Donne vittime di violenze

746844071.jpgDonne vittime di violenze/ “Sono sulla sedia a rotelle, ho perso il lavoro”. Ecco come è cambiata la vita di Filomena da quando il suo ex le ha sparato.

Mezzanotte: il mio cellulare squilla. È Paola Caio, Presidente dell’Associazione Italiana Vittime della Violenza, nata a Mantova nel 2006. Mi chiedo come mai e perché abbia pensato di rivolgersi a me. La spiegazione non tarda ad arrivare: “Su Affaritaliani parli di abusi e maltrattamenti. Non ti poni il problema di andare ‘leggera’, né di spendere parole di pietà nei riguardi di chi commette un crimine. Ho pensato di informarti su quali siano le intenzioni della nostra Associazione per impedire la scarcerazione anzitempo di un folto numero di detenuti, solo per far fronte al sovraffolamento delle carceri”.

È un tema ostico questo. In effetti, le carceri italiane sono stracolme. La proposta è di fornire i detenuti di braccialetto elettronico e, quindi, di andarsene a spasso come se nulla avessero fatto. Un braccialetto… le donne amano agghindarsi, non hanno bracciali elettronici, ma bensi gioelli… le donne, quelle fortunate, spesso ricevono il bracciale come dono di un marito premuroso.

Quelle meno fortunate, il bracciale non lo possono più indossare: a volte perché hanno un polso fratturato (“ricordino” di uno dei detenuti che oggi sono la causa dell’sovraffollamento) altre, perché sono state massacrate di botte sino alla morte: in questo caso niente bracciale, niente di niente. Queste donne, che ancora molto avrebbero avuto da dire e da fare, vengono strappate al mondo, alle loro famiglie. “I genitori non ci stanno” – mi dice la Caio – “Stiamo organizzando un pullman e a fine settembre saremo in molti a recarci a Roma davanti alla sede del Parlamento.

Faremo lo sciopero della fame sino a quando il Ministro Alfano non ci riceverà. Continueremo, se non verranno presi seri provvedimenti. Non possiamo accettare come giustificazione il sovraffollamento. Le nostre figlie sono morte, non possiamo permetterci di “dimenticarlo”: i loro volti, i loro sorrisi hanno lasciato un vuoto incolmabile. Chi commette un reato deve scontare la sua pena. Siamo stanchi di vedere la mancanza assoluta di giustizia nei confronti delle vittime e dei loro familiari.

Siamo stanchi di vedere la tolleranza riservata ai delinquenti, perché di delinquenti si tratta. Basta. A Roma, assieme a noi, ci sarà anche Filomena Di Gennaro, ex allieva maresciallo alla scuola dell’Arma di Velletri, che nel 2005 fu colpita da 4 colpi di pistola dal fidanzato geloso”.


Clicca nell’immagine per vedere il video di una delle testimonanze

È impossibile prevedere ciò che accadrà a seguito dello sciopero della fame, quel che è certo, è che finalmente qualcuno si è deciso a lottare, si è deciso a dire no a tutto ciò che a noi liberi cittadini, dalla fedina penale pulita, viene regolarmente imposto. Troppe volte dobbiamo subire la violenza intesa come atto fisico, non possiamo subire anche quella morale: non possiamo stare a guardare mentre liberano chi in passato ha fatto del male e una volta scarcerato, con molta probabilità, tornerà a farlo. I nostri figli vanno tutelati. I carcerati vanno rimessi sulla retta via affinché non ritornino a delinquere: un percorso lungo, difficile, che non deve prevedere scappatoie. Il grido dell’Associazione italiana Vittime della Violenza è: “Non bracciali, ma manette”.

Siamo agguerriti più che mai – ribadice il presidente -. Siamo stanchi di essere ignorati dalle Istituzioni e di essere censurati dai media. Che piaccia o meno, stavolta chi ci vorrebbe muti e rassegnati dovrà, invece, starci a sentire”.

LA TESTIMONIANZA CHOC – Della stessa opinione anche Filomena Di Gennaro,  ex allieva maresciallo alla scuola dell’Arma di Velletri, che nel 2005 fu colpita da 4 colpi di pistola dall’allora fidanzato, Marcello Monaco. Filomena è una donna coraggiosa, altruista, nonostante la sorte sia stata tanto dura con lei: “Ho deciso di prender parte allo sciopero della fame perché mi sento vicina alle famiglie che hanno perso i propri cari. Per fortuna, io sono viva.  La mia esistenza dal giorno in cui Marcello Monaco ha tentato di uccidermi è drammaticamente cambiata: sono costretta su una sedia rotelle, ho perso il lavoro, ma sono viva e non posso non pensare all’agonia di chi invece una figlia l’ha perduta. In Italia la legge non funziona: non ci sono pene certe. Ho molta rabbia dentro. Fa male anche solo pensare che Marcello Monaco, condannato alla ridicola pena di 11 anni e 4 mesi, grazie all’indulto e alla buona condotta, sarà libero molto prima di riprendersi in mano la sua vita. Pensi, che dopo soli due anni e mezzo di detenzione al carcere di Rebibbia, gli è stato concesso un permesso ‘premio’: l’hanno portato in Puglia, dalla famiglia. Tutto a spese di noi cittadini. È inaccettabile, è come subire violenza di nuovo. Le pene devono essere scontate nella loro pienezza.

Il carcere non può essere una passeggiata fatta di televisione e palestra per i detenuti. I criminali dovrebbero lavorare, pagare per le loro colpe… invece vengono sempre tutelati”. Testimonianze che non lasciano indifferenti. Testimonianze che L’Associazione Italiana Vittime della Violenza, si augura non cadano ancora una volta nel nulla.

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AFFARIITALIANI

Donne vittime di violenzeultima modifica: 2008-09-29T09:25:00+02:00da michelepositano
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