedere un milione, una cosa fuori del mondo, un’apparente follia”.

Nel vertice federale, in quella fase di contratto, nel ‘91, si era già realizzata l’apertura a quella che era stata l’opposizione.
“Sì, si era già realizzata. Noi la realizzammo subito dopo, immediatamente dopo l’uscita di Giuliana Del Bufalo. Loro minacciavano la scissione. Erano dieci, dodici associazioni, adesso non mi ricordo, comunque erano tante. In parte bluffavano, in parte invece no, non sa nessuno cosa sarebbe potuto succedere. Io però ho fatto questa valutazione: che, ove mai non bluffassero, una Federazione spaccata non sarebbe stata in grado di reggere nessun gioco, non solo quello del contratto. Allora ho proposto una gestione unitaria come la governance di pochi giorni fa di Mediobanca, quella in cui non esiste maggioranza e dove tutti possono esercitare il diritto di veto, quindi una governance molto faticosa. Questo è il prezzo che ho pagato alla cancellazione della scissione”.

Poi nel ‘92 si arriva a Pugnochiuso, dove l’unità viene sancita da un congresso, tu sei confermato segretario e viene eletto presidente Roidi. In quell’occasione si fa il cambio in Lombarda con Andriolo presidente, carica che tu nei primi tempi avevi mantenuto.
“Sì, avevo mantenuto le due cose”.

E dopo affronti l’altro contratto, quello con Treu, chiuso nel ’95. Dopo il debutto di Berlusconi in politica Montanelli va via dal Giornale a arriva Feltri.
“Proprio così. Una cosa molto pesante, perché Feltri è un soggetto importante del giornalismo; lo era anche allora, anche se allora aveva un pedigree meno importante di quello che ha oggi. Però era un leader; e questa leadership se l’è creata non soltanto facendo i suoi articoli, sicuramente molto intelligenti dal punto di vista delle posizioni che lui esprimeva (lo Scalfari di destra, chiamiamolo), ma trasformando il suo Giornale in un foglio di battaglia anche sindacale. Lui ha discusso con me questo tipo di problema, dicendo: io devo fare questo tipo di battaglia, quindi sarò il tuo nemico, devi capirlo. E io l’ho capito subito benissimo”.

Tu lo avevi aiutato nella vicenda dell’Europeo, no?
“Beh, aiutato… Ho aiutato le regole; ho difeso l’art. 6. Non è che io abbia difeso Feltri. È una cosa che ci tengo a dire. Io ho difeso l’art. 6 nel senso che uno che rappresenta il sindacato non è che debba difendere solo l’art. 34, come pensano alcuni Cdr (uno dei quali era quello dell’Europeo). Un contratto è un contratto che comprende anche l’art. 6, che è stato costruito da un segretario della Federazione che si chiamava Luciano Ceschia”.

Però quando al Messaggero ci fu la lotta contro Barzini, alla fine Barzini dovette rinunciare.
“Io dico che ha sbagliato Barzini. Doveva resistere, non c’è ombra di dubbio. Barzini è un gentiluomo, un uomo di un’altra epoca, uno di quei liberali che credono che la democrazia sia un salotto di persone per bene. Ma io lo dico senza ironia, lo dico perché si è visto nella storia che è così. Barzini ha sbagliato. Ma Feltri al Giornale ha detto: io devo essere il nemico del sindacato, è il ruolo che mi sono dato. E non solo l’ha detto, ma l’ha realizzato. Io sono riuscito con vere acrobazie ancora a concordare uno sciopero unitario della categoria. Ma io in quel momento ho saputo che sarebbe stata l’ultima volta, ed è stata l’ultima volta. Quindi io so in maniera assolutamente inconfutabile che Feltri era dentro una logica che era la logica della controparte. Così siamo passati da una categoria che prima, all’altro contratto, era unita a una categoria divisa. Feltri – cioè un pezzo comunque importante del giornalismo, lo Scalfari di destra – diventa il portavoce, di fatto, degli editori, per dire che questa categoria è una categoria di cretini… Perché poi dentro ci sono contenuti di ogni genere, mica solo sindacali. I sindacalisti sono tutti degli scemi, il sindacalismo è una malattia infantile. Perché questi sono i concetti veri che stavano dentro quella vicenda. Per di più, Feltri è un retore di alto livello, quindi non è un giornalista qualsiasi. Non dico che è lo Scalfari di destra per diminuirlo, perché lo è di fatto. Montanelli è stata una cosa atipica nel giornalismo italiano e internazionale; Feltri è l’unico che ha interpretato con grande capacità e intelligenza i concetti politici della destra, così come Scalfari – non ce ne sono tanti – con grande capacità, come è noto, ha letto e interpretato le posizioni della sinistra, di una parte della sinistra. Noi venivamo dall’esperienza del precedente contratto dove avevamo fatto terra bruciata, nel senso che noi, alzando un dito, riuscivamo a bloccare le redazioni. Loro avevano invece la sentinella. Il mio problema vero era che Feltri, cioè il feltrismo, questa operazione di rottura del mondo del giornalismo, avrebbe potuto trascinarsi dietro altri, come poi negli anni successivi è accaduto. Quindi il contratto è stato un contratto diverso”.

