L’intervista/ “Quella volta che scandalizzai Andreotti…”. Giò Stajano, antesignano dei trans di oggi, ad Affari

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Confesso che ho vissuto, potrebbe dire. Come Pablo Neruda. Una vita al massimo. Una vita che incrocia la Storia; una vita, allo stesso tempo, assolutamente singolare. Una vita dispari.
Un nonno, il gerarca fascista Achille Starace, che era il braccio destro di Mussolini. Un’omosessualità dichiarata, vissuta in pieno, accettata con orgoglio, fatta accettare a chi era intorno a lui. Gli anni della Dolce vita, attraversati in pieno, quando era nel pieno della sua bellezza. Qualche film. I quadri, l’ambiente di via Margutta. Un’amicizia con Federico Fellini. Una parte nella “Dolce vita”. Altri film interpretati con Gassman, Tognazzi. Il cambio di sesso. Un incontro fugace con Giovanni XXIII, il papa buono, che lo vede abbracciato a un altro uomo. E che, tuttavia, lo benedice. E un incontro con Andreotti. Che saluta questa procace donna vestita di rosso, e quando si accorge che in realtà è un uomo, ritrae la mano. Non abbastanza alla svelta, però. I fotografi sono più veloci, e immortalano l’incontro. Poi, scrive le prime rubriche gay sulla stampa nazionale. Un successo enorme.

Tutto questo, e altro ancora, è Gio’ Stajano. Che qualche anno fa, ha dato al romanzo della sua vita l’ultimo colpo di scena: l’incontro con Dio. Si è convertito, ha deciso di vivere nella semplicità, nella povertà e nella castita. Lui, l’elemento più trasgressivo della Dolce vita, che fa voto di castità. Adesso, Gio’ Stajano è una signora che veste in assoluta modestia, con sandali da frate. E un crocefisso di legno al collo. Noi l’abbiamo incontrata a Firenze, al Queer film festival, dove è stato proiettato il film “Il fico del regime”, di Giovanni Minerba. Una biografia in forma di film, che raccoglie i momenti più significativi della sua vita. Al termine del film, abbiamo parlato con Gio’. Che oggi, in realtà – anzi: da più di vent’anni – è Maria Gioacchina.


Giò Stajano

Prima di tutto: ma dopo tanti anni di dolce vita, di via Veneto e via Margutta, adesso lei dove vive? E come?
“Vivo nel paese in cui sono nato, Sannicola di Puglia. Lì mi conoscono tutti, e poi vado così poco fuori. Rimango in casa, e dipingo. C’è adesso, a Roma, una retrospettiva su Novella Parigini, e mi hanno detto che c’è anche un quadro mio. Ma non andrò”.

Ma ha proprio tagliato i ponti con la vita di prima?
“Assolutamente sì. Sono stato un paio di volte in televisione, con Buttafuoco a ‘Otto e mezzo’ e con Paolo Bonolis al ‘Senso della vita’. Bonolis è stata l’esperienza più seccante: mi ha fatto parlare per mezz’ora, poi ha tagliato quasi tutto. E quello che è venuto fuori non mi rispecchiava più. Sono rimasta molto delusa”.

Ma è vero che ha fatto voto di castità?
“Certamente. Io, che non ho mai praticato la castità in vita mia, ho avuto una sorta di illuminazione qualche anno fa. Da allora, ho lasciato da parte la mia vita squinternata, che d’altra parte non credo sia stata utile a nessuno. Utili sono le vite di coloro che ci curano il corpo, o che ci permettono di essere informati, o che ci permettono di spostarci sui treni, di viaggiare sugli aerei. La mia vita non so a chi possa essere stata utile”.

Eppure, qualcuno dice di essere molto grato a certi suoi scritti.
“Sì: Nichi Vendola mi ha detto una volta ‘mi sono salvato grazie alle lettere che pubblicava su una rivista”.

Da piccola – o da piccolo – è stato un Balilla?
“Sì: le ho fatte tutte. Figlio della Lupa, Balilla, Avanguardista… Fino al 1939, all’inizio della guerra. Dal momento che ero il nipote prediletto del Segretario del Partito, mi agevolavano. E così anche ai saggi ginnici. Io da piccolo ero negato per la ginnastica, ma non era possibile escludere il nipote di Starace dal saggio, così le autorità mi salvarono con uno stratagemma: invece di farmi partecipare ai saggi ginnici, mi fecero avanzare all’inizio dei giochi in divisa da Balilla, portando dei fiori disposti in forma di fascio littorio. Così marciai a passo cadenzato, e fatto questo rimasi a guardare il resto del saggio ginnico”.

Quando si è accorta di non essere un maschio eterosessuale?
“Ma io in realtà mi sentivo eterosessuale. Mi sentivo donna ed ero attratta dagli uomini. Però non era proprio in linea con i dettami sociali del Fascismo….”.

Poi furono due anni di università a Firenze, e l’arrivo a Roma. L’iscrizione al Centro sperimentale, e i primi film. Quali?
“Feci un ufficiale di cavalleria in un film che si chiamava ‘La rivale’, Ma giurai a me stesso di evitare qualsiasi altro ruolo virile. Nel secondo film, ‘Caccia all’uomo’, fui un giovane spacciatore di droga omosessuale, che fornisce droga a Eleonora Rossi Drago. Poi feci il press agent gay nel film di Dino Risi ‘In nome del popolo italiano’, e altri ruoli omosessuali in film come ‘Il comune senso del pudore’ di Alberto Sordi, e in ‘Nerone’ di Pingitore… Tutti ruoli che mi divertivano molto”.

Lei ha incontrato centinaia di politici, nella Roma-bene che frequentava. Come andò con Andreotti?
“Semplicissimo: eravamo a un premio Strega, la serata finale. Io ero vestita da sera, e piuttosto bella, direi. Ci incrociammo, e io gli feci le mie congratulazioni per il suo lavoro e il suo successo. Lui sembrava piacevolmente colpito: mi strinse la mano ed era piuttosto ben disposto alla conversazione”.

Poi che cosa accadde?
“Sentendo questa sorta di calore da parte sua, gli dissi: ‘onorevole, guardi che io…’, e gli spiegai la mia situazione. Andreotti ritrasse subito la sua mano, che divenne molle molle. La ritrasse rapidamente, ma non abbastanza da evitare i flash dei fotografi. E così, c’è una fotografia a documentare quel nostro incontro, e la sua fuga”.

Invece con papa Giovanni XXIII come andò?
“Eravamo vicino a San Pietro, io e un bellissimo ragazzo. Abbracciati. Passò l’auto papale, e per un lungo attimo papa Giovanni XXIII ci guardò. Io sono sicurissima che avesse capito la nostra condizione e la situazione nella quale eravamo. Ma fece a tutti e due un gran sorriso e ci benedisse. Io non credo proprio che si fosse ingannato, credendo di benedire una coppia ‘qualunque’….”.

Con Fellini ci fu un episodio poco chiaro. Prima Fellini la volle per “La dolce vita”. Poi la sua parte fu cancellata, ed è stata recuperata solo adesso, nelle versioni in dvd.
“A quell’epoca, ero già abbastanza famosa a Roma. Avevo scritto Roma capovolta, in cui raccontavo i retroscena gay della capitale. Il romanzo era stato sequestrato, ma c’era stato molto clamore intorno alla vicenda. Fellini mi chiamò, voleva me per la parte di un giovane scrittore omosessuale. Però, una volta arrivato sul set, capii che Fellini voleva fare di questo personaggio una caricatura, tutto mossette e moine. Io non me la sentivo di fare sberleffi di me stesso e di quelli come me. Così litigammo su questo. Risultato: nel film sono rimasto in una sola scena, e poi sono stato sostituito da qualcuno che mi somigliava vagamente, e che era più malleabile di me…”.

Era difficile vivere l’omosessualità a Roma negli anni ’50?
“Non così tanto. C’era un ambiente di artisti, scrittori, nobili che accettava meglio di altri ambienti le ‘deviazioni’. Così, mi sono trovata sempre piuttosto bene, in una élite intellettuale che non mi creava problemi più di tanto. Anzi, c’erano molti giovanotti che mi si rivolgevano, pensando che frequentando me potevano fare del cinema…”.

Che cosa sta preparando, adesso?
“Insieme a Willy Vaira, stiamo curando la ripubblicazione di tutti i miei libri e romanzi. E poi sto a casa, e prego. Questo conta per me. E contano le poche persone care”.
affariitaliani

L’intervista/ “Quella volta che scandalizzai Andreotti…”. Giò Stajano, antesignano dei trans di oggi, ad Affariultima modifica: 2008-12-05T15:51:41+01:00da michelepositano
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