E intanto i confederali varano il contratto FRT, per le emittenti, invadendo il campo della FNSI.
“Questo fa parte dell’idea che ho detto prima: voi siete un finto sindacato. Questo lo pensano da Feltri, a destra, alla CGIL… anche se non lo dice. Feltri lo diceva in maniera esplicita; però anche le cose pensate sono importanti, non solo quelle dette. Cioè, l’idea che i giornalisti fossero una specie di melassa di persone, di gruppi che non avevano né un’idea del sindacato né un’idea della società, era un concetto diffuso sia a destra che a sinistra. Non è un segreto per nessuno che negli anni ‘70 la CISL pensasse a un’osmosi tra i poligrafici e i giornalisti, pensando che i giornalisti fossero una finzione, fossero una categoria finta. Quindi, la CGIL con il contratto FRT mette un palo della luce, mette un palo con dentro dell’energia visibile rispetto a una questione che esisteva da tempo; perché noi eravamo la categoria inesistente e la finalità era quella di non dare mai un contratto ai giornalisti; anche se poi, alla fine, è una questione di denaro. E ciò si è poi verificato con la segreteria di Serventi… In questi successivi dieci anni, da quando io poi ho chiuso, la questione del denaro è stata risolta. Non lo dico per dire che Paolo Serventi non è stato capace. Su di lui non ho niente da dire, non l’ho mai detto e non lo dirò mai. Dico che però la questione che si è posta nei dieci anni successivi è quella che gli editori si sono posti da sempre: non fare i contratti, non pagare dazio e comunque innescare un tipo di meccanismo di sedizione dalla contrattualizzazione che inauguri una strada nella quale i contratti – non solo il contratto dei giornalisti – siano cose che non si fanno più. Cose del passato. Perché la modernità non deve prevedere i contratti”.

Nel ‘94 c’è anche un passaggio di una grande importanza che si chiama privatizzazione dell’INPGI.
“Sì, questa l’abbiamo voluta noi, io in particolare, contro la Confindustria che è venuta lì nelle persone più rappresentative come il vicepresidente Callieri. L’uomo della Fiat, il più importante, che non veniva a una riunione al ministero dai tempi di Matusalemme, quelle notti in cui si doveva discutere della privatizzazione dell’INPGI c’era. Ma l’abbiamo fregato. Nonostante le sue relazioni con il ministero, con le burocrazie… Perché nessuno voleva la privatizzazione dell’INPGI. Non so dire come, è il miracolo di San Gennaro”.

Il senso dell’opposizione a questa privatizzazione dell’INPGI era…
“Dovete andare a finire nell’INPS. Non rompete i coglioni. Era il tentativo di tagliar fuori la diversità, insomma”.

Nel ‘95 Petrina, che ha fato parte delle giunte della FNSI, passa a fare il presidente dell’Ordine.
“Va a fare il presidente dell’Ordine perché l’associazionismo che nella filosofia verbale, retorica, del patto federale, sembra una filosofia nobile, è diventato, nei rapporti interni, un fenomeno di caccia alle cariche. Quindi, chi ha una maggioranza come la mia, che era fatta di una corrente radicata prevalentemente in Lombardia, ma poi coagulata con gli associazionismi, deve accettare il peso di quegli associazionismi”.

Passiamo al ‘96. Nel congresso di Villasimius tu esci di scena, entrano Serventi e Del Boca
Qui posso dirti una cosa forse simpatica, una battuta di Giulietti…
“Quella di Vallanzasca?”

Non sapevo che la sapevi. Però…
“Però dice tanto. Nel senso che nel ‘96 una persona che sono io, che è passata attraverso queste cose (e anche tante altre), che si sente dire, ma seriamente perché Giulietti l’ha detto seriamente, anche se è una battuta, “al posto di Giorgio, meglio Vallanzasca”… segnala la mia differenza rispetto a un mondo… no? La differenza di questo mondo da me e viceversa. Ma io sono lieto di essere così diverso da essere paragonato a Vallanzasca. Sì, io sono lieto di essere così diverso da chi l’ha detto”.

Lui a quell’epoca era già deputato.
“Era già deputato, sì, dal ‘94. Ma loro sono così. E io sono cosà”.

Serventi nel ‘92 aveva preso la segreteria della Romana.
“Sì. Grazie anche a me. Io l’ho aiutato molto. Ma questo non importa. Era con me. Poi ha cambiato idea. Siccome cambiare le idee, come si dice, è un segnale di intelligenza. Io mi rifaccio all’intelligenza. Accetto l’intelligenza, l’accetto sempre. Quindi l’intelligenza di cambiare è un’intelligenza possibile”.

Si conclude il periodo di Santerini e comincia quello della gestione Serventi. Nella parte successiva avrai meno riferimenti specifici ad avvenimenti e contratti.
“L’avvenimento più evidente è che non ci sono stati avvenimenti, perché ci sono stati tanti convegni ma non ci sono stati i contratti. Perché quella rottura di Feltri è diventata una rottura più larga negli anni successivi, assai più larga, e ha realmente indebolito la categoria dei giornalisti. Questo a prescindere da chi è il segretario. Quindi io sostengo che ho vissuto l’inizio della frana… La frana è uno smottamento del terreno, quando uno sente che la terra non ce l’ha più sotto i piedi, che comincia a scivolare. Io ho avuto la fortuna di scivolare poco, nel senso che la mia frana è stata Vittorio Feltri, punto e basta. Con grandi difficoltà che non hanno impedito che i contratti nascessero, che l’INPGI venisse privatizzato. Non è un problema di abilità personale, è un problema di categoria: la categoria teneva; negli anni successivi è franata”.

Prima era difficile, oggi sembra impossibile .
“Difficile lo era. Oggi siamo all’impossibile. Poi, indubbiamente, Franco Siddi riuscirà a fare un contratto, ma lo farà nelle condizioni che sono quelle che la storia gli ha consegnato; cioè una categoria zoppa, una categoria che si è tolta una gamba, che quindi non può correre. Chi non può correre non è che muoia, vive, però vive una vita estremamente condizionata. L’obiettivo storico degli editori, da Ceschia a Franco Siddi, che comprende più di trent’anni, è quello di arrivare al contratto impossibile; questo obiettivo adesso per loro è più vicino. E l’estremismo pseudo-sindacale non copre la rottura della categoria, non la copre affatto. La copre di parole, di slogan, di insulti, ma non la copre di atti concreti e reali. È come per la Thyssen: tutti dicono che quella della Thyssen è stata una tragedia, come in effetti è stata, ma nessuno si era accorto, nessuno aveva capito quale tipo di usura in quella fabbrica era maturata, con gli orari, con i ritmi, con gli straordinari, con l’assenza di strutture. Dov’erano coloro i quali dovevano controllare? È colpa solo della proprietà? Certamente della proprietà. Ma gli altri? Quindi gli slogan non coprono mai i nodi della realtà. Dovevano scioperare, alla Thyssen, per avere quello che mancava”.

Adesso come spiegheresti che questa corrente che nasce trent’anni fa e cambia anche guida, perché ormai le persone sono cambiate, continua ad avere una posizione di rilievo dentro il sindacato, a Milano e in ambito nazionale? Che cosa lega quelli di oggi a noi di trent’anni fa?
“Beh, io ho detto molte cose negative, in questo colloquio, le ho dette con sincerità, le ho dette perché penso che siano vere.Io ho fatto delle cose importanti, che nella memoria collettiva, anche se un po’ incerta, di questa categoria, sono rimaste e rimarranno, ma non sarebbero potute esistere senza qualcosa di più di un retroterra, senza una filosofia sindacale, che poi, naturalmente, in un contesto democratico deve materializzarsi come corrente, ma che nasce non da una somma di piccole associazioni che si mettono d’accordo per avere una presenza di qui o di là, nasce da una filosofia. Io la dirò con una sigla, per essere sintetico e spiegarmi: la filosofia della CISL. Si dice che nulla si inventa. È vero, nulla si può inventare. La storia, anche di un sindacato, vive di imitazioni, di ripetizioni, come le rivoluzioni; tutte le rivoluzioni imitano un’altra rivoluzione, cioè la storia è fatta di ripetizioni. E la filosofia di Stampa Democratica è, nella sua origine, nel suo nocciolo, la filosofia della CISL: quella dell’autonomia, della separazione tra la politica e il sindacato, della separazione della tessera del sindacato e dell’Ordine da quella dei partiti; è la filosofia della tolleranza, ma non dichiarata, gridata, della tolleranza reale e concreta, nel senso che una filosofia di autonomia è una filosofia che comprende persone diverse, quindi esperienze diverse. Il fatto che possano essere insieme le persone più diverse, anche di destra, anche di sinistra, o comunque cattoliche, ebraiche, arabe, qualsiasi, purché dentro il tessuto, il contesto, il teorema dell’autonomia di un sindacato da tutto, non solo dai partiti, dalla politica… Dai pregiudizi, che comunque esistono in una società, dai miti delle società, per cui esiste il mito di una grande sinistra… Che è un mito, una mitologia. Allora l’autonomia è una filosofia potente, grande, significativa, che trascende le persone, che si è affermata con grande difficoltà in un paese come l’Italia, che invece sente il bisogno dei Guelfi e Ghibellini, perché la storia italiana è animata e alimentata dalle schiere opposte. I Guelfi e i Ghibellini… I campanili… Questa banalità. Per me è una banalità, naturalmente. Invece è l’effettualità della storia. I campanili… i colori contrapposti… la contrapposizione… Mai delle idee… Ma dell’essere diverso dall’altro, come se la diversità da un altro fosse un’affermazione importante, invece la diversità è una cosa normale. Cioè, io di fronte a un arabo non mi sento un diverso (dico per dire, per capirci): siamo diversi. Se lui ha un problema sul quale poi ci mettiamo d’accordo in una terza lingua o anche un dialetto, va bene che lui sia arabo, che io sia nato dove sono nato, non ha nessuna importanza, ci mettiamo d’accordo. Naturalmente una filosofia di questo genere, che nel dopoguerra è quella che la CISL ha cercato di alimentare, che è stata estremamente appannata nella storia d’Italia… Perché è controcorrente, perché è una filosofia atipica rispetto alla guerra dei Guelfi e dei Ghibellini, perché questa è la passione di questo paese… Arretrato rispetto alla storia. Io considero l’Italia un paese arretrato: i Guelfi e i Ghibellini hanno avuto una giustificazione medioevale, di un’epoca, ma se poi questo tipo di filosofia negativa della politica, della storia della cultura, permane per secoli… Beh, insomma… D’altra parte questo è l’unico paese in Europa che ha vissuto il terrorismo che ha vissuto. Questo è un effetto della violenza politica mai considerata un male, ma invece una strada da alimentare, da perseguire… Ah! La violenza politica! Senza violenza politica come si può vivere? Questa enorme scemenza, questa suicida stupidità è il pane dei decenni recenti della storia di questo paese. In Francia è stato ucciso solo il direttore della Renault dal terrorismo francese. Un morto. La Bader Meinhof, che ha ispirato non so quanti film, libri, ecc., ha fatto alcune vittime e poi è sparita, in Germania.Una cosa chiusa nel giro di qualche anno. Da noi centinaia di morti, in questo paese di furbi, di Guelfi e Ghibellini. Centinaia di morti”.

Tu dici che questa filosofia, magari in forma carsica…
“In forma carsica. Franco Siddi è questo. Non perché è cattolico, inquieto; non perché stava nelle ACLI non mi ricordo quanti decenni fa, può essere accostato all’idea della CISL. Lui sa che può, non che deve; che può farlo, che è possibile. Certo, gli editori sono andati talmente avanti per tutte le cose che ho detto che hanno un vantaggio che non può essere negato. Però questo contratto lui lo farà perché è dentro questo tipo di filosofia: il sindacato c’è, nonostante la rottura del mondo del giornalismo, nonostante Feltri, nonostante i seguaci di Feltri, nonostante l’estremismo fintamente di sinistra, nonostante tutte queste malattie gravi, però il sindacato c’è… Certo se uno invece immagina che un contratto debba essere perfetto per tutti, accontentare tutti, il migliore dei mondi possibili, se uno pensa questo, il contratto alla fine non lo fa, perché il contratto non può essere il migliore dei mondi possibili”.

Siddi è Siddi, ha le caratteristiche che dici tu. Ma torniamo a Milano, dove Stampa Democratica è sempre leader.
“Accade perché anche i giovani capiscono che questa filosofia dell’autonomia è l’origine di Stampa Democratica. Un’origine così profonda, così significativa, che è attrattiva. E viene riconosciuta da una parte della categoria che cerca una strada sapendo che è una strada molto difficile. Non è che chi segue la corrente di Stampa Democratica non sappia che è una logica di grande difficoltà, perché la proposta deve essere poi quella di costruire una strada in cui ci sono i contratti, in cui ci sono le vertenze, in cui c’è il sindacato. Ne sono assolutamente consapevole. Io credo che sia un fiume carsico anche a Milano, nel senso che non è che un fiume carsico non sia un fiume: c’è nella realtà e, quando esce, esce fuori anche con volti diversi, con esperienze diverse, affermando però principi che sono ormai radicati da decenni. Poi questo tipo di esperienza si incrocia con tutto il resto che la categoria esprime in questa Italia, con l’associazionismo, con Roma che è una cosa diversa. Con la storia della Federazione, con la quale deve fare i conti. C’è un modo di intendere il sindacato come istituzione, detta così, con una parola nobile, che è prevalente nell’ideologia di Roma; e c’è un modo di intendere invece il sindacato come esperienza che è più un fenomeno del Nord e di Milano. Queste due cose ci sono, insomma, e sono due diversità mica da poco. D’altra parte, la storia della Federazione è fatta in gran parte dell’evoluzione e dei cambiamenti che ha avuto Roma. Trent’anni fa Milano ha espresso il tipo di impostazione che ho detto, ha rimescolato le carte ed è nata una Federazione diversa. C’è la fase del dopoguerra in cui Roma era il centro e Milano era considerata fuori da tutto, poi progressivamente Milano ha assunto un ruolo…”

Dunque Roma tende a leggere il sindacato come istituzione, mentre Milano lo legge più come…
“Come un’azione riformatrice, io direi. Come un agire, un’esperienza, non come un’entità che si afferma, appunto, come fosse un’istituzione, che quindi si dà un ruolo e ritiene di parlare alle altre istituzioni”.

Dignità di stampa/ In un libro, trent’anni di giornalismo in Italia attraverso la storia della corrente sindacale Stampa Democraticaultima modifica: 2009-01-12T11:32:04+01:00da michelepositano
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